
Una cuddler professionista che abbiamo incontrato in Giappone. Screenshot dal nostro documentario
L’industria giapponese dell’amore.
Ho incontrato il mio primo cliente in un anonimo edificio beige su una strada trafficata. L’atrio era buio e da dietro il registratore di cassa una donna in carne mi guardava indifferente mentre mi avvicinavo a Ron. Era pallido e stempiato, aveva la pancia che strabordava dai pantaloni cachi stirati con la piega in mezzo. Mi presentai, gli strinsi la mano e lo condussi nella camera che avevo prenotato.
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Era una stanza piccola, con i muri bianchi e senza finestre. C’era un letto appoggiato al muro e, nell’angolo, una vasca da bagno da cui saliva una nuvola di vapore. Sedette sul letto. Parlammo un po’, poi tutto d’un fiato pronunciai la frase che mi ero preparata: “Insieme esploreremo diversi tipi di contatto, ma per la sicurezza di entrambi, ti ricordo le regole—niente nudo, niente baci e niente sesso.” Si disse d’accordo.
Una settimana prima, dato che ero un’artista senza occupazione, avevo stampato tutti gli annunci di lavoro di Craiglist e ne avevo trovato uno in cui si cercavano cuddler: 40 dollari all’ora, niente sesso, niente nudità. Dei soldi avevo bisogno, ma ero anche curiosa: che tipo di persona paga per farsi coccolare? Cosa si prova a coccolare uno sconosciuto?
Ron è rimasto in boxer e mi sono spogliata fino a reggiseno sportivo e calzoncini corti (avrei appreso più tardi che spogliarsi non è obbligatorio, ma i clienti lo richiedono spesso). Ci abbracciammo sul letto, misi la testa sul suo braccio e con un braccio gli circondai il ventre tondo. Continuammo a parlare mentre ci accarezzavamo. Aveva una compagnia edile, lavorava sette giorni su sette, 17 ore al giorno, e con il cuddling cercava di rilassarsi. Mi chiese semplicemente di raccontargli qualcosa, così mi misi a parlare di quando, appena trasferita in città, andavo ovunque in bici. Poi mi chiese se potesse stendersi sopra di me.
Sentivo il suo pacco premermi sulle cosce. “Sei così bella,” disse, baciandomi in viso. Gli ricordai che non erano consentiti baci. Mi mise le mani sul seno, e io lo allontanai gentilmente. “Ricordati i patti,” continuavo a ripetere.
Cuddle Time, l’agenzia per cui lavoravo, è nata a New York ma ha in seguito aperto succursali in 19 città. Il suo sito web lancia messaggi contrastanti. In apertura, in homepage, ci sono due ragazze bionde e sorridenti che si chinano verso la macchina fotografica mostrando un décolleté mozzafiato. Certo, ci sono riferimenti al fatto che il servizio sia completamente platonico, ma galleggiano tra foto di ragazze giovani e sexy. Tra le risposte alle FAQ, ce n’è una che dice: “È un po’ come limonare con la tua ragazza, solo che non è la tua ragazza e limonare non è consentito”.
Cuddle Time è stato ispirato da Cuddle Therapy, un servizio offerto da Travis Sigley a San Francisco. Otto anni fa Sigley è diventato il primo cuddler degli Stati Uniti, offriva contatto fisico senza sesso. Voleva combattere la convinzione che le persone riescano ad avere intimità, affetto e contatto fisico solo attraverso il sesso. Il suo servizio, mi ha detto, è importante proprio per la sua natura platonica: destruttura i messaggi culturali secondo i quali il sesso è l’unica strada per la connessione, e permette ai clienti di ripensare il proprio approccio al contatto fisico.
Sigley è molto chiaro sia riguardo i suoi confini sia le sue intenzioni di fornire una terapia curativa. Si siede e prende un tè con ogni cliente, all’inizio, discute delle proprie tecniche e chiede a chi ha di fronte di parlargli dei propri bisogni e dei propri obiettivi. Lavora con donne e uomini, gay ed etero, e mi ha detto che in otto anni di attività, nessuno ha mai varcato il confine.
Ma altri cuddler hanno avuto esperienze diverse. Casey Nin, che lavora a Cuddle Time da sette mesi, ha cominciato questa attività per “cercare di eliminare lo stigma dal contatto fisico.” Inizia ogni seduta mettendo in chiaro le regole, indossa sempre leggings e una maglietta larga per coprirsi, e riporta all’ordine quelli che passano il confine.
E quelli che tentano di fare sesso con i cuddler “sono molti,” mi ha detto. I suoi clienti le hanno chiesto di uscire, di vestirsi meno, e anche esplicitamente di fare sesso. Ogni volta, lei respinge le loro richieste con più gentilezza possibile. (Da contratto, Cuddle Time seleziona i clienti, ma in fin dei conti non è legalmente responsabile per niente di quello che succede.)
“Per chi non ha accesso a un’intimità propria,” ha detto, “trovarla è raro. Quando incontrano qualcuno con cui possono davvero aprirsi, sentono di aver trovato qualcosa di straordinario e vogliono portare oltre quella connessione.” Quando le ho chiesto se per lei quell’intimità sia fittizia, mi ha detto che i soldi sono la sua motivazione numero uno, ma “quando i clienti sono qui, sono tutta loro.”
Quando Sigley ha cominciato la sua avventura, sognava di creare un intero mondo di intimità non sessuale e connessione. Ha avuto successo, è riuscito a porre le basi per un’industria—ma non quella che voleva. Molti spinoff, incluso Cuddle Time, “hanno perso completamente di vista il punto,” ha detto, dato che usano un trucchetto capitalista e sessualizzato piuttosto che venire incontro al bisogno umano di intimità.
Se cercate in internet i siti di cuddler professionisti, troverete foto di donne in mutande e vestiti sexy, spesso con il seno in bella vista, a cavallo tra un servizio platonico e una sottintesa disponibilità sessuale. Le biografie delle ragazze di Cuddle Time, abbellite dall’agenzia, includono termini come “sottomessa”, “corpo splendido” e “ragazza di qualità”.
Quando Nin ha cominciato a lavorare a Cuddlle Time, ha visto le foto delle altre donne e ha scelto deliberatamente di usare foto di se stessa “in dolcevita, nel bosco, in cui sembravo una sorellina minore.” Ha iniziato a pensare di creare un proprio servizio di cuddling, crede che avrebbe un buon seguito ma non è sicura di quanti soldi potrebbe fruttarle, dato che “non c’è l’amo di un potenziale servizio sessuale.”
Comunque, è felice con il suo lavoro, per ora.
“Alcuni clienti non sanno cosa vogliono,” mi ha detto Nin. “Molti pensano che l’unico contatto sia quello del rapporto sessuale. Portarli qui, magari facendoli abboccare a un ‘amo’ sexy, forse gli fa bene.”
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