È appena andato in onda il finale della quinta stagione di Game of Thrones, intitolato Mother’s Mercy. Se non avete visto ancora la puntata, leggete a vostro rischio e pericolo.
Un po’ come per molti altri finali di stagione, anche in questo caso il pubblico si è lanciato su Twitter (o internet in generale, forse) per esorcizzare i propri sentimenti, in una catarsi emotiva collettiva che ricorda le tragedie greche e allo stesso tempo un enorme asilo nido senza più ciucci.
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Non è la prima volta, non sarà l’ultima: nel 2010 le persone erano su Twitter a riversare la delusione per il finale di Lost direttamente sullo sceneggiatore Damon Lindelof, e da lui sono tornate nel 2013 per rinfacciargli quanto fosse migliore il finale di Breaking Bad (ouch). In questo momento, sono raccolte intorno ai troppi cadaveri della quinta stagione di Game of Thrones, e gli hashtag #GameofThrones, #MothersMercy, #GameofThronesFinale hanno formato un intenso luogo di isterismi di gruppo e dolore condiviso (oltre che un campo minato di spoiler).
Dietro questa angoscia generale, si nascondono trucchi narrativi ben riusciti. Il finale è stato una danza di vendette agognate, eppure incredibilmente amare. Questo non solo dal punto di vista dei personaggi interni alla narrazione, ma anche da quello degli spettatori, che si sono trovati a fare i conti con sentimenti a dir poco contraddittori e pronti per essere riversati in internet—eterno grembo accogliente di tutte le lacrime e gli isterismi da finali di stagioni.
La vendetta in Mother’s Mercy è amara non solo nel caso di Arya (con cui si simpatizza perché sono cinque stagioni che si simpatizza per Arya) e della cecità che l’affligge in conseguenza—presumiamo—all’aver mancato di rispetto al suo nuovo dio; ma anche nel ben più complesso caso di Cersei, la cui punizione—che aspettavamo da tempo—non avviene per mano di chi avrebbe più che ragione di prendersi una rivincita, né per i motivi che ci aspettavamo: la queen-mother è punita e mortificata per la propria sessualità in piena agghiacciante retorica medievale, per mano di una setta di fanatici religiosi. Per quanto il personaggio di Cersei possa essersi guadagnato il nostro rancore, questo finale ci lascia più angosciati che soddisfatti, perché i crimini della regina impallidiscono confronto al terrore che incutono i bigotti impassibili di mr. piedi scalzi—i nuovi veri pazzi in città.
D’altronde Westeros e lande attigue—ormai l’abbiamo capito—compongono un mondo di giustizia relativa, dove non solo i Ned Stark perdono la testa e i Ramsey Bolton scorrazzano liberamente, ma dove possiamo stare certi che dietro l’angolo ci sia qualcuno o qualcosa di sempre peggio, che finirà per farci provare compassione per qualcuno che fino a due puntate prima volevamo morto.
Eppure noi restiamo a guardare, anche quando questo finale sferra il suo colpo di grazia (dopo aver già fatto secco metà cast), prendendo a coltellate anche Jon Snow, colpevole di una politica troppo progressista in un mondo di spietati conservatori (medioevo, dicevamo) e bimbetti rancorosi—e in fondo vero protagonista del lutto di queste ore su Twitter.
Non c’è quindi da stupirsi che questo finale abbia provocato un pianto corale nel suo pubblico, confuso dai suoi stessi complicati sentimenti. Non faremo filosofia sul perché le persone abbiano la necessità di continuare a guardare qualcosa che fa soffrire, perché eravamo lì anche noi e non è questo il momento per la psicanalisi, ora possiamo solo sfogare la nostra disperazione, abbracciati—dicevamo—al grembo accogliente di internet. Insieme a tutti gli altri.
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