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La rivolta di Cherán

Cherán, in Messico, è una cittadina dello stato occidentale di Michoacán abitata da circa 16.000 indigeni purépecha. Per anni, un gruppo di taglialegna abusivi protetti da uomini armati affiliati al cartello della droga ha saccheggiato la comunità e le foreste adiacenti mietendo vittime tra la popolazione. Di fronte al silenzio delle autorità municipali, statali e federali, gli abitanti di Cherán hanno preso in mano la situazione e circa un anno fa sono insorti in una rivolta armata e hanno cacciato i taglialegna, i cartelli e il governo locale. Da allora hanno avviato un autogoverno basato sui costumi tradizionali. I confini della città vengono difesi con barricate di fuoco. Oggi a Cherán non ci sono campagne elettorali, niente ballottaggi, niente partiti e niente alcol.

Isolata nel bel mezzo della fredda e piovosa foresta di Michoacán, di notte Cherán si riscalda con i fuochi da campo sparsi per la città.

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Durante una recente visita, i nostri colleghi di VICE Messico hanno parlato con Serafín, un giovane fotografo purépecha che ha passato gli ultimi anni a documentare il conflitto.

VICE: Di dove sei?
Juan José: Mi chiamo Juan José Estrada Serafín. Vengo dalla comunità di Turícuaro e sono corrispondente per un giornale chiamato El Cambio de Michoacán. Mi occupo dei tre comuni di Paracho, Cherán e Nahuatzen.

Com’è stata la tua esperienza dell’insurrezione?
Altre comunità come Sevina e Turícuaro hanno difeso le loro foreste come ha fatto Cherán, ma a Cherán è stato diverso a causa della presenza del crimine organizzato. È simile al caso di Comachuén e Sevina. Sevina ha accusato Comachuén di distruggere illegalmente le sue foreste—cosa peraltro vera, perché lì non hanno di che vivere.

Come hai cominciato a fotografare Cherán?
Sono un fotografo e ho sempre avuto un certo interesse per questo tipo di conflitti sociali, quindi ovviamente Cherán ha attirato la mia attenzione. Ma all’inizio è stato molto difficile avere accesso alla comunità. Il terzo giorno degli scontri sono riuscito a intrufolarmi. L’atmosfera era molto tesa, ho scattato delle foto cercando di fare il prima possibile. Ne ho mandata qualcuna al giornale per cui stavo lavorando, ma mi hanno detto che non potevano essere pubblicate. Secondo loro le immagini erano troppo violente, c’erano tizi con i machete che bloccavano camion, ma erano solo le cose che la mia macchina fotografica aveva catturato. Era quello che stava succedendo.

Dopo ho trovato un contatto che mi ha aiutato a farmi conoscere dalle persone coinvolte nel movimento. Ho incontrato persone anziane che hanno cominciato a farmi domande nella parlata locale. Quando rispondevo, dicevano,”Sì, parla la lingua e ha un buon accento.” Il mio primo compito è stato quello di andare nella foresta e registrare i danni. Ci sono andato con una compagnia di circa 70 persone. Tutti erano armati e io avevo solo la mia macchina fotografica. Le mie immagini potevano permettere loro di andare dalle autorità a raccontare cosa stava succedendo in città.

Li ho convinti a servirsi dei media, perché dopo aver visto quello che veniva scritto dagli altri giornali mi sono reso conto di quanta disinformazione circolasse a proposito della situazione. Con l’aiuto di un amico abbiamo aperto il sito micheran.com, che ora non è più attivo.

Dici che i media principali diffondevano informazioni sbagliate. Cosa scrivevano?
Tutta la situazione veniva trattata come se fosse un problema interno. Solo con il passare del tempo hanno capito che il problema era enorme e riguardava la deforestazione e i cartelli della droga. Il danno stava diventando evidente. Percorrendo la strada da Cherán a Carapán si vedevano i taglialegna abusivi che portavano via gli alberi alla luce del sole.

Quindi poi sei diventato parte del movimento che stavi documentando?
Ero coinvolto, ma non saprei dire se in forma ufficiale o meno. In un certo senso ho aiutato le persone dando loro idee e consigli su cosa potevano fare. Studio Comunicazione Interculturale e considerando il caso dal punto di vista dei miei studi la situazione è questa: sono purépecha e non avendo uno spazio in cui esprimerci, il nostro messaggio non verrà mai considerato importante. Dovremmo avere a nostra disposizione uno strumento di comunicazione. Nel Paese ci sono tanti canali di comunicazione, ma chi ha la voce? I politici, sono loro quelli che pagano. Noi, come nativi, dovremmo avere i nostri media in modo da poter comunicare a tutti quello che sta succedendo, quello che stiamo facendo.

La forma di governo autonomo di Cherán sta funzionando?
Be’ sì. Piuttosto che avere poche persone incaricate di prendere le decisioni, ognuno partecipa. Dai fuochi da campo e dagli angoli delle strade, intere famiglie esprimono il loro parere. Queste idee aggiungono le assemblee comunali dove vengono stretti gli accordi. Ogni commissione prende decisioni per ciò che verrà fatto nella sua zona specifica, ma per il resto le decisioni generali vengono prese nelle assemblee comunali. L’assemblea comunale è l’autorità più alta.

Cosa farai con le tue fotografie?
È molto difficile trovare un posto dove esporre perché la maggior parte delle persone dice ”Certo, ti invito, però organizzi tu la mostra e paghi le stampe.” Finora ho portato il mio materiale in diverse città della regione, perché è qui che si concentra il problema. L’importante è portare le foto alle comunità stesse, in modo che abbiano risonanza a livello locale, lasciarle lì per due o tre giorni e poi portarle in un’altra comunità. Il progetto c’è, ma servono i soldi e nessuno è disposto a contribuire.
 

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