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Combattere la pirateria è facile, se segui i soldi

Il problema della pirateria ha un retrogusto filosofico che si porta dietro ormai da anni. Io ci sono nato con la pirateria e dunque mi sembra assurdo pensare ad un mondo senza di essa; ma altri, che la pirateria l’hanno vista nascere e diffondersi come un’epidemia, proprio non la digeriscono.

Sono questi ‘altri’ i disgraziati che ti lasciano col culo per terra quando, nel bel mezzo della terza stagione della tua serie tv preferita, scopri che il sito internet pieno di streaming che amavi quasi più di tua madre è stato posto sotto sequestro dalla polizia postale. Questi ‘altri’, spesso, sono quelli che hanno segnalato il sito all’AGCOM. Fanno bene? Fanno male? Non parleremo di questo oggi, perché siamo su Motherboard e facciamo filosofia solo quando parliamo di transumanesimo e di pizze ordinate nel bel mezzo di una bufera.

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Se io che sono nato con la pirateria non riesco ad immaginarmi un mondo senza di essa— perché l’illegalità trova sempre una strada—ma di tanto in tanto gli ‘altri’ qualche passo avanti lo fanno, facendo chiudere hub importanti per la comunità—le lacrime che versai per la chiusura di Demonoid e isoHunt sono semplicemente inquantificabili—questi ‘altri’ stanno combattendo contro la pirateria o contro i mulini a vento?

In uno studio dell’Institute for Prospective Technological Studies della Commissione Europea, il team guidato da Luis Aguiar ha analizzato le conseguenze della messa offline di un grosso hub di streaming illegale tedesco, kino.to, verificando come il traffico sia mutato a seguito della chiusura.

L’abstract dello studio, disponibile online, è piuttosto chiaro, “Avvalendoci dei dati relativi al flusso di click, abbiamo scoperto che la chiusura del sito ha portato a un breve ma significativo calo nei livelli di pirateria. L’esistenza di fonti alternative per il consumo illegittimo di contenuti assieme alla repentina apparizione di nuove piattaforme ha fatto in modo che il mercato degli streaming pirata si riprendesse rapidamente dall’intervento delle autorità. I nostri risultati quindi evidenziano prove sia di un’elevata elasticità per quanto riguarda questo mercato, sia per quanto riguarda le piattaforme che per gli utenti, che non patiscono lo spostamento dei canali dedicati. Il mercato, successivamente alla chiusura di kino.to, si è presentato come molto più frammentato e dunque potenzialmente più resistente a futuri interventi da parte della autorità.”

Combattere la pirateria è quindi un lavoro piuttosto difficile visto che ogni grosso organo di distribuzione, una volta posto sotto sequestro, riappare sotto forma di più piattaforme che raccolgono attorno a sé tutti gli orfani della precedente piattaforma.

Lo studio parla, in particolare, di un calo del 30%—wow—nelle abitudini di pirateria nei primi mesi successivi alla chiusura; il che è piuttosto impressionante. Purtroppo per i detentori dei diritti, però, nei mesi ancora successivi, la chiusura di kino.to ha generato l’apertura di altri 22 siti analoghi che non solo hanno riaccolto gli utenti di kino, ma molto probabilmente hanno generato, per ognuno, un bacino di utenza tutto nuovo. Una sorta di idra: secondo i fatti sembra che le autorità siano munite di spada ma non del fuoco necessario a cauterizzare defintivamente la testa del mostro.

Il dibattito a riguardo si è aperto anche in Italia, e il testimone della ricerca è stato portato avanti da Fulvio Sarzana, su Agenda Digitale, e Stefano Quintarelli, indipendente nella Lista Civica alla Camera con Monti. I due ribadiscono che se in Italia si vuole combattere la pirateria, non si può pensare che chiudere le piattaforme dedicate possa essere una buona idea.

Per cauterizzare la testa dell’idra, quindi, basterebbe chiudere i rubinetti dei soldi.

Quindi che facciamo? Stappiamo lo spumante, felici di poter stare tranquilli ancora per un po’ con i nostri siti adeguatamente riforniti delle nostre serie tv preferite? Tanto sicuro passeranno ancora un po’ di tempo ad arrovellarsi sulla questione prima di scoprire che il modo migliore per non farci piratare è allentare la pressione fiscale sulle infrastrutture che ci offrono legalmente questi contenuti.

Sicuramente possiamo stare tranquilli, ma lo spumante conviene tenerlo da parte ancora per un po’: c’è un’altra campana da sentire. Il dibattito si è aperto tra i suddetti Sarzana e Quintarelli e Matteo Flora, dirigente di una reputation company e, per dovere di cronaca, membro della schiera di quegli ‘altri’ che operano le segnalazioni di chiusura all’AGCOM.

In un post sul suo blog personale Flora spiega perché, benché lo studio non menta sui propri risultati, la realtà non sia proprio quella presenta da Sarzana e Quintarelli. Secondo Flora, per poter contestualizzare correttamente lo studio e dunque le sue conclusioni è necessario tenere in conto che la ricerca si basa sul tracciamento di un nucleo di utenza ristretto (5,000 individui) e piuttosto specializzato. Se io non sono un habitué del download illegale e domani chiudono il mio pusher preferito siamo sicuri che riuscirò a trovarne un altro affidabile in tempi ragionevoli?

Flora mostra poi che nei fatti sì, combattere la pirateria in questo modo serve, sia per la diminuzione del 30% nel breve periodo che per l’incremento della vendita legale del 2,5% (percentuale risibile, ma presente), ma spiega anche che ‘l’effetto idra’ è giustificato se, a seguito dell’operazione di chiusura, non si esegue un’operazione di monitoraggio e contrasto costante. Insomma, puoi arrestare un pusher, ma senza posti di blocco nei mesi successivi è comprensibile che le piattaforme tornino a farsi vive.

Come si muovono i soldi nell’ecosistema della pirateria? In alto i fornitori di banner pubblicitari, in basso le piattaforma con l’utenza. via Stefano Quintarelli

Nonostante le critiche di Flora, però, è (quasi) unanime l’idea che il modo migliore per combattere questo tipo di pirateria consista nel “seguire i soldi.” Infatti, benché si tratti di condivisione illegale e gratuita di materiale coperto da diritti d’autore, le piattaforme che offrono questi servizi lo fanno al fine di generare visite e dunque introiti a partire da banner pubblicitari. Per cauterizzare la testa dell’idra, quindi, basterebbe chiudere i rubinetti dei soldi.

Secondo numerosi paper, infatti, è dimostrato che a fronte della mancanza di introiti è riscontrabile un forte calo nell’attività di chi queste piattaforme le rende funzionanti, ovvero gli uploader di contenuti. Nonostante ciò, per Flora una misura preliminare di controllo e monitoraggio di questo tipo di attività aiuterebbe in maniera concreta la lotta alla pirateria, inibendo la fetta più importanti di pirati online, ovvero quella composta da utenti occasionali e non esperti, portati a farsi scoraggiare dall’assenza di contenuti pirata facilmente raggiungibili.

Per capire meglio il suo punto di vista ho chiesto direttamente a Flora cosa ne pensasse del colpire il mercato pubblicitario del sistema pirata, “È inopportuno pensare che la lotta a “chiudere i rubinetti economici” (il “Follow the Money”) porti a dinamiche molto differenti: non fa altro che spostare l’attenzione dai provider (che ospitano i contenuti) agli intermediari finanziari o più in genere ai soggetti economici (che gestiscono il flusso monetario di pubblicità o sottoscrizioni) che gravitano intorno all’attività illecita. In verità anche in questo caso per un intermediario – che una volta intercettato e segnalato smette di dare soldi ai siti – un altro è pronto a rimpiazzarlo. E già ora esistono servizi esteri “spregiudicati” e/o basati su criptovalute pronti ad accettare flussi monetari di dubbia provenienza. Nella pratica anche in questo caso il continuo monitoraggio, pattugliamento e segnalazione non possono cessare ma sono altrettanto necessari. Quindi, se vogliamo spostare l’attenzione dai provider agli intermediari facciamolo pure, ma cambierà solo l’oggetto del controllo e non il metodo – o la frequenza del controllo stesso,” mi ha spiegato.

In merito alla “corsa ai rubinetti” è stata presentata il luglio scorso una proposta di legge firmata da Quintarelli che suggerirebbe delle modifiche alle attuali leggi utili proprio a porre maggiore pressione su questo aspetto specifico. Purtroppo la proposta sta ancora aspettando.

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