Cosa significa “terrorismo” nel 2013?

Mercoledì, a Londra, il militare Lee Rigby è stato brutalmente ucciso da due uomini muniti di coltelli e mannaia. Prima di essere colpiti dagli spari della polizia, gli aggressori hanno provocato i presenti chiedendogli di fare foto e riprendere la loro filippica ideologica. Ne è seguita una bufera mediatica, coi repoter che facevano a gara per pubblicare tweet e video amatoriali in una corsa disperata a informare sull’ultimo presunto attacco terroristico. Ma cosa vuol dire oggi “terrorismo”?

Glenn Greenwald è giornalista, avvocato ed esperto della sicurezza, e il suo nome rientra tra quelli dei promotori di un’indagine sul trattamento di Bradley Manning. L’ho chiamato per sapere se pensa che “terrorismo” sia ormai un’etichetta per ingigantire i crimini commessi dai musulmani.

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VICE: Ciao Glen. Cosa ne pensi della reazione dei media all’omicidio di Woolwich?
Glen Greenwald: I vari media hanno reagito in modo piuttosto uniforme all’attacco, e secondo modalità tipiche per questo tipo di incidenti—ovvero affermando che si è trattato di un attacco terroristico, e urlando allo scandalo per un atto barbarico senza precedenti accaduto sotto gli occhi di tutti.

Pensi sia stato un attacco “terroristico”?
Il significato della parola terrorismo, quando è usata principalmente dai media, è quello di un attacco i cui colpevoli sono musulmani, mossi da ragioni politiche o religiose. Penso che, nel momento in cui si è capito che i colpevoli erano musulmani (visto l’“Allah Akbar” durante l’attacco), i media hanno immediatamente parlato di terrorismo e i politici hanno fatto lo stesso. La premessa è che, se la violenza è perpetrata dai musulmani contro l’occidente, a scopo politico, è definita “terroristica”, ma ciò non vale per il contrario. È comune definirli “attacchi terroristici” senza includere nella definizione tutte le violenze che gli USA e la Gran Bretagna hanno commesso negli ultimi dieci anni.

Come, ad esempio, l’assassinio di un musulmano per motivi razziali. Questo non è stato etichettato come terrorismo.
Esatto, anche se i crimini di odio hanno ormai chiari obiettivi politici—sono pensati per terrorizzare le varie comunità; per esprimere ogni sorta di opinione politica—raramente vengono chiamati “terrorismo”. Prendiamo quello che ha fatto Anders Behring Breivik in Norvegia, per diverse ore i media occidentali hanno continuato freneticamente ad insinuare che i responsabili fossero terroristi islamici e, appena si è saputo che il colpevole non era musulmano, la parola “terrorismo” è scomparsa. Questo anche se Breivik aveva un chiaro scopo politico, che cercava di perseguire con terrore e violenza. Penso che la parola “terrorismo” sia ormai quasi esclusivamente riservata ai musulmani.

E naturalmente questo cambio di significato ha enormi conseguenze. Spesso sanguinose.
Sì. È un termine usato per giustificare qualunque cosa: mandare gente in galera; mettere taglie su una testa; iniziare guerre. Il fatto che “terrorismo” sia diventato un termine univoco permette alle autorità di prendere provvedimenti alquanto dubbi.

In pratica dà a uno stato il potere di fare ciò che vuole, perché il termine “terrorismo” respinge ogni obiezione. Quando i media incoraggiano l’uso propagandistico di questo termine, non fanno altro che lasciare carta bianca alle autorità inneggiando a “fermare il terrorismo”.

È diventato una sorta di parola-ombrello per il male assoluto. Se tutti gli atti di violenza nei nostri confronti sono etichettati così, ma ciò non avviene con nessuno di quelli che commettiamo noi, si continua a promuovere l’idea che la nostra violenza sia giustificata e che noi siamo civilizzati e nobili, mentre “quelli là” sono primitivi, brutali e cattivi. Così, il dibattito si annulla.

Cosa pensi succederà?
È difficile a dirsi. La cosa sorprendente è che la guerra al terrorismo dura ormai da 12 anni, se si considera l’attacco dell’11 settembre come data di inizio. E ogni volta che c’è un nuovo attacco andato a buon fine, o un nuovo attacco tentato, viene continuamente chiesto di fare di più in nome della sicurezza e della lotta al terrorismo. Non si arriva mai al punto di dire, ok, abbiamo fatto abbastanza, accrescendo il potere degli stati, giustificando altra violenza e conferendogli legalmente più autorità.

Il timore riguarda ciò che potrà succedere a livello di governo: la possibilità che venga richiesto di legalizzare una maggiore sorveglianza sulle comunità musulmane; le leggi per giustificare maggiori poteri, e quindi aumentare il consenso per nuove azioni militari, anche se questa è la causa principale di altri attacchi. È questa l’ironia della lotta al terrorismo: tutto ciò che viene fatto per fermarlo, in realtà, lo alimenta.

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