Il film più violento di Takeshi Kitano

Questo post appartiene alla nostra serie sul meglio del catalogo SKY Online.

Non è difficile scrivere un pezzo sull’amore, ma scriverlo sull’amore nel cinema di Takeshi Kitano, . Regista, sceneggiatore e attore di Yakuza movie, capolavori di un cinema adulto, virile e a volte superdotato, come Sonatine, Hana-bi, Brother e Sono otoko, kyobo ni tsuki (opera prima con il titolo in occidente di Violent Cop ma la cui traduzione letterale è “Attenti, quest’uomo è pericoloso”), all’età di cinquantaquattro anni, nel 2002, Takeshi ha girato un film diverso: Dolls.

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Presentato alla 59esima mostra dell’arte cinematografica di Venezia, luogo rinomato per il fomento a priori—quando le luci si spengono durante l’anteprima di un suo film, ogni volta che compare il nome di Kitano, produttore, regista, sceneggiatore, attore, in sala si applaude—il pubblico si è diviso al momento del giudizio finale a luci accese: chi ha deciso di gridare “Capolavoro!” chi invece “Formalismo!”

Oggi del cinema di Kitano si parla un po’ meno, sembra essere finito il suo periodo d’oro: Dolls è l’ultimo grande film del regista edokko, prima del “suicidio artistico”, una giustificazione enfatica per tre cagate di film: Takeshis’, Glory to the Filmmaker! e Achille e la tartaruga

Dolls è un intreccio di tre storie che ruotano intorno alla cura, alla dipendenza e all’attaccamento verso l’altro. L’amore nel cinema di Kitano è un disastro.

Le bambole del titolo sono immediatamente riconducibili ai burattini del teatro Bunraku, con i quali Dolls si apre. Scene tratte dall’opera I messi dell’Inferno di Chikamatsu Monzaemon, scritta nel Diciassettesimo secolo da colui che è stato soprannominato lo “Shakespeare del Sol Levante”. L’inizio del film non si può definire un inizio col botto: cinque minuti di teatro tradizionalissimo giapponese con tanto di tradizionalissimo strumento a corde Shamisen per spiegare “che alla fin fine se ci pensi bene siamo tutti dei burattini nelle mani di un Dio/Destino.” Mandare avanti la proiezione per saltare quello che è stato designato dall’Unesco come Patrimonio immateriale dell’umanità è quantomeno sgarbato.

Il primo dei tre episodi è magistrale e da solo vale la visione del film e l’acquisto di un cd di un virtuoso delle tre corde. Matsumoto e Sawako sono due ragazzi innamorati che avevano in programma di sposarsi. Avevano perché Matsumoto spinto dai genitori e da un’ansia economica si convince di sposare un’altra donna, la figlia del suo datore di lavoro. Quando il Cenerontolo attende in Chiesa l’inizio della messa un amico gli confessa che Sawako ha tentato il suicidio. A causa dell’incidente è un automa senza ricordi.

Matsumoto a quel punto, per rimediare al suo comportamento infame, decide non soltanto di lasciare la sposa il giorno delle nozze, non soltanto di andare a trovare Sawako in ospedale e che in quelle condizioni non lo riconosce più, ma decide di prendersi cura di lei. Nell’unico modo che conosce, didascalico, letterario, animalesco: legando la propria vita alla sua con una corda rossa.

I due innamorati derisi dai passanti che li chiamano “i vagabondi legati” si metteranno in cammino senza obiettivi, attraversando luoghi e stagioni diverse.

Nel secondo episodio, compreso, come il terzo, all’interno della storia dei due innamorati, il protagonista è un anziano boss della Yakuza che una mattina di domenica si ricorda “i vecchi tempi andati” e di una giovane donna di cui era innamorato e con la quale pranzava ogni fine settimana sulla panchina di un parco. Costretto però ad andare via dalla città, il ragazzo una domenica l’avverte che non si sarebbero più visti. Lei, distrutta, sceglie di sacrificare la sua vita per l’uomo che ama e gli promette che ogni domenica aspetterà su quella panchina il suo ritorno.

Il terzo episodio è il meno struggente e il più agghiacciante. Una giovane cantante pop in seguito a un incidente stradale perde un occhio e si ritira dalle scene. Depressa, decide volontariamente di alienarsi. C’è un ragazzo però, il suo fan più appassionato, che dipende da lei, e non può continuare la sua vita se lei non continua la sua. Trova l’unico modo di incontrarla e parlarle. Si cava gli occhi, per non metterla a disagio.

Dolls è un film vasto. Per certi versi sfacciatamente didascalico, ma ciò che lo rende indimenticabile non è tanto il sostanziale, l’intreccio delle tre storie. È la forma che è magnifica. “Formalismo!” gridavano a Venezia pensando di criticarlo, ma avevano centrato il punto, allo stesso modo di quelli che si spellavano le mani con “Capolavoro!”

La storia dei due innamorati Sawako e Matsumoto è commovente nei loro pochi ma perfetti flashback. Sono i ricordi, le ripetizioni, le immagini a esaltare, a patto che lo spettatore accetti la sfida di mettere in atto la sua disponibilità percettiva.

L’amore in Dolls di Takeshi Kitano è una ricerca continua, inarrestabile e sempre malinconica.

“È curioso,” ha detto il regista: “volevo girare un film senza violenza, ma Dolls, alla fine si è rivelato il più violento di un’intera carriera.”

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