Tecnología

Grazie mp3, sono stati 20 anni senza grandi perdite di dati

Nel 1989, il giornalista di Musician Bill Flanagan ammise che “i generi musicali sono ormai plasmati più dai sistemi di distribuzione che da un qualsivoglia atto concreto. I prossimi Beatles potrebbero essere una novità tecnologica”. In più di un senso, possiamo affermare a ragione che, nel terzo millennio, il titolo di baronetto potrebbe essere attribuito agli mp3.

Come riassunto mirabilmente da Simon Reynolds in Retromania “l’essenza dell’mp3 è la compressione: lo spazio (la profondità sonora della registrazione) è stipato in un’area fisica enormemente più piccola” di quella di qualsiasi supporto fisico, con la conseguenza che “anche il tempo è compresso, nel senso che la copiatura e il trasferimento del brano via internet sono molto più brevi della durata dell’esperienza musicale”.

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L’algoritmo di compressione che compie vent’anni funziona più o meno così: il segnale audio viene suddiviso in frame della durata di pochi secondi, ogni frame viene a sua volta ripartito in 72 bande di frequenza, l’encoder, basandosi su un modello che rappresenta la risposta psicoacustica umana, stabilisce quali sono le bande meno udibili perché mascherate da altre con maggiore energia e le sopprime per diminuire la dimensione del file, il tutto viene ulteriormente compresso tramite la codifica Huffman e “impacchettato” con metadati aggiuntivi.

Per la maggior parte delle persone nel mondo, l’Italia ha smesso di far parte della cerchia dei paesi che contano dopo la morte di Giuseppe Verdi, eppure il lavoro per la codifica dello standard mp3 è stato sviluppato da un team diretto proprio da un italiano, Leonardo Chiariglione, inserito dal Time negli anni Novanta tra i cinquanta uomini più influenti di tutto il pianeta in campo tecnologico.

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“A suo tempo mi sono solo chiesto come fare a mettere contenuti audio e video in un compact disc mantenendo la qualità audio elevata”, ha dichiarato all’ANSA lo scienziato, “a me piace l’idea di aver creato un formato indipendente, contenuti che viaggiano da soli e non un modello di business. Spesso incontro persone che dicono: ci hai dato qualcosa che prima non avevamo. Questa per me è una grande soddisfazione”.

Nato con l’obiettivo di affermarsi come formato standard globale dell’intrattenimento digitale audio-video, l’mp3 si diffuse gradualmente nel corso degli anni Novanta ma decollò soltanto con l’aumento della larghezza di banda e i servizi di file-sharing peer-to-peer, i quali hanno introdotto l’idea di condivisione gratuita di archivi musicali fra utenti della rete, violando la legge sui diritti di autore e aprendo così le porte alla pirateria digitale come nel caso di Napster.

Il programma permetteva di condividere dati tramite la connessione a un server centrale il quale poteva leggere tutti i file con estensione mp3 contenuti nei computer collegati; gli utilizzatori interrogavano il server per ricercare il brano interessato e scaricarlo direttamente dagli hard disk degli altri utenti collegati.

Justin Timberlake interpreta Sean Parker uno dei fondatori di Napster nel film “The social network” di David Fincher

La chiusura per via legale di Napster non bloccò questa pratica che divenne sempre più sofisticata, i siti di file-sharing successivi, eredi più decentralizzati e meno perseguibili, come Morpheus, Kazaa, Grokster applicavano un peer to peer “puro”, privo di server centrale cosi da non lasciare traccia dei file condivisi.

Chi cavalcò l’onda della nuova tecnologia con profitto fu la Apple, che riuscì in qualche modo a tutelare gli interessi dell’industria discografica tradizionale messa in seria difficoltà dalla pirateria. Nel 2001, Steve Jobs lanciò l’iPod, un lettore mp3, che lavora con iTunes, software per la gestione degli archivi musicali. iTunes store dal 2003 è il più importante rivenditore di musica online, grazie all’intuizione di offrire un servizio a prezzi minori sfruttando l’abbattimento dei costi di produzione non più legati ai supporti fisici.

L’onda lunga dell’mp3 si propagò anche a livello più generale inaugurando una visione liquida della musica, una piattaforma come Youtube, per esempio, pur utilizzando standard di codifica differenti, si rivelò un rivale inaspettato dell’industria musicale, dato che gli utenti potevano caricarvi e fruire contenuti musicali coperti da copyright. Era la nascita dello streaming musicale. Fu l’impulso che diede vita alle prime web radio, come Pandora. Oggi lo stesso concetto viene sfruttato con profitto da servizi di streaming on-demand a pagamento come Spotify.

Steve Jobs presenta l’i-Pod. Immagine via

Se nei mercati tradizionali i tre fattori che costituiscono l’immagine di un brand: il contenuto del prodotto o servizio, il modo di presentarlo (context) e le infrastrutture di distribuzione, sono tutte sotto il controllo della stessa azienda. L’idea di una musica virtuale ha cambiato le carte in tavola spingendo le aziende a specializzarsi solo su alcuni aspetti. Per fare degli esempi, una strategia basata sul livello context, si incentra sula creazione di una piattaforma che attragga utenti offrendo contenuti non propietari e senza controllo sulle infrastrutture come nel caso di Spotify; Apple, dal canto suo, controlla due livelli: il context con iTunes e le infrastrutture con la vendita dei propri dispositivi hardware.

Oltre alle conseguenze economiche, quali sono stati i cambiamenti culturali imposti dall’mp3?

Qualcuno ha sottolineato solo aspetti negativi, denunciando dal lato della fruizione quella sorta di bulimia musicale dovuta alla grande abbondanza di contenuti disponibili e dal lato audio tecnico il sound generale iper-compresso delle produzioni commerciali concepito per il formato principe di questi anni secondo la logica del “perché dovrei inserire elementi che nessuno potrà ascoltare perché verrano perduti?”.

Ci sono anche aspetti positivi. Uno di questi è il caso degli “album-blog”, che contenevano link per scaricare album caricati su servizi di file hosting come Megaupload, Mediafire, Rapidshare. Il fenomeno portò alla riscoperta di artisti e generi musicali sconosciuti provenienti dal passato o da paesi periferici a cui non era mai stata dedicata la dovuta attenzione, influendo linfa vitale nella ricerca e persino nelle produzioni originali attuali. Qualcuno ribattezzò questa pratica “sharity” fondendo le tre parole: share, charity e rarity, sintetizzandone lo spirito in maniera efficace.

Gli mp3 sono riusciti in qualche modo anche a far partire una rivalutazione dei supporti fisici tanto che gli stabilimenti di produzione dei vinili oggi hanno liste di attesa lunghe mesi per soddisfare la quantità di richieste di stampa che ricevono da parte di case discografiche tanto undergound quanto major.

Un’altra conseguenza altrettanto paradossale del successo degli mp3 è la rinascita dei live musicali, nonostante l’aumento dei costi dei biglietti, in questo momento principale risorsa finanziaria dei gruppi al contrario del bilancio in passivo dei tour di una volta che avevano come unico scopo la promozione degli artisti e degli album. All’interno di questo scenario in cui la riproducibilità all’infinito delle registrazioni ci fa quasi dare per scontato la loro disponibilità, le esibizioni dal vivo assumono nuovo valore in quanto eventi unici e irripetibili.

Copertina del singolo Tom’s Diner di Suzanne Vega

Sempre secondo Reynolds, l’unico vero genere musicale originato dall’mp3 è il mash-up, sorta di estrema conseguenza del “mix tape o una playlist cortissima, così breve che i due brani vengono ascoltati simultaneamente e non in sequenza”.

Per tutti gli appassionati dell’estetica lo-fi che ha sempre posto un’occhio di riguardo per il recupero degli scarti almeno dal lato hardware, potrebbe inaugurarsi una nuova frontiera di ricerca nell’esplorazione delle frequenze giudicate “non rilevanti” dall’algoritmo di compressione mp3 e per questo eliminate. Ryan Maguire, come gesto simbolico per farci realizzare cosa ci stiamo perdendo ha generato una traccia comprendente solo i dati esclusi dalla creazione di un mp3 del brano Tom’s diner di Suzanne Vega.

Il pezzo è profondamente legato all’epopea di questo formato. Infatti, data la sua forma puramente vocale, venne utilizzato per i test sull’algoritmo: se Suzanne non si trasformava nella versione di se stessa dopo aver ingoiato elio, la compressione poteva considerarsi riuscita. Le sonorità risultanti spaziano tra armoniche eteree nei momenti più delicati a vero e proprio noise digitale in quelli più carichi, come una sorta di mietitrebbia fantasma.

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