Cinema Extra – Shane Meadows sta lontano da Hollywood

Shane Meadows è uno dei migliori registi britannici di questi tempi. Nato a Uttoxeter, nello Staffordshire, è autore di una vasta quantità di classici moderni intensi e crudi come A room for Romeo Brass, Dead Man’s Shoes e This is England. Il suo nuovo film, Le Donk & Scor-Zay-Zee, ha come protagonista il suo consueto collaboratore Paddy Considine nei panni di un roadie illuso e completamente fallito che segue la vita reale del rapper di Notthingam (ex-membro degli Out Da Ville) Scor-Zay-Zee, mentre i due cercano di farsi notare supportando uno show degli Arctic Monkeys all’Old Trafford. Girato in cinque giorni, il film è interamente improvvisato e ha una troupe molto ridotta dopo che la band aveva accordato a Shane Meadows l’accesso al concerto, e anche se è una commedia di scala minima, ha dei momenti avvincenti e profondi quanto i suoi lavori migliori. Qui ci racconta come riesce a fare così tanti bei film inglesi anche rifiutando le tentazioni più diaboliche dell’industria cinematografica – una cosa davvero rara.

Vice: Ho letto svariati reportage a proposito del costo di questo film – qualcosa tra 30.000 e 50.000 euro. 
Shane Meadows: Sì, la cifra iniziale era di circa 30.000 euro, poi abbiamo fatto tutto il lavoro di post-produzione, il mixaggio del suono, il voto, il party per il festival di Edinburgo, tutto insieme è costato circa 48.000 euro, ma anche così, è meno di quello che si spende per il solo catering di un film normale. Ci sono persone che dicono di farcela con 50.000 euro, ma poi ci sono degli extra del valore di 200.000 euro. Non in questo caso.

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Stavo pensando, deve essere una delle produzioni cinematografiche più economiche mai realizzate, no?
Molto probabilmente, sì, mi sa che hai ragione, se non è proprio la più economica, ci va vicino.

Da quello che ho letto, è partito da un’idea vaga, inizialmente era un’idea per il tuo sito; pensi che se avessi progettato un vero e proprio film con una produzione completa, sarebbe andata diversamente? Avresti realizzato il film comunque?
Beh, due o tre volte abbiamo tentato di fare qualcosa di più grande con Le Donk; il personaggio c’era già da quando io e Paddy andavamo a scuola. Frequentammo un corso di recitazione per sei mesi, realizzando che probabilmente non avremmo mai fatto gli attori, perciò decidemmo di formare un gruppo musicale, e facevamo dei tour nel circuito locale. Avevamo cominciato a suscitare dell’interesse, qualche fan ci seguiva, e pensavamo che avremmo conquistato il mondo. Ci siamo imbattuti in questi tipi alla Simon Cowell di Burton-on-Trent. All’inizio pensi, questo tipo ha dei contatti con la EMI, è appena tornato dal tour con i Black Crowes, fa il roadie. E poi viene fuori che ha fatto il roadie per i Wurzels. Quindi questi qua ci hanno dato solo false speranze, ci hanno detto che ci avrebbero potuto procurare uno studio di registrazione, quando in realtà avevano una cassetta da quattro tracce che avevano registrato in cucina. Così Paddy ha cominciato a imitare queste persone e ha creato Donk molto, molto tempo fa. E tutta l’idea del film…il fatto è che Paddy è così generico nelle improvvisazioni che volevamo girarlo come un documentario. Non è come in Borat, dove hai un gruppo di scrittori che scrivono le cose buffe per te, questo è reale – tutto quello che esce dalla bocca di Paddy è venuto fuori all’istante, non aveva qualcuno che gli suggerisse cosa dire, come per Steve Cogan o Sacha Baron Cohen.
Gli spettatori capiscono al volo, presumono che in questo tipo di film gli attori abbiano una sorta di struttura per cui devono improvvisare. È sorprendente quanto in questo caso sia vero. Non c’era veramente nessuna sceneggiatura, praticamente nessuna idea. Volevo solo che Donk avesse una moglie incinta perché la ragazza che volevo per quella parte al momento era incinta. Anche le cose con Scorz erano così; all’inizio doveva essere solo Le Donk, ma Scorz si è presentato a un’audizione e ha cominciato a rappare e ho pensato che avremmo dovuto usarlo. E in qualche modo questa cosa che era solo mentale ha cominciato a dischiudersi, passando da qualcosa che doveva essere estremamente corto sul mio sito – quando ci sono state 50.000 persone ad acclamarlo abbiamo pensato che avremmo dovuto farne una piccola uscita cinematografica.

E la folla non aveva ricevuto nessuna istruzione?
 No, è impossibile. Onestamente ho la sensazione che, se la folla fosse stata precedentemente informata, avrebbe solo fischiato. È un rischio troppo grosso. Mi hanno pisciato addosso almeno sei volte – mentre gli Arctic Monkeys stavano suonando. Ero pieno di pipì di altre persone. Puoi immaginarlo, quella folla era talmente rozza, era un incrocio tra Liverpool e Manchester. Se avessimo detto loro cosa fare, sono sicuro che avrebbero fatto esattamente il contrario. La loro reazione era genuina al 100 % – con quei due che giocavano a bowling di domenica pomeriggio, questo rapper fighissimo e il tipo pazzo con una berretta in testa che facevano il rap più assurdo che si sia mai sentito.

È buffo che te ne sei venuto fuori con la trama della gravidanza solo perché l’attrice era incinta, dato che in realtà incarna l’ancora emozionale del film.
Sì, ed è anche quello che sto cercando di trasmettere ai giovani registi, avere un’idea in testa è una cosa, ma quando ti arriva un tiro deviato, devi prenderlo. In Scozia ho incontrato un giovane regista eroinomane, e nelle circostanze più estreme, quando non aveva soldi, faceva dei film incredibili, è proprio questo che sto cercando di dire alle persone – il mio sembra un film pianificato e creato secondo una logica, ma non lo è per niente. Quando abbiamo preso Olivia Colman, anche se era incinta di 8 mesi, abbiamo pensato che ci sarebbe andato bene il bambino, perché era meglio anche per il film.

Quanto sei convinto che delle idee così sfuggenti ti daranno sempre qualcosa di buono?
Beh, ho assoluta fiducia nella relazione tra me e Paddy; sono uscito non so quante volte con Paddy indossando una parrucca e dei denti finti e ho sempre trovato qualcosa. Non sai mai quando troverai l’oro. Ogni tanto vai fuori e calpesti una merda, quindi un certo rischio c’è sempre, ma quando ci metti solo 30000 euro vale la pena correre questo rischio. Questo tipo di film viene fuori solo quando non si pianifica o non si è troppo intelligenti. Non voglio fare nomi, ma in passato c’è stata gente che ha creato un ensemble e ha provato a improvvisare e sembravano veramente delle battute tra di loro; ti sembra divertente quando sei seduto in un club con gli amici, ma improvvisamente perde tutto quando è sullo schermo. Abbiamo detto che gli Artic Monkey ci hanno letteralmente lasciato andare nel backstage, sapevamo che ci sarebbe stata anche Amy Winehouse, e avevamo pensato che Donk avrebbe potuto provarci con lei, oppure andare in giro con la squadra di sicurezza, non sapevamo cosa avremmo fatto.

Pensi che avere un budget così ridotto come questo inspiri una creatività più ingegnosa?
Sì, senza dubbio. Per le uscite più grosse da un paio di milioni di euro, hai 30 o 40 persone attorno a te, hai la polizia dalla tua parte, hai il consiglio dalla tua parte, è tutto pre-pianificato. Mentre invece con questo tipo di lavoro non hai soldi da buttare in giro, la troupe è quella che vedi anche nel film, il produttore, la costumista, l’editore, ci sono dentro tutti, ogni singola persona del film faceva circa 8 lavori.

Immagino che con la Warp Films disponi di una libertà creativa assoluta…
Sì, completamente. E il bello di questa cosa è che finisci per essere molto più coinvolto dalla gente, perché sai che sei sempre tu a prendere la decisione finale. In realtà non mi interessa da dove escono le idee migliori. Non sono una di quelle persone che pensano che debba essere la mia visione intrinseca; se qualcuno arriva con qualcosa di più buffo o più carino, scelgo sempre quello. La cosa migliore dell’avere un’autonomia è che se sei un direttore responsabile puoi ascoltare le idee degli altri perché puoi sempre fare la modifica finale. Durante gli anni alcuni registi hanno abusato di questo potere – ecco perché non si vede molto spesso, ma io non posso farne a meno.

C’era una volta in Inghilterra è invece un film molto più grosso e conosciuto, e da quello che ho letto, l’esperienza che hai fatto ti ha spinto a tornare alle tue radici. Questo ha avuto un grosso impatto su come lavori oggi?
Sì, quello per me è stato come tornare a scuola di cinema, tutto quello che poteva essere sbagliato in una ripresa è stato sbagliato. Non avevo un completo controllo creativo, non avevo il montaggio finale. Questo è stato il segno che mi ha fatto dire che preferisco fare un film da 5 euro e possederlo, piuttosto che farne uno da 4 milioni di euro e non sentirlo come mio, perché non lo è. Dopo quello ho fatto Dead man’s shoes quasi senza rabbia, tipo: ti faccio vedere io che cosa riesco a fare con tre quarti di un milione, vi faccio spaventare tutti. Perché avevo 4 milioni di euro e li ho sprecati, senza avere un controllo creativo, né la mentalità giusta, ho imparato così tanto da quell’errore. È stata la cosa migliore che poteva capitarmi, perché a Hollywood molte persone nella mia posizione fanno quell’errore. Almeno l’ho fatto a casa mia e ho imparato qualcosa.

Sceglieresti la via di Hollywood se ci fosse il progetto giusto?
No, non lo farei. Niente Hollywood, grazie.

Dirigeresti le sceneggiature di qualcun altro?
Sì, ovviamente. Somers Town era la sceneggiatura di un altro. Farei un film in America, solo non farei un film in stile hollywoodiano. Non ho niente contro la nazione.

Ok. La maggior parte dei tuoi lavori sono in un certo senso autobiografici o almeno ispirati alle tue esperienze adolescenziali – il processo del fare un film è catartico per te? Ti mette in pace con certe parti della tua vita?
Sì, quando ho realizzato This is England ho detto che per un po’ di tempo sarebbe stato l’ultimo film sulle mie esperienze perché ero emotivamente sfinito. È meraviglioso aver a che fare con le proprie esperienze passate, ma allo stesso tempo è un lavoro difficile. Ora che l’ho fatto, sto cercando di fare cose che mi toccano e mi commuovono, ma che non mi sfiniscano.

Sì. Ho sentito che il tuo prossimo film sarà un horror.
Non lo definirei un horror, si tratta più che altro di orrore psicologico, non di sangue. Tipo un misto tra Dead man’s shoes e L’ Esorcista. Sarà abbastanza spaventoso, penso.

ALEX GODFREY

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