Brucia strega, brucia

Questo post appartiene alla nostra serie sul meglio del catalogo Sky Online.

L’horror è un genere cinematografico che ha sempre funzionato bene come strumento di analisi collettiva: dagli inizi con i mostracchioni degli anni Cinquanta, alle successive evoluzioni in area “follia/possessioni maligne” fino al recente ritorno degli elementi classici (vampiri, zombi etc etc) ha in qualche modo rappresentato anche modi diversi di percepire ed esorcizzare le paure collettive, che sono in continua evoluzione come la società che le produce e la capacità di stupire dell’onorevole Antonio Razzi.

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American Horror Story è una serie horror antologica, cioè in cui ogni stagione cambia completamente ambientazione, trama e personaggi. È anche una serie che prende tutta questa storia del genere horror e la filtra attraverso una simpatica schizofrenia che riflette completamente chi l’ha creata.

Il creatore e showrunner della serie, Murphy, è un habitué di un certo tipo di serie magari non molto amate dalla critica ma molto amate da tutto il resto del mondo (Glee, Nip&Tuck, Popular): parecchio colorate, pacchiane e con una certa propensione verso la chiave ironica. Murphy non dev’essere esattamente il tipo di autore che ossessiona se stesso e gli altri in interminabili ricerche su cosa avrà la resa più realistica sullo schermo. Lui non ci prova nemmeno. 

Nell’horror di American Horror Story quest’approccio è particolarmente evidente. In ogni puntata si accumulano milioni di colpi di scena sempre più cartooneschi, folli, splatter, ma inspiegabilmente molto godibili e divertenti, ogni volta è un po’ come assistere a un video messaggio alla nazione di Berlusconi ma con la fortuna che nessuna puntata di American Horror Story si troverà mai a dover firmare un atto pubblico.

Se fate parte del nutrito gruppo di persone che traggono piacere dal notare le piccole incongruenze nella trama o nelle ambientazioni dei film probabilmente questa serie vi porterà a un livello di fastidio tale da poter sperimentare personalmente oltre quale punto il nervosismo smette di essere tale e si trasforma in embolo cerebrale fulminante.

Se invece avete scelto la vita, American Horror Story vi piacerà tantissimo e non potrete che apprezzare lo show con il più alto tasso di persone seppellite vive e di spiriti evocati tramite il consumo di cocaina che io abbia mai visto.

Le prime due stagioni (ambientate rispettivamente in una casa infestata dai fantasmi e in un ospedale psichiatrico) sono state ben ricevute dalla critica e hanno già quegli elementi un po’ acrobatici e un po’ volgari, a livello estetico-formale, che renderebbero questa serie riconoscibile fra mille, ma la terza stagione sfonda a testate lo spesso muro che separa una commedia surreale da un prodotto drammatico e puntellato di gente morta in modi orribili.

Poi ci urina sopra copiosamente.

Protagoniste di stagione sono le streghe di una congrega di New Orleans, divise equamente in due categorie: pazze fuori di testa senza alcun tipo di morale e  pazzissime fuori di testa senza alcun tipo di morale.

La loro vita è resa particolarmente difficile da negromanti, vecchie razziste tornate in vita dal 1800, cacciatori di streghe, e soprattutto dalla loro pericolosamente spiritosa instabilità mentale, che a differenza di quella che piaga tutte le donne interessanti in tv (come Carrie di Homeland o Hannah di Girls) non si sforza in nessun modo di essere redenta o  salvata.

Le giovani streghe dell’accademia sono così simpatiche che tutto sommato il fatto che abbiano appena ucciso e torturato tre o quattro persone che erano anche loro parenti non importa a nessuno o di certo non a me. Erano comunque persone noiose.

Inoltre le situazioni che si creano in American Horror Story sono così assurde e sopra le righe da potersi permettere tranquillamente di essere scorrette a livelli impensabili per l’etica televisiva americana, senza che grandi manciate di opinione pubblica comincino a incendiarsi le vesti sulla pubblica via. Lo show riesce senza abbandonare neanche per un istante un linguaggio così pop da far schiumare d’invidia Katy Perry. Più di così. 
 

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