Ho passato gli ultimi dieci anni facendo dentro e fuori dal carcere


Foto via Flickr/Jumilla.

Dieci anni fa ero un vero stronzo. Giravo per tutto il nord est degli Stati Uniti muovendo carichi di droga e facevo il pazzo mentre la mia ragazza studiava a Londra. A San Valentino, coi soldi guadagnati dallo spaccio, presi un biglietto per Londra e passai un lungo fine settimana con lei. Iniziammo persino a fare progetti per le vacanze di primavera. Volevamo andare in Italia. Il venerdì successivo al mio ritorno, il mio appartamento venne perquisito, io fui arrestato e la mia vita cambiò in un modo che non penso riuscirò mai a capire del tutto…

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Probabilmente se non fossi stato preso in quel momento sarei morto o sarei stato arrestato per qualche reato molto più grave, ma non lo saprò mai. Era il mio ultimo semestre all’università, e avevo in mente grandi cose—il mio obiettivo era uscire dallo spaccio cocaina e mettermi a coltivare e vendere erba su larga scala. A quei tempi facevo anche il DJ a un sacco di feste e pensavo che sarei riuscito a portare la mia passione per la musica a un livello un po’ più redditizio.

Ero un ragazzo confuso, completamente impreparato allo schifo in cui stavo per finire, e non potevo ancora sapere che avrei trascorso i dieci anni successivi a barcamenarmi tra questioni legali piuttosto serie. Non immaginavo che non avrei più avuto un momento di completa pace e felicità per—be’, forse per sempre. Ogni volta che vedo un poliziotto o che qualcuno suona al mio campanello, temo per la mia libertà; ogni mese, quando varco la soglia del carcere per firmare per la mia libertà condizionale, sono sempre pronto a non uscire più di lì. La paranoia, la paura e l’incertezza sono diventate l’ossatura del mio carattere e mi hanno distrutto.

Ricordo ancora come fosse ieri quando i poliziotti sono venuti a bussare alla mia porta. In quel momento ho capito il significato della parola “surreale”, tanto che ancora oggi quelle scene mi passano davanti agli occhi come se stessi guardando un film. Allora non potevo crederci, non riuscivo a pensare alla prigione come a una cosa davvero reale. Me l’ero sempre cavata, e mi sentivo Superman, invincibile come nessun altro. Mi ricordo di aver chiesto ai poliziotti, “finirò in comunità, eh?” Mi ricordo le loro risate. Mi hanno garantito che sarei finito a nord, ma mi hanno anche rassicurato, perché avrei fatto sei mesi di “carcerazione shock”, cioè di colonia penale, e sarei presto tornato a casa. Si sono comportati come se non fosse niente di che. Ma il momento in cui mi hanno messo le manette ai polsi è stato devastante. Dieci anni dopo sono ancora nell’ultimo periodo di libertà vigilata per la stessa accusa—ho passato sei anni in prigione e il resto sotto una stretta sorveglianza che mi ha quasi fatto impazzire.

Il mese scorso mi sono ritrovato a un bivio, privo di fiducia per quello che è la mia vita al momento. Non sono andato neanche vicino a raggiungere i molti obiettivi che mi ero posto. Sono entrato in un circolo vizioso in cui i fallimentari tentativi di raggiungere il successo alimentano la mia incapacita di motivarmi ad arrivare dove voglio arrivare. Nulla è successo velocemente come pensavo, e ogni ora che passo in modo improduttivo non fa che aumentare la pressione che mi sento addosso per il ritardo sulla tabella di marcia. Quando sono andato in prigione dieci anni fa sapevo che sarebbe stato duro. Molti mi hanno detto che mi avrebbe rovinato la vita, ma come potevo accettarlo quando avevo solo 23 anni? Oggi è molto più reale, ma mi rifiuto ancora di arrendermi.

Così, nel 2004 sono entrato nel programma di “carcerazione shock” della colonia penale sui monti Adirondack. Nel tempo trascorso lì ho viaggiato con il pilota automatico, insensibile. È ironico, perché penso che l’obiettivo principale di quel programma fosse risvegliare le persone. Ammettono apertamente che intendono distruggerti e ricostruirti da capo. Provano a fare il lavaggio del cervello alle persone e a cambiarle in sei mesi, e questa cosa non può funzionare sul fuori di testa medio. Non conta quanto a lungo mi urli in faccia o quanta fatica mi costringi a fare o quanto mi ripeti che sto vivendo da folle e che devo obbedire alla legge e diventare un membro produttivo della società. Con certe persone, questa retorica non funziona.

Oggi, la “carcerazione shock” sta per essere soppressa e il numero delle persone a cui viene assegnata è stato dimezzato. Penso sia un peccato. In teoria, riabilita i detenuti molto più della normale prigione ma, soprattutto, ha tolto un sacco di anni alla mia sentenza iniziale. D’accordo, ho fatto una stronzata, mi sono fatto beccare di nuovo per la stessa cosa e mi sono beccato il massimo della pena—da tre a nove anni—ma perlomeno la “carcerazione shock” mi ha dato una speranza per cui lottare. Se solo mi fossi dato una svegliata e mi fossi tenuto lontano dai guai, avrei potuto sperare di essere rilasciato nel  2006.

Imparare a prendere le decisioni giuste era parte degli obiettivi della “carcerazione shock”. Là, alcuni poliziotti si comportavano come degli allenatori e provavano a instillarci dei valori morali. Ad alcuni di loro importava davvero di noi, e non posso odiarli. C’erano persone decenti, a cui sembrava importare che stessimo bene, e che tentavano di far emergere in noi un sentimento di autostima e fiducia. Non ci sono poliziotti come quelli in una prigione normale. Purtroppo quel programma non ha fatto un bel niente per me, e poco più di un mese dopo la scarcerazione sono tornato a fare le stesse cose che mi avevano fatto finire in carcere l’anno prima.

Mi chiedo spesso perché non sia ancora maturato e perché non mi senta nemmeno vicino ai 33 anni che ho. La maggior parte dei fattori di stress, nella mia vita, derivano dal mio arresto e dal tempo che ho passato in carcere. Mi ha reso più duro, senza dubbio. Ho provato a disciplinarmi mentre ero al fresco, e spesso la quantità di tempo che ho passato a scrivere o a fare esercizio fisico mi ha fatto sentire realizzato, ma non sono riuscito comunque a distrarmi da questi pensieri. Oggi credo davvero che scrivere sia l’unica cosa capace di salvarmi la vita e darmi speranze di raggiungere ciò che ho sempre voluto. Non molto tempo fa pensavo che avrei scritto un libro che avrebbe lasciato tutti a bocca aperta, ma nell’ultimo anno non sono riuscito a completare un semplice progetto che avrebbe dovuto occuparmi per pochi mesi.

Mi sono ripromesso più volte di dedicare ogni singolo momento libero a scrivere qualsiasi cosa mi passi per la testa, così che anche se il 90 percento di ciò che scrivo è da buttare, quel dieci percento che rimane sarà oro, e forse diventerò finalmente uno “scrittore”. Per ora sono ancora un aspirante scrittore che non ha ottenuto niente, e questa è una durissima realtà da ingoiare.

Sono venuto a patti con il fatto che il mio passato è un serio handicap per me, ma ora devo accettare che ho bisogno di un’incredibile scossa di energia per arrivare dove devo arrivare. Negli ultimi mesi ho provato a tenere la mente fissa sull’obiettivo, ma la durezza dello sforzo me l’ha messa nel culo… ho preso alcuni respiri profondi e mi sono ripromesso di fare un ultimo tentativo. Tante volte, nella colonia penale dove ho scontato la “carcerazione shock” e in un’infinità di altre prigioni, mi sono ritrovato seduto a ripromettermi che avrei superato tutto e che sarei diventato un uomo di cui poter essere di nuovo orgogliosi. Di cui non doversi più vergognare. Di recente sono stato sull’orlo della sconfitta completa, fottuto come solo fighe e culi possono sentirsi… io voglio essere come un grosso, virile, massiccio cazzo che sta lottando per venire fuori e spruzzare il suo succo dappertutto, perché il mondo intero se lo prenda.


Bert Burykill, pseudonimo del nostro corrispondente dal carcere, è passato per un sacco di prigioni dello Stato di New York. 

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