Jerry.
È passato un anno dai titoloni su Lampedusa, quando la Primavera Araba aveva spinto migliaia di tunisini ad approdare sulle coste dell’isola. Definirlo un evento straordinario sarebbe eccessivo, perché in ogni angolo del mondo, ogni giorno, ci sono profughi che chiedono asilo per le ragioni più disparate. La particolarità sta piuttosto nelle circostanze e nel modo in cui i media hanno affrontato la questione: la “vergogna” di Lampedusa è ovviamente finita su tutte le prime pagine dei quotidiani. Ma, come spesso accade, i media hanno smesso di parlarne non appena le appassionanti fasi iniziali della migrazione si sono concluse. Nel Regno Unito questa situazione si ripete costantemente: vicende assai criticate come l’incarcerazione dei bambini, la politica della detenzione indeterminata, la conseguente depressione, l’autolesionismo e il tasso di suicidi degli immigrati sono praticamente ignorati, lasciando che siano le organizzazioni umanitarie ad occuparsene.
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In passato ho lavorato per la Freedom from Torture, la cui attività consiste per lo più nel cercare di spiegare alla UK Border Agency il motivo per il quale le vittime della tortura non possono essere rimandate a casa.
Ma esistono anche altre organizzazioni, come le società private che gestiscono le strutture per immigrati ottenendo in cambio compensi giornalieri per ogni detenuto. In poche parole, un business redditizio che consiste nel far rimanere le persone al fresco il più possibile.
Ho deciso di visitare il centro di Colnbrook, vicino Heathrow, per incontrare Jerry, fuggito dallo Zimbabwe per l’Inghilterra dieci anni fa e rimasto in detenzione per altri quattro.
In Inghilterra ci sono 13 centri per immigrati, tutti situati nei pressi degli aeroporti o vicino al mare.
Tecnicamente, questi centri non sono prigioni.
Dopo un lungo viaggio in cui abbiamo preso due treni e un pullman, siamo arrivati in un posto in tutto e per tutto simile a una prigione. Non ho potuto fare a meno di pensare a chi ha progettato l’edificio; era evidente che avesse fatto del suo meglio per farlo somigliare a un complesso di palazzine, ma le alte mura coperte di filo spinato e le sbarre alle finestre erano difficili da ignorare.
Perlomeno le persone all’interno avevano cercato di dare un tocco di colore attaccando dei poster alle pareti. Il mio preferito diceva, “Pace: Collaborazione: Rispetto” e poi “BENVENUTI” in mille lingue diverse. Ho chiesto alla guardia se potevo fotografarlo, ma lui mi ha ignorata e ha iniziato fare domande sul perché mi trovassi lì. Gli ho detto che era per una causa sociale, e la cosa sembrava averlo pacato. A quel punto sono iniziate le varie procedure di sicurezza: impronte digitali, fotografie, perquisizione, metal detector… Infine siamo stati scortati oltre le enormi porte elettriche della prigione, in un cortile circondato da alte mura con un filo spinato ancora più fitto.
Ancora Jerry.
Poi Jerry ha varcato la soglia della sala d’attesa. Come era immaginabile, i quattro anni di detenzione hanno alterato il suo aspetto fisico; è magro e davvero sciupato per avere solo 29 anni. Sorride ancora, nonostante gli manchi un dente. Mi racconta delle sue difficoltà a prendere sonno, e considerato che passa la maggior parte del suo tempo cercando di dormire capisco che non è affatto una bella cosa. “Non c’è molto da fare qui,” dice. “Ho già completato l’unico corso offerto dalla struttura. Ci sono una palestra e una stanza di svago dove si gioca a carte e si fanno braccialetti con le perline.” Non c’è da sorprendesi quando dicono che i detenuti vanno fuori di testa, davvero. “Qui è più tranquillo rispetto a Brook House [vicino all’aeroporto di Gatwick], anche se le guardie sono più aggressive.”
Prima Jerry era a Brook House, dal quale è stato trasferito per problemi con il compagno di stanza: “Era uno stupratore con cinque capi d’accusa sulle spalle. Eravamo tutti mescolati, c’erano scontri ogni giorno.”
Anche Jerry è stato condannato, ma sono molte le persone detenute senza aver commesso alcun crimine (se non quello di essere nate nel posto sbagliato al momento sbagliato). Quattro anni e mezzo fa, Jerry è finito dentro per aggressione, ma dopo aver scontato la sua pena (18 mesi) è stato trasferito direttamente in un centro per immigrati, col risultato che la sua detenzione è durata fino a oggi il doppio rispetto alla pena. “Dicono di non potermi rimandare nel mio Paese perché è troppo rischioso, ma non vogliono liberarmi perché mi ritengono pericoloso per la società. Merito di essere qui, ho fatto qualcosa di brutto, ma non sono una persona pericolosa.”
Avevo sentito parlare dei problemi psicologici derivati dalla precarietà che caratterizza le vite dei detenuti, del limbo tra la possibilità del rilascio, del prolungamento della detenzione o del ritorno nel Paese da cui si è scappati, ma il modo in cui Jerry descrive la situazione rende il tutto ancora più evidente.
“Ho passato tre mesi senza mangiare, il cibo entrava e usciva dal mio corpo senza nutrirmi. Non ti credono quando sei malato; l’unica cosa che ti danno è paracetamolo e acqua. La gente prova a scappare; la scorsa settimana, dopo aver scoperto che l’avrebbero rispedito a casa in aereo, un uomo ha cercato di bere una bottiglia di candeggina.”
I bambini soldato di Mugabe.
Il fatto è che la maggior parte dei profughi ha lasciato la propria casa per una buona ragione, e lo stato perpetuo di incertezza è abbastanza insostenibile. Ho chiesto a Jerry della sua vita in Zimbabwe, se vorrebbe tornare lì. “Non posso, mi ucciderebbero. Le persone da cui sono scappato sono ancora lì.” Jerry è cresciuto in una famiglia che sosteneva il partito dell’opposizione a Mugabe, e nonostante le tattiche di violenza usate dai vertici nei confronti degli oppositori siano perfettamente documentate, la richiesta d’asilo di Jerry non è ancora stata accettata.
“Il partito di Mugabe andava di porta in porta riferendo che chi non fosse andato alle manifestazioni sarebbe stato picchiato o torturarto. Qualche volta mia madre partecipava per far vedere che noi li sostenevamo, ma mia sorella era coinvolta con il partito dell’opposizione, quindi siamo stati presi di mira. Sono stato rapito dai Green Bomber quando avevo 14 anni.”
I Green Bomber rappresentano le milizie giovanili controllate dal governo, e sono responsabili di molte cose, tra cui il dente rotto di Jerry. “Non volevo fare ciò che mi chiedevano. Non mi piacevano. Ho visto persone essere torturate, picchiate e uccise. Ho assistito ad alcuni stupri. Prendevano una ragazza qualsiasi e la costringevano a fare ogni cosa volessero i ragazzi. Mi hanno torturato. Non ci davano da mangiare e ci tenevano isolati. Non ci volevano lasciare andare, perché avremmo rivelato la posizione del campo. Facevano cose orribili. Non riesco a pensarci, è troppo per me.”
Alla luce di queste informazioni si potrebbe pensare che l’unica soluzione ragionevole sia lasciare che Jerry viva in Inghilterra. “Sono stato in libertà provvisoria più di dieci volte, ma l’intero sistema è inadeguato. Sono a contatto con uomini più violenti che hanno compiuto crimini peggiori dei miei e che pure vengono messi in libertà. Certo, la speranza è l’ultima a morire. Ogni volta ho la sensazione che toccherà a me.”
Se volete aiutare Jerry affinché non venga rimandato in Zimbabwe, potete firmare la petizione qui.
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