Noi, i reduci di C.

Gli ultimi mesi sono stati molto complicati per tutti i pellegrini del mondo scolastico e universitario: molti giornali, infatti, hanno riportato allarmisticamente la notizia che C. stia fallendo. Secondo questo articolo del Fatto Quotidiano, infatti, l’azienda sarebbe in grave crisi economica, con debiti fino a 122 milioni di euro.

C. si è subito premurata di smentire le voci di un imminente crollo, precisando che la situazione economica non è delle migliori, e l’indebitamento effettivamente massiccio, ma che né la società proprietaria del marchio né la Procura della Repubblica hanno mai presentato richiesta di fallimento. Minacciando poi di querelare tutti quei giornali e quei mezzi di informazione che hanno trasmesso la notizia per “ingenti danni, anche di immagine, causati all’azienda.”

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Quindi, nessun timore—C. è viva, e lotta insieme a noi. Ma non solo C.: solitamente siamo abituati a usare questo marchio per indicare un infinito apparato di aziende che si occupano di svariate tipologie di formazione privata, e di cui C. è solo il ramo per il sostegno universitario.

Nei 120 centri studi disseminati per tutta Italia C. offre, fra gli altri: corsi di inglese, corsi professionali, corsi per strategie di marketing, e addirittura corsi di pilotaggio e addestramento al volo. Ma, al pari di C. (tanto che spesso vengono considerati un unico brand), il più famoso di questi marchi è G. S. la branca che si occupa dell’istruzione superiore ed effettua perlopiù servizi di recupero anni scolastici.

Prima o poi tutti, durante il liceo, ci siamo imbattuti nella tipologia studentesca del “ripetente-recidivo-e-benestante-che-ha-raggiunto-la-quinta-superiore-recuperando-tre-anni-in-uno.” E molti di loro sono passati, appunto, da G. S..

A giudicare da quello che si legge online, la loro reputazione non è mai stata delle più luminose, né come luoghi di istruzione né come luoghi di lavoro. Ma cosa si perderebbe effettivamente se C. dovesse fallire? E che tipo di studenti ha formato durante tutti questi anni? Come hanno vissuto la loro vita scolastica in questo universo parallelo, e che cosa fanno adesso nella vita? Per saperlo, ho contattato tre ex studenti e mi sono fatto raccontare la loro esperienza.

LAVINIA, 23 anni

VICE: In quali anni hai frequentato G. S.?
Lavinia: Era il 2008, stavo recuperando la terza e quarta superiore. Poi ho fatto anche l’ultimo anno. Fra le scuole private della mia provincia sembrava la più seria.

E si è rivelata la scelta giusta?
Mi sembra che facessimo massimo quattro ore al giorno, se non di meno, e le lezioni erano quasi imbarazzanti. I professori spiegavano, ma il clima era totalmente disinteressato. Le interrogazioni potevi decidere addirittura di non sostenerle, non so nemmeno se avevamo dei veri e propri voti a dire il vero. Alcuni ovviamente si facevano interrogare e prendevano la cosa più seriamente, io ad esempio qualcosa facevo.

Com’è l’ambiente all’interno del C.?
Sinceramente gli studenti sono quasi tutte persone con un po’ di problemi, che se ne fregano di tutto fondamentalmente. Un sacco di miei compagni passavano tutta la mattinata facendosi le canne sotto l’istituto.

L’esame di fine anno come è stato? Qualcuno parla di prove truccate.
Io sono andata a sostenerlo vicino Napoli. Le risposte non me le hanno passate, ma il test era così semplice che anche un bambino delle elementari avrebbe potuto farlo.

Era esplicita la comunicazione di quanto sarebbero stati semplici gli esami?
I professori te lo facevano capire. Non in modo esplicito, ma comunque tutti lo sapevano.

Tu avendo fatto anche l’ultimo anno lì hai dovuto sostenere anche l’esame di Stato, giusto?
In realtà alla fine di quell’anno, non essendo stata preparata bene, non sono stata ammessa all’esame. Perché comunque l’ammissione devi ottenerla tramite una scuola pubblica. Quindi ho semplicemente rifatto l’intero anno in una scuola pubblica, e alla fine mi sono diplomata.

E sei stata rimborsata? O avresti avuto l’opportunità di rifrequentare l’ultimo anno senza pagare la retta come si sostiene nelle pubblicità?
No, assolutamente.

Adesso studi? E cosa vorresti fare dopo?
Ho provato a frequentare l’università in Italia, ma non mi piaceva. Ho fatto un tirocinio, e poi mi sono trasferita a studiare economia in Inghilterra. Dopo aver finito penso di voler lavorare con mio padre nell’azienda di famiglia.

MATTEO, 28 anni

VICE: Ciao Matteo. Anche tu hai frequentato G. S., come quasi tutti, per recuperare anni scolastici?
Matteo: Sì. Ho fatto la seconda e terza superiore insieme. I miei genitori avevano cercato varie alternative per farmi recuperare, e G. S. era risultata la migliore.

Che impatto hai avuto passando dalla scuola pubblica a una privata di questo tipo?
Mah… nel complesso direi buono. La frequenza era più o meno la stessa: dalle otto e mezzo all’una. E ognuno frequentava le lezione di cui aveva bisogno. Essendoci classi molto meno numerose, però, sia gli studenti che gli insegnanti gestivano meglio la cosa. Non c’era, ad esempio, l’ansia da interrogazione: gli insegnanti spiegavano sempre, e una volta al mese sapevi che c’erano delle interrogazioni programmate. Era un po’ come all’università, e avevi il tempo di gestirti con calma.

Quindi un’esperienza positiva.
Sì, alla fine sì. È stato molto meno stressante che frequentare la scuola pubblica: non tanto per il fatto che fosse più facile, nessuno ci suggeriva le risposte durante i test mensili, ma proprio per come erano organizzati i corsi e le prove.

Ah. In realtà avevo sentito dire che le prove di integrazione sono piuttosto semplici…
La mia esperienza non è stata così. A me hanno fatto semplicemente sostenere un esame a Firenze, suddiviso in tre prove: tema, materia di indirizzo, e un questionario per le altre materie. Mi ricordo che l’esame di indirizzo fu molto complicato, e a un ragazzo fu annullato il compito perché aveva provato a copiare.

Quando sei tornato alla scuola pubblica non hai avuto problemi?
Non particolarmente. Ho avuto difficoltà soltanto in inglese, perché io frequentavo un istituto tecnico elettronico, e il corso di inglese era molto tecnico. Mentre a G. S. avevo seguito un corso di inglese normale.

Hai proseguito gli studi dopo le superiori?
No, non mi interessava. Appena finito ho cominciato a lavorare nell’azienda di mio padre.

Tu consiglieresti quindi di frequentare G. S.?
Io lo consiglierei esclusivamente se deve recuperare degli anni. Però in effetti, per casi di questo tipo, semplifica estremamente la vita.

LUCA, 25 anni

VICE: Per quanti anni hai frequentato G. S., e perché?
Luca: Soltanto uno, per recuperare un anno perso. Bocciato in seconda superiore, quindi recuperai secondo e terzo anno insieme per tornare in pari al quarto. Mia madre ci teneva moltissimo, era quasi un’ossessione: la mia famiglia arrivò addirittura a indebitarsi per farmi fare questa cosa, visto che il recupero dell’anno scolastico venne all’incirca 8.000 euro. Alla fine dei conti non solo non recuperai il secondo, ma non feci manco il terzo: perché chiaramente pagando non fai assolutamente niente.

Cosa ti avevano spiegato all’inizio? Come si sarebbe svolto l’anno scolastico?
Mi avevano detto che avrei recuperato i due anni in tutta tranquillità. Potevo modificare gli orari a piacimento, se ero uno studente lavoratore: decidere se andare la mattina, o il pomeriggio. Io ovviamente già sapevo che scuola privata significava un basso livello di istruzione e poco sforzo, ed era una cosa manifesta fin dall’inizio: non c’era alcun tipo di controllo.

Come erano organizzati i corsi?
Io facevo lo scientifico, quindi frequentavo le lezioni che mi servivano per integrare i due anni del mio istituto. Non esisteva una vera e propria classe: tu ti spostavi in base ai corsi, visto che c’era chi doveva recuperare il corso di matematica di un certo anno, ma non di un altro. Frequentavi le stesse lezioni di studenti che facevano altri istituti superiori. Magari nell’ora di inglese capitava di essere da soli, e quelle erano le uniche lezioni un po’ più formative, perché essendo a tu per tu con l’insegnante era un po’ come un’ora di ripetizione.

Le lezioni com’erano?
Mi dispiace dirlo, perché a livello umano fra i professori ho anche incontrato brave persone, ma la qualità dell’insegnamento era pessima. Erano quasi tutti neolaureati, con pochissima esperienza, o professori che palesemente se ne fregavano.

Che tipo di persone frequentavano l’istituto?
Ragazzini ricchi, viziati. Persone che bene o male vivevano la cosa con totale menefreghismo, perché sapevano di avere qualcuno alle spalle.

Alla fine dell’anno dovevate fare un esame per completare il recupero, giusto?
Sì, l’esame di ammissione per il quarto anno. Andai a farlo a Roma, perché per qualche strano meccanismo risultavamo iscritti là: non ricordo se dovetti prendere il domicilio. E ci passarono letteralmente i fogli con le risposte.

E quale fu l’impatto quando tornasti alla scuola pubblica? Alla fine ti sei diplomato?
Pessimo. Non ero in grado di fare niente: arrivai in quarta superiore senza sapere cosa fossero le equazioni. Quell’anno non venni bocciato esclusivamente perché i professori mi dettero una mano enorme: mia madre era venuta a mancare proprio in quel periodo, e non se la sentirono di farmi perdere anche l’anno. Quindi paradossalmente non ho fatto nemmeno il quarto anno. Alla fine, dopo aver smesso di studiare per un anno, presi il diploma da privatista. Perché lavoravo già.

Dopo aver smesso di studiare cosa hai fatto?
Il vivaista, lo spedizioniere per la TNT, l’animatore turistico. Non ho voluto continuare con l’università. Qualche anno fa sono andato a vivere in Spagna e adesso faccio un po’ di tutto: lavoro il cuoio e giro per i mercati e per i festival, faccio le stagioni delle vendemmie lavorando nei campi. Di tutto, insomma.

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