Ho passato la mia infanzia a guardare X-Files, e penso che la nuova serie potrebbe rovinare tutto

Di recente, a 22 anni dalla messa in onda della prima puntata e 13 dall’ultima, la FOX ha ufficialmente annunciato il ritorno di X-Files. Sei nuove storie, scritte dal creatore originale Chris Carter, e interpretate dai protagonisti storici della serie: Dave Duchovny e Gillian Anderson.

Probabilmente per tutti quelli che hanno meno dimestichezza con la serie, o che semplicemente—a differenza del sottoscritto—non hanno passato l’infanzia guardandola e assicurandosi un’adolescenza colma di disturbo d’ansia generalizzato e benzodiazepine, non sarà una gran cosa. Ma per una fetta di pubblico formato da 25/35enni, sì.

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Carter ha commentato l’annuncio ufficiale sostenendo che questi 13 anni siano stati “un’ottima pausa pubblicitaria.” “In questo lasso di tempo il mondo è diventato molto più strano, ed è un momento perfetto per raccontare queste sei storie.”
Duchovny poi, in una recente intervista, ha chiarito che l’intento sarà quello di ricreare gli standard della serie originale: “Stiamo cercando di realizzare lo stesso prodotto. Non un X-Files 2.0.” Il punto, però, è capire se quegli stessi standard siano effettivamente riproponibili.

David Duchovny. Foto via Wikipedia.

Ora: nel 1994, quando la serie venne lanciata in Italia, io frequentavo la prima elementare. Mia madre al tempo non permetteva a me e mio fratello maggiore di guardare film horror, e la sera ci obbligava a leggere intere collane del Battello a Vapore, rigorosamente selezionate in base alla fascia di età. Mentre i nostri coetanei parlavano di cosa avessero visto la sera prima a Notte Horror, a me toccava Inkiostrik, Il Mostro Dell’Inchiostro.

Per una questione di condizionamento operante al contrario, e per salvarci da un futuro fatto di riporti e cardigan impiegatizi, io e mio fratello sviluppammo un interesse atavico nei confronti degli horror, e di X-Files in particolare.

Ricordo tutta una serie di sotterfugi e cameratismo occulto durante l’infanzia: il mercoledì notte ci svegliavamo di nascosto per scendere al buio in salotto e guardare la replica delle due. Simulavamo un attaccamento affettivo esagerato per nonni e parentela varia, in modo da rimanere a dormire a casa loro e poter vedere I Racconti della Cripta o Notte Horror in santa pace. Corrompevamo uno dei nostri bis-cugini per farci noleggiare di nascosto i vhs, e ricordo che per mesi cercammo ovunque Detective Stone: un film pietoso con Rutger Hauer che un nostro amico ci aveva spacciato come uno dei migliori horror mai visti. E così via.

A causa di X-Files non ho dormito bene per tutta la durata delle elementari. Pur rappresentando l’80 percento della serie, l’intelaiatura narrativa di base—l’ossessione di Molder per il paranormale, gli alieni, e tutta la storia della cospirazione governativa per occultare la loro presenza—non mi è mai interessata veramente: gli episodi paurosi erano quelli che non avevano a che fare con l’intreccio principale.

Per un periodo sono stato ossessionato dalla certezza che Eugene Tooms, un assassino mutante centenario che appare in un paio di episodi della prima stagione, sarebbe passato attraverso le tubature del bagno per venire a mangiarmi il fegato. Così come sono stato a lungo ossessionato da Eve di “Esperimenti Genetici” (stag. 1), l’Enigmista di “Strane ferite” (stag. 2), o da praticamente tutti i personaggi di “La Casa dei mostri” (stag. 4).
Ho smesso, invece, di temere il fachiro monco di “Badlaa” (stag. 8) quando ho scoperto che lo stesso attore aveva interpretato l’Umpa Lumpa in La Frabbrica di Cioccolato.


In realtà, quello che faceva veramente paura di X-Files non erano tanto i mostri o le storie in sé—quasi tutti i finali, ad esempio, erano deludenti: con assassini semi-immortali che morivano schiacciati nelle scale mobili di un centro commerciale—ma l’atmosfera che si respirava durante l’episodio: i primi piani degli sguardi vitrei nel buio, e tutta l’ansia generata dal fatto che la violenza difficilmente era esibita, ma evocata. Quasi tutto quello che c’era di spaventoso era semi-sommerso, come nella teoria narrativa dell’iceberg di Hemingway.

Un tipo di atmosfera utilizzata spesso nei vecchi horror, che con il tempo è un po’ scomparsa, e che, in un certo senso, non è più interessante o attraente.

Qualche anno fa comprai un cofanetto con le prime tre stagioni di X-Files, e obbligai un amico che non aveva mai visto la serie a rivederla con me. L’unica cosa che lo colpì veramente fu la ridicolezza delle acconciature di Molder o le giacche con le spalle rinforzate di Scully: passò tutto il tempo a ridere delle incongruenze nella trama e dei toni utilizzati dagli attori, per poi addormentarsi, con mia somma delusione, a metà del quarto episodio.
Io rimasi là ancora un po’, al buio, tentando di rivivere invano l’ansia che avevo provato da piccolo. Ma verso la fine del sesto episodio spensi, e misi via il cofanetto. Aveva ragione lui: X-Files era ridicolo.

Avevo provato lo stesso tipo di delusione quando, dieci anni dopo la prima volta, avevo rivisto IT. Scoprendo che non faceva paura manco per il cazzo. E l’ho provata più e più volte da allora: soprattutto durante un periodo in cui io e i miei amici cominciammo a noleggiare vecchi horror da vedere mentre fumavamo. L’esempio più lampante di tutti, se si vuole constatare quanto i vecchi horror siano ridicoli e facciamo ridere (anche senza l’ausilio di cannabinoidi), è il remake del 1990 di La Notte Dei Morti Viventi di Romero. Specialmente in questa scena.
E anche se diversi fra loro, quasi tutti i vecchi horror fanno ridere: Venerdì 13, La Cosa, Nightmare, i vecchi Non Aprite Quella Porta, ecc ecc.

Una delle ragioni principali secondo me, al di là dei particolari fuori contesto o delle sceneggiature, riguarda la commistione dell’horror classico con il genere splatter. L’attenzione morbosa verso un certo tipo di realismo macabro, rispetto agli stati d’animo.

Se si pensa ad esempio a film commerciali come Saw L’Enigmista oppure Hostel, si può notare facilmente come il punto focale su cui si cerca di attirare l’attenzione dello spettatore sia l’ipnotica chiarezza delle scene crude. Non esiste alcun tipo di tensione ansiogena in questo genere di horror, se non mentre stiamo assistendo a una scena in cui uno dei protagonisti deve cavarsi un occhio da solo. L’espediente narrativo su cui la serie di Saw incardina i primi piani delle viscere e degli arti amputati, e che le dovrebbe motivare, è raffazzonata e deliberatamente pretestuosa.

Prendiamo, ad esempio, Non Aprite Quella Porta-l’Inizio del 2006: rispetto ai precedenti, l’attrattiva non è evocata tanto dalla continua tensione per il fatto che Leatherface potrebbe spuntare in qualsiasi momento, ma dalla morbosità delle scene di violenza esibita e gratuita: come quella in cui sega le gambe allo zio “per pareggiarle“.

Questa impronta ha preso il sopravvento, e ormai quasi tutti gli horror commerciali seguono questo trend. Basta dare un’occhiata a quello che offrono i menù on-demand.

Ed è proprio questo il motivo per cui, secondo me, l’impostazione allusiva e “occulta” del vecchio X-Files non funzionerebbe oggi. Dovrebbe necessariamente scendere a patti con questo genere di realismo ad alta definizione

Se lo facesse però, se mantenesse lo stesso schema narrativo unendolo a questo genere di scene, perderebbe quasi tutto il mordente. Gli episodi, come ho detto, si mostravano privi di tono proprio quando l’oggetto ansiogeno si palesava. Praticamente tutto l’apparato proscenico delle storie era basato sulla sottrazione, basti pensare al claim storico: “la verità è là fuori.” Quello che faceva paura, in definitiva, era rappresentato da quello che non potevi sapere, e soprattutto da quello che non potevi vedere. Ma questo tipo di impostazione probabilmente non ha più senso.

Quando ho saputo che sarebbe stata realizzata una nuova stagione di X-Files,mi sono entusiasmato per esattamente cinque minuti. E questo perché, nonostante l’abbia seguita per tutte e nove le stagioni, e nonostante sia affezionato al ricordo dei problemi emotivi che mi ha causato, probabilmente guardandola mi addormenterei anche io.

Segui Niccolò su Twitter: @NCarradori

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