
Yaya ama farsi fotografare, ma non raccontare la sua storia.
Tutte le foto di Anna Adamo/Cesura
Qualche tempo fa sono andata alla presentazione di un libro che si chiama Ragazzi cattivi e parla di alcuni ospiti di Kayros, una comunità milanese dove i giovani detenuti dell’istituto minorile Beccaria possono scontare parte della pena o finiscono come ultima spiaggia se non riescono a stare fuori dal carcere. Ovviamente il titolo è un po’ un gioco perché dentro sono raccontate in prima persona le vicende di ragazzi che ok hanno spacciato picchiato rubato ma alla fine sono buoni. È un libro molto toccante, e forse addirittura ve lo consiglio.
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Le storie che racconta sono extra-ordinarie: ci sono implicati la mafia e i narcos colombiani. Ma io volevo incontrare don Claudio Burgio, cappellano del Beccaria e gestore di Kayros, e qualcuno dei ragazzi perché degli abbellimenti editoriali poco mi fido, e perché da storie straordinarie c’è da aspettarsi un finale straordinario. Ma da tutte le altre?
Dopo averli contattati ho ottenuto un appuntamento alla sede di Vimodrone e il permesso di fare foto e parlare con i ragazzi—permesso tutt’altro che scontato in casi come questo, e definito dai gestori stessi “uno strappo alla regola.”
Quando arriviamo alla sede, i cancelli sono aperti su quello che sembra un comprensorio di malconce villette di periferia attaccato alla superstrada. Ci affacciamo su un corridoietto in fondo al quale un ragazzo con il berretto sta mangiando qualcosa di speziato, ma abbandona il pranzo per accompagnarci da don Claudio.
Il grande padre della comunità sembra abituato a rilasciare interviste, però in senso buono. Ci racconta che i ragazzi hanno fino ai 25 anni, e i più rimangono per circa due anni. “Alcuni vengono da noi per svolgere la ‘messa alla prova’,” ci dice. “È un percorso che implica la sospensione del processo: il ragazzo viene monitorato durante scuola, colloqui clinici, lavoro. Dura al massimo tre anni.” In caso di riuscita, il reato è estinto. Altri ragazzi sono qui in misura cautelare, in attesa del processo. Altri ancora stanno scontando parte della pena oppure sono ormai “liberi”, ma non sanno dove andare—se non di nuovo per strada. “Su più di 50 che abbiamo un terzo è rimasto volontariamente.”
C’è qualunque cosa, furto, spaccio, rapina, tentato omicidio e omicidio. “Si va di pari passo con il Beccaria: se fino a qualche anno fa c’erano più ragazzi italiani, negli ultimi due anni sono soprattutto stranieri, magari nati in Italia, con un genitore straniero e uno italiano.” A questi si aggiungono i minori stranieri non accompagnati che sono, secondo don Burgio, i più fragili, “perché prendono l’aiuto di chi glielo dà: le mafie si avvalgono di questi ragazzini, soprattutto nell’ambito dello spaccio. Per cui arrivano al Beccaria che nemmeno parlano ancora italiano, magari sono in Italia da tre settimane.”
Molti hanno un procedimento civile: ovvero, sono soli o a casa non possono stare. Un crescente problema è rappresentato dalle adozioni che non decollano, quando la famiglia si tira indietro e il ragazzo finisce qui. “Tutti quelli che troverai qui hanno situazioni estremamente difficili. Magari ora sono dentro per un procedimento civile ma delinquono dopo, quando escono.”
Quanto al consumo di sostanze, interessa il 95 percento dei ragazzi che finiscono al Beccaria, e quindi di rimbalzo qui. La maggior parte si ferma all’hashish, ma il problema maggiore resta l’alcol.
Perché, chiedo, con tutte le comunità che ci sono a Milano, i ragazzi all’ultima spiaggia arrivano qui? “Sono ragazzi […] con cui le comunità contenitive che piacciono ai giudici e agli assistenti sociali hanno fallito. Non hanno mai interiorizzato la legge.” Per rispondere a questo problema di consapevolezza, a Kayros si mette in atto un metodo rischioso e sperimentale: ti viene consegnata una casa che don Burgio stesso ha rinominato “il tugurio” e sei tu a dover trovare un modo per venirne fuori. Devono intuire da soli cosa serve per vivere insieme: “per esempio, ieri sera si sono accorti che bisogna fare i turni per pulire il bagno, perché fa schifo.” Se falliscono qui, molti se ne tornano in carcere.
Secondo il gestore ai ragazzi ci vuole anche un mese per aprirsi, ma noi abbiamo solo “l’eccezione alla regola” di oggi e dobbiamo provare. Entriamo nelle nuove strutture per i minorenni (aka no internet), e ci viene incontro Jérôme—il nome è stato cambiato su richiesta del ragazzo—che ci invita a sederci, mettendosi poi a capotavola. Tutti gli altri ragazzi con cui abbiamo parlato si sono inseriti nel discorso più o meno spontaneamente, o bazzicavano per il giardinetto e chiedevano cosa facessimo.
Arrivavano da soli o in piccoli gruppi, urlandosi contro e sfottendosi come una classe di liceo e scomparendo in continuazione alla ricerca di sigarette. Una cosa che mi ha colpito è la facilità con cui snocciolavano termini tecnici: “minori non accompagnati”, “coimputati a giudizio”, “prosieguo amministrativo”. In molti casi però avere delle risposte complete è stata una questione di ore, sfinimento (esempio: “Perché hai cambiato così tante comunità?” “Perché sono una persona nomade.” “Ok quindi ora cosa fai qui?” “Sto seduto.”) e prove da superare. Proprio per questo motivo, le interviste sono state editate in modo da mantenere il filo logico che spesso andava perduto.
Un ragazzo di Kayros che non è Jérôme.
VICE: Quanti anni hai e cosa fai qua?
Jérôme: Quanti anni mi dai?
Non lo so. Ventitré?
Ho 17 anni.
Vuoi raccontarci la tua storia?
Dunque, io sono in comunità da sette anni, ne ho girate diverse. Prima era per un procedimento civile, ora è per un processo penale. Perché io sono un bravo ragazzo: non ho fatto nulla, sono innocente come dicono tutti [ ride]. Ora alla Kayros sto facendo una misura cautelare, ma poi quello che viene nel futuro solo Dio può saperlo.
Senti mi mette ansia quel signore seduto lì [ l’educatore], non riesco a raccontare. È troppo furbo per i miei gusti, si è messo lì a mangiare apposta.
Dai, usciamo. Ma perché dovrebbe voler sentire quello che dici?
Se tu cominci a vivere qua diventi paranoica. La cosa in cui sono bravo nel campo è la manipolazione, e lì la base è che devi essere paranoico. Io non mi fido di nessuno, e poi devi saper guadagnare la fiducia di un’altra persona per fotterla. Io l’ho usata male in questi anni, adesso la uso con sincerità.
Come sei arrivato in Italia? Mi dicevi che sei originario del Camerun e che sei venuto qui quando avevi dieci anni. Ma non eri piccolo per viaggiare da solo?
Sono arrivato con Air France. Cosa vuol dire, che non avevo due gambe? Dalle mie parti ti dicono che sei piccolo fino ai tre, quattro anni, poi sei grande. E non ero solo, sono arrivato con mia sorella gemella. Inizialmente siamo andati da un mio zio, però non ci siamo trovati bene—ma non ti voglio dire perché. Quindi, quando avevo 12 anni ci hanno messo in una comunità. Ma ci hanno diviso, perché già da solo sono diabolico, e mia sorella è troppo uguale a me. E da allora continuo a girare.
Com’è stata la tua esperienza con le comunità per l’accoglienza dei minori? Ne hai girate cinque, ti sarai fatto un’idea.
Funzionano bene, ma devono stare attenti: perché se tu metti in una comunità un ragazzo, gli spieghi le regole e poi tu educatore le regole le rigiri come vuoi, questo ragazzo diventa antisociale e non capisce le regole. E io sono un grande precisino di merda: li studiavo per qualche mese e poi tiravo su un muro e cominciavo a piantare grane, e infine scappavo.
Ok. Però adesso sei qui per un processo penale per tentata rapina, rapina e furto d’auto, no?
Diciamo che questo è quello che si sa. Quello che non si sa l’avevo fatto io con due o tre persone fidate, con cui sapevamo come muoverci. Invece quella volta son stato beccato perché non ero io a gestirlo ma persone che avevo appena conosciuto, eravamo in metà di mille. Ed era un bar in cui avevano fatto una rapina qualche sera prima, e lo sa anche un bambino che non si fa una rapina due volte nello stesso posto.
Lorenzo, 19 anni
VICE: Come ti trovi qua?
Lorenzo: Io qua sto bene ma odio gli sbirri. E odio anche i tossici. Mi fanno schifo.
Dove sei cresciuto?
A Baggio. Ho fatto la terza media e mi hanno bocciato quattro volte, ho fatto le serali ma nemmeno lì volevano darmi il diploma. Poi ho fatto un po’ di rapine, spaccio, tutte le minchiate che si fanno a 14 anni. Be’ ovvio non se vivi in centro, ma nel mio quartiere le fanno tutti.
Sei qui da due mesi, quanto devi rimanerci ancora?
Devo farne ancora sette. Sono in ballo dal 2013 però, sono scappato da quattro comunità nel 2014. Primo ero al Beccaria, ho fatto un mese poi mi hanno trasferito al carcere di Napoli e ho fatto un mese lì, poi mi han trasferito a Bologna.
Perché tutti questi spostamenti?
Perché eravamo quattro coimputati a giudizio, e il PM aveva dato il divieto d’incontro, quindi non potevamo stare nello stesso carcere. Ha mandato uno a Torino, uno a Roma e me a Napoli. Ci hanno definito una banda ma erano solo ragazzi del mio quartiere, siamo cresciuti insieme, abbiamo fatto la scuola e pure la galera insieme. Tutto insieme abbiamo fatto. Però siamo finiti anche sui giornali e a Lucignolo come banda.
E cosa avevate fatto insieme per esser quattro coimputati a giudizio?
Un paio di robine, un paio di aggressioni, è capitato.
Ma eravate davvero una banda?
No, no ma che banda, eravamo una compagnia. Uscivamo insieme a bere. Solo che se fai qualcosa in più di quattro ti dicono che sei una banda. Noi andavamo all’Arco della Pace la sera a fare le tarantelle con gli altri. Perché non avevamo niente da fare, non andavamo a scuola.
Cosa intendi per aggressione?
[ Ride] Be’, devi cercare il pretesto giusto. Mi guardi, io ti dico che cazzo guardi, per strada no, ma se ci becchi all’Arco della Pace o sui Navigli tutti storti, ti picchiamo.
Mi hai detto che cinque giorni fa ti è arrivata un’altra denuncia. Quindi non è stata l’unica volta che ti hanno sgamato, no?
Ma va, mi hanno sgamato quasi tutte le volte. Però questa è arrivata da uno di Quarto Oggiaro, capito, uno di quartiere che mi fa una denuncia per aggressione, non ha senso. Capita, le prendi, o le dai. Anche io le ho prese ma non sono mai andato dalla polizia o dai carabinieri a dire qualcosa. E questa qua è la mia storia.

Ayoub, 19 anni, a sinistra
VICE: Che ci fai qui?
Ayoub: Io sono contento di raccontarti la mia storia: sono marocchino, sono venuto qui da solo a gennaio dei 2013 perché da noi non ci sono soldi, non si sta bene. Adesso qui studio, bisogna studiare per lavorare e avere un futuro.
Come sei arrivato in Italia?
Si paga tanto, 6.000 euro. C’è uno che ti porta come se fossi suo figlio, ti dà dei documenti falsi. Sono venuto con la macchina, col traghetto dal Marocco alla Spagna e poi altri tre giorni di strada. All’inizio sono andato da mio fratello, poi lui mi ha portato dai carabinieri di Segrate, che mi hanno portato in comunità. Ho il prosieguo amministrativo.
Cosa studi?
Ho appena finito la scuola per elettricista, e ora cerco lavoro. Mi piace fare l’elettricista, ma a volte coi fili è difficile, devi ricordarti dove sono. Tra un mese mi spostano tra i maggiorenni, poi appena faccio soldi me ne vado.
Sei in contatto con la tua famiglia?
Sì, sì, la sento ogni tanto, fine settimana, quando ho soldi.
Ti trovo molto sereno. È difficile integrarsi?
La prima difficoltà è la lingua. Io a Milano ora sto bene, ma se esco da Milano mi perdo, non sono mai uscito da solo. Speriamo in bene. [ Arriva un ragazzo che si addormenta con la testa sulle gambe di Ayoub. Ayoub lo indica] È appena tornato da scuola, è stanco. Io invece mi annoio senza fare un cazzo, sono abituato a svegliarmi presto.

Feta, 18 anni, è in basso in mezzo. Marouane, 20 anni, è in basso a destra.
VICE: Tu come ti chiami?
Feta: Facciamo cambio di telefono. Mi chiamo Feta.
No, il telefono mi serve. Cosa fai qua?
Aspetto che l’autista con il BMW mi rivenga a prendere. Mi offri lavoro?
Guarda non è che l’editoria funzioni benissimo. Mi racconti la tua storia?
Marouane: Non ce la fai. No, non riesci a parlare con lui. È difficile in questo posto parlare con le persone.
Eh. Quanti anni hai?
Feta: In Albania o qua?
Tutt’e due.
Lì 30, qua 18. Sono cresciuto a Valona. Non mi piaceva quello che facevo in Albania, non mi piaceva la vita che facevo. Se hai 5.000 euro ti ci porto però. Sono arrivato qua due anni fa, e tre o quattro giorni dopo essere arrivato in Italia ero qua in comunità.
Ma hai fatto qualcosa per essere qua o è per il civile?
[ Ride] Sono due anni che sono qua dentro, ma non ho altro posto dove andare. Quelle cose le ho fatte, ma adesso sono libero. Sto cercando un lavoro per uscire, mi va bene un lavoro qualunque. Basta che paga. Qualsiasi. Sono disponibile.
E tu, ci racconti anche tu la tua storia?
Marouane: Sono nato in Marocco, poi sono andato in Spagna e sono arrivato qua nel 2005, dove mio padre già viveva, però dopo un po’ ci ho litigato. Allora sono tornato in Spagna. Ci sono rimasto tre anni, poi nel 2010 sono tornato in Italia. Però sono sempre in contatto con la mia famiglia.
Mi hai detto che la tua pena è terminata e che sei qui da due mesi e mezzo, mentre cerchi lavoro. Ma perché sei finito in carcere?
Ho scontato due anni e due mesi di messa alla prova in altre comunità, perché mi avevano messo dentro per spaccio.
Cosa spacciavi?
Cocaina a Milano.
Nel libro che ho letto molti spacciano per avere i vestiti belli. Tu spacciavi perché?
Per sopravvivere.
Come si entra in un giro di spaccio?
Guarda, credo che te lo possiamo raccontare tutti qui. Io sono sempre stato con i miei paesani, sempre Corvetto, San Siro, Cermenate. Sono tutti lì e per lavorare non serve molto. Ti danno i contatti, poi ti danno la roba a credito. Io non lavoravo solo a Milano. Quello che ti serve per spacciare, la cosa più importante, sono i tossici, tutti i loro numeri, nient’altro.
E poi cosa è successo?
E poi hanno fatto una retata la prima volta e mi hanno rilasciato, e invece la seconda mi hanno arrestato a Vigevano, sono entrati dove eravamo tutti. Non mi ricordo bene cosa sia successo. Avevo due assistenti sociali, mi hanno portato al CPA, sono rimasto lì 94 ore, il giudice mi voleva mandare in carcere, ma l’assistente sociale gli ha detto che non poteva mandarmi in carcere perché avevo già altri problemi: avevo scoperto che mio padre era sposato qua e aveva un’altra famiglia. Mi hanno mandato in una prima comunità e poi un un’altra dove non stavo bene.
Ti trovi bene qui?
Per niente. Non so se hai visto com’è conciata questa casa.
Mi ha detto il Don che è un metodo per educarvi a tenere pulito.
Mah. No, fa schifo.
Durante la presentazione del libro, trovavo qualcosa di perverso nell’essere parte dell’ennesimo evento in cui la società compiange e perdona le sue vittime e capri espiatori. In cui gli adulti interpellati perdonano il ragazzino che gli ha rubato il portafogli perché a) quel ragazzino vuole cambiare e b) quel ragazzino ha esercitato il diritto alla sopravvivenza e l’ha fatto in modo picaresco e violento. C’era quella confusione di scusa, no, scusa tu.
Ci sono storie che, come società, ci fa meno piacere raccontare. Quelle di chi non è abbastanza interessante, quelle di chi non è eroico, o ci dice chiaro e tondo che lui, se ci parla ci parla per fotterci.
A me Lorenzo mi stava simpatico. Mi piaceva proprio. Mi ha detto che menava la gente, ok, ma non esistono ragazzi cattivi, no? Ma dato che nel libro non l’ho trovato (certo, qui a Kayros è arrivato da poco, ma non sarà il solo con una storia simile), sono andata su internet: e internet mi ha detto che scontava la pena della baby gang di via Creta appassionata di rap e accusata di una serie di “pestaggi in stile Arancia meccanica“. Certo, don Burgio mi ha detto che “la maggior parte ha capito e riesce a superare le difficoltà in maniera diversa.” Ma queste non sono cose che si mandano giù come nulla prima di cena. E perciò, forse non finirà mai in un libro.
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