Cosa si prova a togliere la vita a qualcuno?

In genere si pensa che la società occidentale sia più lontana dalla morte che in passato, nonostante il continuo bombardamento di violenza a cui è sottoposta da parte dei mezzi d’informazione. Ma com’è togliere la vita a un’altra persona? Quali sono gli aspetti dell’uccidere che Hollywood non è mai riuscita rappresentare? Dopo molte telefonate e molte ore passate a fare ricerca su internet, ho trovato quattro tizi disposti a raccontarlo. Queste sono le loro storie, raccontate con le loro stesse parole.

Illustrazioni di

Molly Rose Dyson

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L’automobilista

Il momento più brutto della mia vita risale all’estate del 2014. Erano le nove e mezza di sera e stavo tornando a casa passando per un quartiere piuttosto malfamato, pieno di strip club e alberghi a una stella. Mentre svoltavo, all’improvviso mi si è parato davanti un uomo sui 50 o 60 anni, con i capelli brizzolati, alto e allampanato. Ho pensato, Oddio, ora lo tiro sotto, e ho suonato il clacson. Aveva il tempo di spostarsi, ma ha continuato a camminare alla stessa velocità. Così ho frenato di colpo e ho cercato di sterzare, ma l’ho preso in pieno.

In meno di un secondo ho sentito il rumore dei freni, il frastuono di vetri che si rompevano e di qualcosa di metallico che rotolava per terra. Mi sono precipitato fuori dall’auto. L’uomo aveva perso conoscenza e aveva la gamba destra letteralmente spappolata all’altezza della tibia. Alcuni passanti si sono fermati e qualcuno mi ha chiesto cosa poteva fare. Io ho risposto di chiamare il 911.

Più tardi, quando sono tornato a casa, mio padre ha ricevuto una telefonata della polizia. L’uomo che avevo investito era morto. Nei giorni successivi ho cercato di andare avanti con la mia vita di sempre e mi sono confidato soltanto con poche persone. Ma a quanto pare mia madre aveva altri progetti, e ha informato tutta la famiglia dell’accaduto. Due settimane dopo, al matrimonio di mia sorella, tutti i miei parenti mi abbracciavano e continuavano a ripetermi che non avevo fatto niente di male. Io volevo solo che tutto tornasse alla normalità. La cosa ironica nel dimenticare è che non si può farlo a comando. Penso ancora a quell’uomo, ogni giorno. Che cosa starebbe facendo adesso, se non mi avesse incontrato?

Sono stato multato per eccesso di velocità, ma il caso non è ancora arrivato in tribunale.

Il soldato

Vengo da una piccola città. Mi sono diplomato nel 2005 ed ero così pieno di testosterone che l’unica cosa che potevo fare era arruolarmi come volontario nell’esercito. I militari pensano tutti di essere meglio degli altri in virtù della capacità di sopravvivere a tutte le difficoltà che incontrano, e questo si traduce in una mentalità da liceo dove nessuno vuole essere l’ultimo a perdere la verginità. Litigavamo anche nel decidere chi sarebbe stato il primo a uccidere qualcuno. In quei momenti non si pensa mai a cosa si prova nel togliere una vita o a come ci si sente dopo.

A me è successo nel 2007, la notte prima della festa della mamma. Ricordo solo che ero insieme al mio caposquadra e a un altro commilitone, e guardavo attraverso il mirino del fucile. Quando uno degli uomini che tenevamo d’occhio si è alzato in piedi, per me era solo un bersaglio che spuntava all’improvviso. Ho sparato. Abbiamo ucciso sei nemici. Altri due sarebbero poi morti in ospedale.

I nostri compagni sono arrivati e hanno recuperato i cadaveri, dopodiché siamo tornati al campo base. Tutti i nostri commilitoni si sono congratulati con noi. Ma nelle settimane successive ho iniziato a capire che avevo ucciso delle persone. Persone vere, non bersagli. Mi ricordo che mi sono chiesto se da qualche parte ci fosse una bambina irachena in lacrime perché il padre non era più tornato a casa, o una moglie che aveva perso per sempre il marito.

Sono rimasto lì così tanto tempo che ho smesso di preoccuparmi della morte. Non ne avevo paura ed ero pronto ad accettare tutto quello che mi sarebbe potuto capitare. Ma quando ho capito che avevo privato un uomo della vita è stato terribile, perché mi ha riportato alla mente la possibilità di venire ucciso a mia volta.

Il figlio

I miei si sono separati quando avevo quattro anni, ma mio padre non è mai uscito dalla mia vita. Durante le feste continuava a partecipare alle cene di famiglia. Ogni Capodanno e ogni Giorno dell’Indipendenza, io e mio padre ci sedevamo sul molo a guardare i fuochi d’artificio sul cielo di San Francisco e parlare di storia americana e mondiale. Fino all’anno scorso.

Alla fine, i suoi polmoni stavano collassando e non gli arrivava abbastanza ossigeno. Il giorno prima che lo ricoverassero, i medici si sono riuniti per decidere il da farsi. Lui non voleva farsi attaccare a un respiratore, ma non c’era molto altro da fare.

Circa quattro ore prima che morisse l’ho messo a sedere. Mi ha preso le mani, mi ha detto, “Vorrei staccare l’ossigeno,” e mi ha abbracciato. Si è tolto la mascherina, e io ho detto all’infermiera di lasciarci soli. Poi l’ho aiutato a sdraiarsi e gli ho tenuto la mano.

Non ricordo esattamente quand’è che i suoi occhi hanno smesso di muoversi, ma non si sono mai chiusi. Respirava ancora, piano, ma non era più lì con me. A quel punto mi sono accorto che la sua mano era del tutto immobile, ma in maniera diversa rispetto a quando si è solo addormentato. Continuavo a ripetere tra me e me: Tu hai avuto me e io ho avuto te fino alla fine, e poi, Mi mancherà parlare con te.

Dopo mi sono messo a fare avanti e indietro per la stanza con la testa tra le mani, chiedendomi cosa sarebbe successo. Ho messo tutte le sue cose in un sacco della spazzatura, e le ho portate fuori. Sono sicuro di aver fatto la cosa giusta. È stato lui a scegliere; io l’ho solo aiutato ad agire.

L’adolescente

È successo in campagna, nel nord della Florida. Avevo 18 anni, ma non uscivo mai e non andavo mai alle feste, quindi come al solito quella sera ero a casa da solo davanti al computer. Verso le nove ho sentito rompersi la finestra del soggiorno.

Ad essere sincero, non credo di essermi fermato a pensare sul da farsi. Ho afferrato il fucile scarico che tenevo sotto il letto, sono corso a prendere le munizioni nascoste nel cassetto del comodino e l’ho caricato. Fatto questo, ho chiamato il 911 e ho detto all’operatrice che qualcuno si era introdotto in casa mia. Mi stava giusto dicendo di non reagire, quando il ladro è entrato in camera. Avevo il fucile puntato contro di lui. Mi sono spaventato e gli ho gridato di andarsene. Lui è rimasto fermo di fronte a me, a guardarmi, come se stesse decidendo cosa fare. Poi, all’improvviso, si è mosso e ha estratto una pistola.

Questa è la parte che mi spaventa di più: non ho esitato nemmeno per un attimo. Non appena la sua mano ha toccato la pistola, ho sparato. Il primo colpo gli ha distrutto la gabbia toracica e la spina dorsale. È caduto a terra. Il secondo colpo gli ha aperto in due la testa. L’operatrice del 911 era rimasta in linea, e continuava a dirmi di rispondere. Era agitata. Quando ha sentito di nuovo la mia voce dall’altro capo del filo, è sembrata molto sollevata. Le ho detto che stavo bene, e che il ladro era morto. È rimasta a parlare al telefono con me finché non sono arrivati i poliziotti.

Dopo sono uscito sulla veranda insieme a mio nonno. Ricordo solo di aver pianto e vomitato. L’idea di aver ucciso qualcuno era troppo pesante. Va contro la natura dell’uomo arrogarsi il diritto di togliere ciò che solo Dio può dare agli uomini. Ma, se mi ritrovassi nella stessa situazione, premerei di nuovo il grilletto.

Segui Julian Morgans su Twitter: @MorgansJulian

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