I veri tesori proibiti dei videogiochi

Mondi incredibili, dimensioni magiche, situazioni colorite: questo è il variegato e languido pianeta dei videogiochi. Ovviamente tutti voi, nella vostra vita, avrete giocato e giocherete tuttora con un aggeggio elettronico tra le mani. C’è chi non ha mai smesso, mentre varie e annose sono le polemiche sulla violenza/deficienza indotta da tali apparecchi—polemiche che la scienza cerca inutilmente di sedare, e che restano una cartina al tornasole per capire dove inizia la percezione del gioco e dove finisce la realtà. Si è arrivati a un punto in cui il videogioco sembra dover essere noi stessi, i confini tra pupazzetto ed essere umano si confondono e i livelli di interattività si sviluppano sempre di più, come a passare ripetutamente dalla veglia al sonno. Insomma, tutto è pronto per l’ennesima annunciata conquista dello schermo, per entrarci dentro definitivamente alla Tron e viceversa.

Ecco, sì, però tutta questa tecnologia ludica in eccesso a un certo punto ti fa venire voglia di metterti in un angoletto ad aspettare che il consumatore si stufi, i prezzi si abbassino, le cose diventino apparentemente obsolete per poi svilupparle e vederle da un’ottica diversa. Io sono per l’avanguardia in ogni caso, ma credo che questa derivi più che altro da un modo di utilizzare il mezzo, qualunque esso sia. Come ben sapete, metà delle cose che sono di dominio pubblico a livello di tecnologia più in voga le ha già magnate digerite e cacate che so… l’esercito americano? Insomma, sono già tecnologie del cazzo. Poi arrivano a noi che le usiamo per un quarto perché, ovviamente, compare subito un’altra tecnologia a soppiantare la precedente. Ecco perché a tutti questi giochi io preferisco l’approccio futuribile su quelli improponibili. Diciamo sul Post-videogame, quando il pane tornerà polenta a causa dei vari bordelli economici e l’assenza di finanziamenti costringerà tutti a giocare solo coi videogiochi del telefonino Nokia più scrauso.

Videos by VICE

Ed ecco, volevo andare a parare proprio qui. Ricordando che la rubrica mi permette di parlare da solo, il mio gioco preferito ultimamente è proprio un giochetto del mio Nokia da 30 euro. Ovvero Forbidden Treasures.

A vederlo bene sembra una cacata, ma in realtà è un pozzo di sintesi. Un tempio con pagoda ci introduce al gioco accompagnato da una musichetta maniacale di circa quattro note: la grafica ricorda senza dubbio uno scenario 8bit, al massimo 16bit vicino alla roba Super Nintendo—ma sicuramente non per i comandi, che sono primitivi come una clava. Consiste principalmente in un omino che, cappello in testa e zappa alla mano, scava nel terreno alla ricerca di tesori che gli fanno salire il punteggio. Ovviamente non lo fa senza essere ostacolato, anzi: ci sono dei fuocherelli che, nello scavare, salgono dal basso per “seccarlo”, e spesso e volentieri lo inseguono tipo i fantasmini del Pac Man. Uno pensa che per vincere basti evitarli, invece a volte ti devi buttare nel fuoco; magari perdi un po’ di vita, ma recuperai senza dubbio i tesori. Bisogna correre come assassini, senza voltarsi indietro, un po’ alla Sodoma e Gomorra, e se ti dice bene riesci anche a incastrare questi fuocherelli maledetti fra una zolla e l’altra—ma è cosa molto rara, più facile la morte. Appunto: per scongiurarla basta cercare i cuoricini (l’amore, in pratica: cosa se non l’amore fa sopravvivere nelle avversità?) adibiti a far andare avanti per un altro po’. Diciamo che è una bella metafora della vita: scavi scavi e non trovi un cazzo, poi superi i fuochi dei cadaveri sulla pira, anche e soprattutto buttandotici dentro, e una volta trovati i tesori devi saperli gestire, altrimenti perdi tempo e ti viene la schermata arancione “hai perso”, che non fa piacere a nessuno (almeno a farselo dire così sbattuto in faccia).

I tesori succitati sono nell’ordine: 1) dei covoni di grano o pepite d’oro, non è dato sapere, che fanno 100 punti; 2) delle statuette preziose che valgono 200 punti; 3) delle talpe che stranamente valgono 300 (forse sono fatte di platino)? La cosa bella è che i quadri sono praticamente un unico quadro infinito: io sono arrivato al livello 27 e questa sensazione di infinito nel giocare è un po’ quella che ha l’uomo quando vive. Non oserei dire che per quanto mi riguarda c’è una poesia di fondo che rasenta la teologia. Per dirne una: a forza di scavare si arriva a un punto per cui si tocca il fondo e non è più possibile affondare il piccone: c’è però una strana texture viola con non meglio identificate forme che starebbe forse a significare lo spazio? L’abisso? Dio? L’aldilà? I marziani?

Fatto sta che si può solo sperare di cavarsela e di vedere la scritta verde “hai vinto” campeggiare come una salvifica bandiera issata a salutare il tuo ritorno dalla battaglia. Anche se poi che ci fai co ‘sti cazzo di tesori? Praticamente accumuli ad libitum e basta, ma non si tratta di inno al capitalismo, perché comunque si muore, e pure in fretta. Il segreto è non concentrarsi sull’oggetto in sé ma sul salvaguardare la pellaccia, che alla fine è il tesoro più grande.

Il giochetto è prodotto da questa azienda, che ha le sue sedi a Hong Kong, India e Singapore, dove si assapora il futuro dell’umanità tutta; null’altro si sa, se non che è considerato uno dei capostipiti del “weird game” o “sick game”. Consideratelo come un gioco in loop che vi distrugge le sinapsi, ma anche un formidabile antistress. Io infatti ci gioco a rotella quando mi trovo in situazioni di estremo disagio interiore. In metropolitana, in autobus, durante le attese per qualcosa o qualcuno, per evitare l’ennesimo mendicante che mi chiede l’ennesima moneta, per farmi il lavaggio del cervello quando penso troppo. Sì lo so, mi direte “Eh, grazie, lo fanno tutti il giochetto sui mezzi.” Ma non si tratta forse del java più elementare del mondo, roba che posso anche non pensare, ma solamente resistere? Non ho grandi mosse, solo su giù destra sinistra. I punti cardinali, altro che volteggi, serpentoni e giochi in cui devi per forza muovere una racchetta da tennis e tenerla in asse. Voi coi vostri megagioconi sugli Android dove andate? Al manicomio, andate. Io ci mando chi mi guarda giocare, al massimo, per l’altissimo tasso di autismo che sprigiono e qualche bestemmia quando perdo. Infatti una volta una signora mi ha rimproverato per un moccolone sparato ad alta voce proprio a seguito di un’ingiusta perdita. Poi le ho praticamente spiegato che il giochetto era una metafora della vita, e alla fine mi ha salutato felice come una convertita a una qualche specie di religione zulù.

Per concludere, non è tutto oro quel che luccica. Se infatti il mondo nerd ha scelto la moda per cui alle stupidate 3D preferisce farsi da sé i videogiochi con tecnologie fuori corso, vedrete che il gioco da passeggio ossessivo fatto col culo tornerà una realtà: per tutti e per nessuno, come dovrebbe essere ogni tesoro proibito che si rispetti. Ora vi saluto, devo superare me medesimo. Non si sa mai che al quadro 28 mi appaia una seducente donna nuda.


Segui Demented su Twitter: @DementedThement

Nel post precedente: L’epica del pop: i Jacksons e il Victory Tour

Thank for your puchase!
You have successfully purchased.