Per “falso emo” italiano intendiamo quello che viene in mente a chiunque non abbia mai sentito i cognomi “Kinsella” e “Picciotto”—e cioè la stragrande maggioranza degli italiani. Intendiamo quello di Netlog e di Myspace. Quello delle frange e dell’eyeliner. Quello dei dARI, dei Lost, dei Finley e dei Vanilla Sky. Quello che per un paio d’anni sembrò poter diventare pop, e poi no.
Come tutti i fenomeni culturali e stilistici nati negli Stati Uniti, l’emo arrivò in Italia un po’ più tardi rispetto al resto del mondo. Facciamolo cominciare negli anni Novanta, decennio in cui gruppi come The Offspring, blink-182 e Green Day piegarono l’urgenza del punk in una forma digeribile dal grande pubblico. Le componenti della loro musica erano tre: melodia, brevità, voce lagnosa. Come tre, semplificando, erano i messaggi che lanciavano. Il primo: “È ok essere stupidi, correre nudi per strada, dire cazzo, culo e figa“. Il secondo: “Sentirsi tristi per i propri difetti e i propri fallimenti è ok tanto quanto sentirsi incazzati, trova orgoglio nel tuo essere strano“. Il terzo: “La politica e il potere? Bleah“.
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