La popolazione dei campi profughi di Calais al momento si aggira intorno alle quattromila persone. Chi ci si trova è in fuga dal proprio Paese dilaniato dalla guerra, in cerca di una vita migliore magari nel Regno Unito, in Germania, o da qualche altra parte in Europa, e si mette in condizioni disperate e spaventose per raggiungere questo obiettivo. La situazione è sulle prime pagine dei giornali da mesi e spesso i titoli de-umanizzano gli ospiti dei campi. E non è giusto. Si tratta di esseri umani che stanno cercando una via d’uscita da circostanze per cui è pericoloso restare nel proprio Paese.
Con lo scopo di portare sollievo ai migranti dei campi, la settimana scorsa l’artista grime inglese Afrikan Boy—un londinese di seconda generazione di origini nigeriane—ha organizzato una performance con la collaborazione di Secret Cinema all’interno dell’area denominata “la Giungla”. La presenza di Afrikan Boy all’interno del campo sembra appropriata; le sue canzoni si adattano bene a descrivere alcuni dei problemi che i migranti devono affrontare.
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Guarda un estratto del live di Afrikan Boy e leggi l’intervista che segue:
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Noisey: Hey Afrikan Boy! Cosa ti aspettavi dall’esperienza di suonare nella “Giungla”?
Nei miei pezzi parlo molto di migrazione e di permessi di soggiorno e la mia ultima uscita, “Border Business”, è una traccia che dice molto su questi problemi e questi temi. Sembrava un sogno quello di andare a Calais: ne abbiamo parlato poco tempo prima che Secret Cinema ci contattasse e ce lo proponesse. Era il momento perfetto. Ho annullato tutti i miei appuntamenti. Non avevo alcuna aspettativa. Come tutti avevo visto le immagini sulla stampa ma non ero mai stato in un posto del genere. Mi sono presentato con la mente aperta.
Sei sempre stato sicuro di dover far qualcosa al riguardo prima o poi?
Il mio background nel Regno Unito implica che io sia cresciuto con racconti su passaporti falsi e visti. Ora che sono cresciuto sono consapevole dell’impatto che emigrazione ed immigrazione hanno sull’economia in generale. La maggior parte delle mie canzoni parla di problemi che loro devono affrontare, come “Lidl”, “Who Stole My Visa”, “Paper Planes”, “Border Business” e “Kunta Kinte”. La mia musica tratta di identità e identità perduta. Sono nato nel Regno Unito ma la mia famiglia è della Nigeria e mi sento creato in Africa, sono cresciuto con una doppia identità.
C’era qualcosa che ti preoccupava nel venire a esibirti qui?
Non sapevo cosa aspettarmi. Non sono uno che segue i media ma devo essere cosciente di quello che sta succedendo, quindi pensavo: “C’è un motivo per cui nessun altro artista è voluto andare a suonare lì? È poi così una buona idea? Chi è questa gente? Loro sanno chi sono io?”
Come si fa un concerto in un campo profughi?
Sapevo che tecnicamente il concerto sarebbe stato molto basilare. Stavo andando in un campo chiamato “la Giungla” in un posto isolato e dovevo tirare su uno spettacolo. Mi sono immaginato un sacco di cose assurde. Pensavo che sarei stato in mezzo a un bosco! Quelli di Secret Cinema ci erano già stati a tentare di portare un po’ di intrattenimento a queste persone. Sapevo che perlomeno da una prospettiva umanitaria stavano cercando di fare qualcosa di positivo e se c’è una cosa del genere io non posso fare a meno di supportarla.
Descrivi che cosa è successo quando sei arrivato nel campo.
È stato come trovarsi in Africa, ma con l’aria europea. Questa gente fa una vita molto dura, possiede solo l’essenziale. Ho trovato interessante che le varie nazionalità si fossero separate spontaneamente, creando piccole comunità. C’era la popolazione dell’Afghanistan, dell’Etiopia, dell’Eritrea, della Siria e del Sudan. Sono stato in Sudan all’inizio di quest’anno per un paio di concerti, uno a Khartum e l’altro a Porto Sudan, e mi sembrava di esserci tornato, e invece no. In certi momenti mi sembrava di essere a un normale festival. Passavo di tenda in tenda e passeggiavo. Era decisamente surreale e ho l’impressione di non aver visto proprio tutto.
Sei stato accolto bene?
Sono rimasto molto sorpreso dall’apertura che c’era. Mi aspettavo anche che ci fossero le guardie. Pensavo le autorità li sorvegliassero. Invece vanno a piedi in città e si muovo liberamente. Si trovano in questo campo per scelta. Non che abbiano l’imbarazzo della scelta o una grande cultura di accoglienza su cui contare.
Che tipo di risorse vengono messe a disposizione degli ospiti?
La prima cosa che ho notato appena arrivato nel campo sono stati i negozi, i commerci, il brulichìo della vita nel campo. Un sacco di gente in bici! Gente coi bagagli, gente con le borse della Lidl, gente con tende, pentole e padelle. Un gran movimento. Più all’interno del campo ho visto che giocavano a calcio e un sacco di gente al telefono e che caricava il proprio telefono. Ho visto una tenda per pregare e una chiesa. Ho visto una piccola, piccolissima comunità nella sua forma più semplice.
Che messaggio hai cercato di far passare esibendoti?
Volevo semplicemente offrire la mia musica, visto che contiene già un messaggio diretto a loro. E questo messaggio è per gli Africani della diaspora, i viaggiatori, ma anche per chi si confronta con il mondo intero. Anche se avevo solo una chiavetta USB e premevo stop e play da solo, volevo dare loro uno spettacolo degno di Glastonbury. Ma c’è una differenza enorme tra cantare la stessa canzone davanti a un pubblico inglese e davanti ai sudanesi a Calais. Devo cambiare il punto di vista da cui canto il testo perché non sto raccontando la storia dei migranti ad altra gente, la sto raccontando a loro stessi e deve trasformarsi in “noi” o “voi”.
Quando hai scritto “Border Business”?
Ho scritto “Border Business” circa nel 2008 o nel 2009 ed è uscita su un EP chiamato What Took You So Long che ho messo insieme mentre studiavo per laurearmi. Non l’ho scritta come risposta al clima attuale. L’ho scritta perché questa situazione c’è sempre stata. La musica è sempre stata il mio visto. Se non avessi fatto musica non sarei stato invitato a venire a Calais per suonare e poi scrivere nuova musica che ha che fare con quella situazione. La musica è sempre stata la mia scuola e la mia fonte di connessione.
Com’è stata la risposta del pubblico?
Gli è piaciuto; il pubblico era pronto e attento e mi ha dato un sacco di energia. La musica può distrarre ma anche veicolare un messaggio importante.
Che effetto ha avuto su di te questa esperienza?
Stavo già scrivendo pezzi nuovi mentre tornavo a casa in traghetto. Ho talmente tante cose in testa in questo momento…
Cosa ti ha sorpreso della gente nel campo?
Lo spirito. Mi hanno invitato a mangiare. Volevano dimostrarti che: “Sì, siamo in una situazione di merda, ma vieni a mangiare con noi!” Ho visto anche cose tristi, però. Infortuni, risse e ovviamente gente che è stata pestata dalla polizia. O chi si era ferito a una gamba scavalcando una recinzione, e poi persone che chiamano l’ambulanza ma non parlano francese. Ci sono dei momenti caotici. Ma era anche un buon momento per andarci: gli etiopi festeggiavano l’anno nuovo.
Ho incontrato un ragazzo del Ciad che si chiama Idris. È venuto in barca dalla Libia, poi otto giorni di navigazione fino alla Francia. Niente bagni, si cacava in mare, si dormiva in piedi, non augureresti una cosa del genere a nessuno. E mi ha parlato delle sue ambizioni e da cosa sta scappando. Era fuggito da una piccola milizia, poi è stato catturato e messo in carcere per otto mesi, e da allora è in fuga.
Alcune storie sono inimmaginabili.
Già, e c’è l’inverno in arrivo. Pioverà e alcune delle loro tende sono in pessime posizioni, quando arriverà la pioggia sarà terribile. Alcuni diranno che hanno scelto di andare lì, ma non è vero. Non tutti hanno scelto di andare lì. Mentre io viaggio, mi godo il mio letto, faccio musica, la verità è che questa gente rischia di rimanere bloccata lì molto a lungo.
Quanto sono importanti la musica e la cultura per mantenere l’umanità?
Una delle cose che mi hanno colpito di più è stato il livello di umiltà che li fa andare avanti nella vita di tutti i giorni. Con tutto quello che sta succedendo dal punto di vista politico e sociale, loro sono lì, sono persone, devono muoversi, mangiare, lavarsi, occuparsi dei propri figli, guadagnarsi da vivere e magari qualcosina in più se ci riescono. Ma l’aspetto culturale era fortissimo; sembrava di essere in Sudan perché si sono portati dietro la propria cultura.
La mia funzione lì era anche di portare un po’ di cultura britannica. Sono un musicista grime e volevo presentarmi a loro dicendo: “Yo! Sono inglese e questo è quello che facciamo nel Regno Unito”. Mi sembrava di vedere alcuni che mi guardavano chiedendosi: “Ma è del Sudan? Uruguay? Dove?”
“No! Vengo dal Regno Unito, sono un MC grime, mi chiamo Afrikan Boy e abbiamo qualcosa in comune.”
Un documentario riguardo al viaggio di Afrikan Boy e Secret Cinema nel campo profughi uscirà presto.
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