Death Pits – Il librone delle torture

Tim Barber, ex photo editor di Vice e ideatore di Tiny Vices, ha appena pubblicato quello che è potenzialmente il miglior libro d’arte di tutti i tempi, che è appena uscito per la sua casa editrice TV Books. È l’esatta riproduzione di un quaderno condiviso da tre ragazzini di prima media intorno ai primi anni ’80, quaderno in cui hanno collezionato le loro personali “Death Pits” (Camere delle torture, Ndt), dei disegni a pagina intera di luoghi di tortura super complicati riprodotti con i pastelli a cera e le matite colorate. Il prodotto finito occupa un posto a metà tra l’Inferno di Dante, Le 120 Giornate di Sodoma, e la mappa di Ghosts and Goblins, se solo fossero stati filtrati attraverso le testoline incasinate di un adolescente medio in piena pubertà. Proseguite oltre per leggere un’intervista a Tim sull’argomento.

Vice: Ci racconti come hai scoperto Death Pits?
Tim Barber: Aspetta, cos’hai detto?

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Death Pits, il libro che hai appena pubblicato?
Per un attimo ho pensato che avessi detto Death Beds. Che sarebbe un altro grande libro, credo—un libro fatto di scatti di diversi letti di morte, non male, no?

Sono d’accordo. Ma mi vuoi raccontare di Death Pits?
I disegni mi sono stati mostrati nel 2005 da un misterioso personaggio di Vancouver di nome Gary LaChance. Avevo appena lanciato il mio sito e lui mi ha spedito due scansioni di questi disegni che lui e il suo amico avevano fatto alle medie durante le ore passate in punizione. Li ho trovati meravigliosi–mi ricordavano molto i disegni che io stesso facevo a quell’età. Hanno un che dell’estetica di Super Mario, solo che sono zeppi di torture brutali e malate e di scene di uccisioni. Ho trovato molto interessanti anche i numeri sparsi tra le pagine, chiaramente associati alle persone torturate. Non avevo mai incontrato questo ragazzo, ma gli ho subito risposto chiedendogli delle spiegazioni, e se gli andava di spedirmi altre scansioni. Così lui ha cominciato a spedirmene sempre di più.

Alla fine quante te ne ha spedite?
Ci sono 33 distinte Death Pits. Tutte le pagine sono numerate, così come ogni singolo personaggio al loro interno, anche se credo che ad un certo punto i ragazzi si siano impigriti, perché hanno smesso di numerare le persone ritratte. Però prima di smettere sono arrivati a 334. Che è il loro conteggio finale dei morti.

Alla fine Gary mi ha spedito i disegni originali, che erano tutti conservati perfettamente in un raccoglitore, ordinati dal numero 1 al numero 33. Il retro di ogni disegno—che ho scansionato e riprodotto per il libro, così che fosse assolutamente fedele all’originale—è forse la parte migliore. I disegni infatti sono stati fatti sul retro di appunti di lezioni e compiti a casa non finiti e uno è sul retro di un invito ad una festa di compleanno. Danno proprio il senso di quanto fossero giovani quando li hanno disegnati, perché i compiti a casa sono ridicoli, tanto sono semplici.

Ma tutti i tipi che vengono uccisi sulla sedia elettrica/schiacciati da coni appuntiti corrispondono a persone reali?
Gary mi ha raccontato che tutte le persone ritratte sono vere e proprie persone che facevano parte delle loro vite, ma lui e i suoi compari si erano inventati questo codice pazzo per creare dei nomi falsi per ognuno di loro. Quindi sul retro di ogni disegno ci sono queste liste di nomi che corrispondono ai loro insegnanti o a dei vecchi compagni di classe che odiavano.

Il che rende tutto una specie di reliquia del passato.
È proprio una di quelle cose che, dopo Columbine, avrebbe fatto sì che questi ragazzini venissero spediti dritti dritti da uno psicologo. Ma ai tempi non succedeva niente del genere.

Un’altra cosa davvero interessante è la ricorrenza ossessiva di telecamere, che sono presenti in ogni stanza. Quindi i ragazzini non si erano soltanto inventati tutte queste stanze di tortura, ma avevano anche capito come funzionavano davvero le cose. Ci sono anche tutti questi canali e tubi che vanno da una camera all’altra per trasportare il sangue, e man mano che si prosegue con il libro i percorsi diventano sempre più intricati.

Una delle mie cose preferite si trova sul retro di una pagina, ed è una lista di idee di tortura, che recita:

Tazza di te bollente
Mollette per bucato
Strizzare
Congelamento-ghiaccioli
Vasca piena di lava
Rastrello
Stuzzicadenti
Mazza
Matite
Piccone
Coltelli
Pale di elicottero
Stelline Ninja
Spillatrice della birra
Compasso
Forca da giardinaggio
Rullo compressore a vapore
Ruote di carro armato
Temperamatite
Forno
Macchina da cucire
Tritacarne
Puntine da disegno
Freccette
—e sono tutti scritti in matita, mentre alla fine hanno aggiunto, in penna rossa, “Allevamento di api.”

Ah ah ah, che meraviglia. Mi piace il fatto che è ovvio che si trovassero in classe quando cercavano di pensare a degli oggetti di tortura, e probabilmente avranno pensato qualcosa tipo “Mmmm, temperamatite, compasso, cucitrice…” È stranissimo che siano arrivati a concepire 33 diverse stanze, è un numero con una marea di significati nascosti di tipo massonico–credi che abbiano sempre pensato a quel numero fin dall’inizio?
Lo dubito, perché all’epoca avranno avuto 11, forse 12 anni. E poi se dai un occhio alla fine del libro puoi capire che stava arrivando l’estate e che magari non avevano semplicemente più voglia di continuare. Gli ultimi quattro disegni sono praticamente incompleti.

È un peccato. Chissà come sarebbe potuto andare a finire.
Sì. Un po’ come per Il Trittico del Giardino delle Delizie di Hieronymus Bosch, ma con il Dolce Forno della Harbert al posto dei diavoletti.

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