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Due tizi hanno scritto un falso paper sul pene per attaccare gli studi di genere

È iniziato tutto a maggio, quando un paper intitolato “The conceptual penis as a social construct” è stato pubblicato sulla rivista peer-reviewed Cogent Social Sciences.

Il modo in cui i paper scientifici sono revisionati e pubblicati è ben lontano dalla perfezione, un fatto che ha ricevuto ulteriore ed ennesima conferma nella recente pubblicazione di questo finto studio sul pene. Ma al centro di questa storia ci sono due tizi che decidono di screditare il campo degli studi di genere e che celebrano il loro tentativo solo per metà di successo.

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Il “paper” da 3000 parole è denso e tortuoso, e sostiene che il pene sia più un costrutto sociale che una vera e propria parte anatomica. Prosegue affermando che, mutando la nostra percezione sociale del pene, potremmo contrastare con più efficacia il cambiamento climatico.

“L’iper-mascolinità tossica deriva la propria rilevanza direttamente dal pene concettuale e si applica a supporto del materialismo neocapitalista, che è uno dei motori fondamentali del cambiamento climatico,” scrivono gli autori.

Se vi sembra che questo discorso non abbia molto senso, è perché non deve averne. I nomi degli autori — Peter Boyle e Jamie Lindsay — sono in realtà pseudonimi per Peter Boghossian e James Lindsay, due scettici, atei cagacazzo che hanno rispettivamente alle spalle studi in filosofia e matematica.

Dopo la pubblicazione, Boghossian e Lindsay hanno rilasciato una confessione sulla rivista Skeptic, in cui dicevano di aver scritto apposta un argomento a malapena coerente per gettare una luce critica tanto sulle riviste che chiedono soldi per le pubblicazioni, quanto sul campo degli studi di genere.

“Parte della colpa è sicuramente del modello pay-to-publish, open-access, ma il resto della colpa è tutta dell’industria accademica che viene definita col termine “studi di genere,” hanno scritto gli autori. “Per come la vediamo noi, gli studi di genere nella loro forma attuale devono darsi una ripulita decisa.”

Meno di una settimana dopo, la rivista ha sostituito il paper con una dichiarazione dove spiegavano che il problema non erano gli studi di genere in senso lato, ma c’era stato un errore specifico nel meccanismo di peer-review. Il paper è stato poi ritirato.

In genere, le riviste peer-reviewed fanno controllare gli studi prima della pubblicazione da un gruppo di esperti di settore. Questi individui revisionano il materiale e lo interrogano, offrendo suggerimenti per migliorie, ponendo domande agli autori, o mettendo in evidenza eventuali errori. Nel caso di questo paper, ha dichiarato la rivista, il problema è stato che gli “esperti” selezionati non sapevano abbastanza dell’argomento in questione.

“Nella fase di revisione, per quanto i due esperti avessero interessi di ricerca rilevanti, il loro campo di esperienza non combaciava perfettamente con l’argomento proposto e pensiamo in ultima analisi che non rappresentassero la scelta ottimale per revisionare il paper in questione,” ha scritto Emma Greenwood, direttrice editoriale associata di Cogent Open Access.

Boghossian e Lindsay si sono dimostrati scettici riguardo a questa spiegazione, dicendo a Retraction Watch che sembrava “forzata,” e che il loro paper restava un disfacimento del campo degli studi di genere.

“La nostra truffa ha giustamente attirato molta attenzione verso le borse di studio per gli studi critici e di genere perché, in quanto gesto satirico, se non altro, la dice lunga sulla qualità di quei finanziamenti,” ha detto Lindsay.

Ma altri scienziati si sono schierati a difesa del settore degli studi di genere, sottolineando che paper deboli, incoerenti o pieni di errori vengono pubblicati in praticamente qualsiasi disciplina, comprese medicina e matematica. La rivista in questione, inoltre, non è considerata tanto prestigiosa quando Boghossian e Lindsay sostenevano, il che significa che il problema a monte è costituito forse dalle riviste open access a pagamento, che chiedono agli autori una somma in cambio della pubblicazione di materiale, il che genera un palese conflitto di interessi. Questo problema è oggetto di discussione da tempo e va ben oltre gli studi di genere o le scienze sociali.

E quando le risposte hanno cominciato ad arrivare, è diventato chiaro che i due burloni avessero il dente avvelenato nei confronti degli studi di genere, avendo in precedenza lanciato un appello perché interi dipartimenti venissero privati dei propri finanziamenti. Il riferimento al cambiamento climatico ha poi reso lo scherzo un successo tra i negazionisti climatici, sollevando ulteriori dubbi sull’obiettivo effettivo della truffa.

Alla fine, molti critici hanno concluso che lo scherzo è servito solo a screditare la stessa comunità degli scettici, anziché quella degli studi di genere. È facile che la verità si trovi da qualche parte nel mezzo: le riviste pay-for-publish sono problematiche, gli studi di genere non sono immuni alla critica, e persino gli scettici possono cadere vittime delle loro stesse interpretazioni, di tanto in tanto.

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