La mia sofferenza nel vedere le mie più care amiche puntare tutto alla Snai sulla vittoria di Renga è stata ricompensata dalla non vittoria di Renga. Probabilmente questa edizione del Festival di Sanremo è stata qualitativamente tra le più basse della storia, ma almeno i primi posti della classifica non sono stati occupati da individui totalmente invertebrati e incompetenti—due su tre erano sul palcoscenico con uno strumento e la vincitrice, Arisa, oltre ad avere il pezzo più bello, sa obiettivamente cantare. Ciononostante, dato che mi sono spremuta la vita dalle vene, insieme ai miei opinionisti, per tutta la durata del Festival, mi arrogo il diritto di stilare la mia classifica personale.
ULTIMO CLASSIFICATO: Francesco Renga
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Non c’è stato niente, davvero niente di più fastidioso, settimana scorsa (a meno che non vogliamo addentrarci in territori parlamentari) della risata di questo dandy destrorso mentre un ammasso di ignoranza pidiellino, di cui mi pento di aver comprato una volta un libro per mia nonna (“Polenta di Castagne”, NdR), usava termini come “mezz’uomo” e “frocio” sulla TV nazionale (113,50 euro di Canone per il servizio pubblico, NdR). Probabilmente la Zanicchi è il più tipico esempio di ignoranza della generazione passata, ma in questo caso assecondare affermazioni aberranti con una risata, con QUELLA risata, è un crimine di guerra. In ogni caso Iva è poco documentata dato che il premio “accessori che farebbero sembrare un frocio ma su di te no perché non sei un mezz’uomo” va chiaramente al giovane Zibba, premiato giustamente dall’orchestra, il cui look potrebbe connaturarsi a quello di quei gay chiamati orsi, notoriamente uomini tutt’altro che mezzi. Tralasciando l’orrore con cui ha interpretato la nenia di Elisa, ecco la risata che ha seppellito il più quotato da tutti i booker italiani. Spero che chiunque abbia scommesso su di lui abbia poi reagito, al momento dei risultati, come le mie colpevoli opinioniste, ovvero ingoiando la ricevuta della Snai.
14′ CLASSIFICATO: Riccardo Sinigallia
L’uomo che ha ottenuto più ire da parte della mia giuria di qualità è stato, a sorpresa, non Renga ma Sinigallia, il quale, nonostante non sia un vermone destrorso, ha infiammato alcuni miei opinionisti per il suo comportamento FUORI DALLE REGOLE. Ora, nessuno vuole essere come gli svizzeri anche perché gli svizzeri sono i peggio bronzi, però il regolamento del Festival è abbastanza palese da più di dieci lustri, e la regola dell’ineditezza, ineditità, ineditudine del pezzo portato in gara è chiara sicuramente più di quanto sia chiara a me la parola stessa, quando Sinigallia è riapparso sul palco come guilty dog mentre il pastorale Lars gli intimava subdolamente “guarda che se vuoi puoi fare ricorso…” come dire: “stiamo facendo una cosa cattiva ma siamo buoni” (rappresentazione umana del lemma ipocrisia) e lui ha avuto il coraggio di replicare “di solito non mi viene mai a vedere nessuno… Non credevo davvero che un’esibizione davanti a quaranta persone contasse”, ha finito di scavarsi da solo la fossa verso il risentimento per l’italiano che tenta di eludere il regolamento e, una volta scoperchiato, di utilizzare la pena come attenuante. È da questi piccoli furfanti che si formano i Berlusconi del futuro. Punito quindi con il tredicesimo posto.
Ancora più pena merita la sua esibizione durante la serata omaggio alla canzone italiana, in cui, pure lì, non contento, ha cantato una “Ho visto anche degli zingari felici”, brano di Claudio Lolli che Sinigallia aveva già cantato con Luca Carboni. Allora è un vizio.
13′ CLASSIFICATO: Francesco Sarcìna
Fortunatamente passato inosservato come è giusto che sia, lo zingaro felice Sàrcina non è al fondo estremo della classifica soltanto per il ruolo didascalico che ha avuto durante il festival: ha insegnato a tutto il mondo che visto dall’esterno una persona che si fa un autoscatto sembra esattamente così, un còglione.
12′ CLASSIFICATO: Giuliano Palma
Dopo averlo visto più e più volte non mi sta nemmeno così sul cazzo, credo solamente che non vorrei trovarmi costretta a più minuti di Palma di quelli che ho subìto nei giorni passati, che quelli siano i minuti-limite di Cattivissimo Me nella vita di ogni persona che voglia mantenere la propria stabilità mentale. La sua unica esibizione degna di nota durante tutto il Festival, però, quella durante la serata Sanremo Club, ha avuto il merito di portare un po’ di Pino Daniele sul palco, insieme a due cloni di Janelle Monae. Certo, con due signorine del genere al suo fianco, però, uno vuole vincere facile, ma quantomeno non è stato umiliante come i colleghi che lo precedono negativamente in classifica.
11′ CLASSIFICATO: Ron
Non avevo intenzione di metterlo così in basso in classifica (ha comunque guadagnato punti rispetto alla classifica effettiva, in cui i “vecchi” stavano tutti in fondo in fondo, però effettivamente la sua presenza si è mimetizzata così bene all’interno dell’intero Festival da risultare in risalto quanto il colore della sua pelle rispetto a quello dei suoi capelli. Suo malgrado, Thorne è riuscito a rendere inefficace anche l’omaggio all’amico speciale Lucio Dalla, con una versione stracciapalle di “Cara” che mi ha convinto in via definitiva che quest’uomo non sia dotato di capacità interpretative.
10′ CLASSIFICATO: Frankie Hi NRG
Dovrei premiarlo per la sua buona volontà e per avermi permesso di utilizzare l’efficacissimo hashtag #PEDALA che mi ha accompagnato come un incubo durante tutto il Festival, infatti guarda quanta gente ha superato nonostante il suo pezzo fosse obiettivamente e inopinabilmente il più brutto di tutti. Le aveva tutte: le trombe persistenti e tediose come una peritonite, il piglio da signore che vuole fare il ragazzino, il testo inutilissimo e di nessuna consistenza, non dico di senso, ma nemmeno ritmica, però a livello umano nonostante tutto non è sicuramente il peggiore ad aver pedalato quest’anno sul palco, si è anche barcamenato molto bene con la signorile Fiorella Mannoia, che gli ha reso un minimo di dignità quando hanno duettato sulle note di Conte. Frankie è lo zio sfigato che vedi una volta all’anno e tenta di intrattenerti durante il pranzo di famiglia con le sue battute di bassa lega. Ecco, questa volta fortunatamente è passata.
9′ CLASSIFICATO: Renzo Rubino
Nonostante il terzo posto sia musicalmente meritato, dato che questo giovane orsetto lavatore ha dimostrato una certa capacità compositiva, il fastidio latente che ho provato ogni volta che mi si è presentata l’occasione di subirlo, perché l’ho subìto, negli scorsi giorni è diventata repellenza totale. A fronte di una canzone verbosa, inutile, barocca e limitante, e di un’esibizione—quella con la Molinari nella serata Club—che si è meritata, data la piattezza, addirittura la famosa inquadratura “nausea” (quella che gira vorticosamente intorno al soggetto al fine di stordire lo spettatore) e che sembrava a tutti gli effetti un brano della colonna sonora di Aladdin, io non mi sento di elevarlo a una posizione superiore a questa, anche perché l’unico atto coraggioso del suo debutto, caratterizzarsi come gay cantante, è stato spento da quel “morderle le labbra” del suo testo, che ho letto come una connivenza reazionaria alle minacce della militia christi. Allora non hai capito un cazzo Ruby, non puoi perdere così il sostegno della lobby gay, l’unica forza che permette un cursus honorum decente nella musica italiana e tra le guardie svizzere.
8′ CLASSIFICATO: GIUSY FERRERI
La nostra bellona era partita benissimo la prima sera, almeno nella mia considerazione, ma poi mi sono resa conto che anche il suo brano era partito bene con le prime note e l’invito ufficiale a cena, per poi rovinarsi in cliché controproducenti quali “il tuo passato non è invitato”, di memoria vagamente Backstreet Boys, ovvero gente che non si fa nemmeno una domanda sui trascorsi da serial killer/stalker violento/praticante recidivo di abigeato della persona a cui stai offrendo un cheeseburger. Non si fa Giusy, un po’ di coscienza storica è richiesta dato che, come insegna Bernardo di Chartres, siamo nani sulle spalle di giganti. Passi questa damnatio memoriae, Giusy si lancia nella divertente esecuzione de “Il mare d’inverno”, un tentativo camorrista di sottolineare la liricità del testo tramite l’abuso di un portatore sano di dizione, che recita il testo come se fosse l’Amleto di Bene, mancavano solo gli attori di teatro spocchiosi a completare la definizione di “bellezza” più brutta del reame.
7′ CLASSIFICATO: NOEMI
Giuro che avrei puntato tutto su questa giumenta di razza, ma sembra che Noemi abbia fatto di tutto per tirarsi addosso gli insulti, stavolta. Vuoi che l’hanno vestita con i residui della carta natalizia per ogni sua esibizione, tranne forse una in cui hanno utilizzato direttamente un sacco nero dell’indifferenziato, vuoi che la sua presenza, come quella di molti ospiti “esaltatori della bellezza” mi sapeva un po’ di marchettona interna alla programmazione Rai, fatto sta che ho dovuto piegare la testa alla indubbia adorazione che nutro nei confronti di questo gioiellino perché nessun elemento della realtà è stato in realtà un appiglio per poterla giustificare. Nessuno, tranne una sola ottima esibizione, quella di “La costruzione di un amore”, coraggioso omaggio a Mia Martini, la reietta del festival, all’interno del più grande omaggio all’altro grande rinnegato riciclato, Tenco, cui la serata cover era dedicata. Insomma tutto il pacchetto Noemi in questo festival ha funzionato un po’ come pretesto per giustificare/promuovere/rilanciare qualcos’altro, di lei stessa, che io venero, si è visto solamente l’uno per cento, rappresentato abilmente dall’unico dread penzolante, residuo triste di un passato fricchettone.
6′ CLASSIFICATO: RAPHAEL GUALAZZI & THE BLOODY BEETROOTS
OK tutto, ok il coro gospel, ok la canzone che in molti hanno detto fosse una strizzata di chiappa alla commistione tra black music e diggei troppo in, operazione inaugurata con successo dai Daft Punk che i signorini qui volevano cavalcare, ma Bob Rifo ha spaventato la mia mamma. Non si spaventa la mia mamma. Oltretutto quell’episodio infelice in cui per qualche secondo non si è sentita la voce di Gualazzi durante la loro esibizione mi ha fatto astrarre un attimo dalla consistenza materica di quello che stava succedendo e, osservandolo più da lontano, ho potuto notare chi si nasconde dietro alla maschera di Raphael Gualazzi. Lui:
5′ CLASSIFICATO: ANTONELLA RUGGIERO
I veri big in gara quest’anno erano pochissimi, praticamente solo Antonellona Ruggiero, che ha portato obiettivamente in gara un brano incomprensibilmente patetico, di cui realmente si capivano solo tre consonanti e per il resto suonava come il lamento di una balena, ma il rispetto per chi, sola o mal accompagnata da quegli assoldamecenari dei Matia Bazar, ha saputo interpretare, in passato, meravigliosi brani, è d’uopo portarlo, per cui la metto qui, in zona podio, povera Antonellona. Il mio encomio non è comunque basato esclusivamente su fatti passati, ma sull’obiettiva verità che la ragazza quest’anno ha buttato un palo del diametro di 1,5 metri nel culo a tutti quando ha interpretato “Una Miniera” dei New Trolls, un brano che, come mi fa notare la mia genitrice, poteva essere cantato, oltre a lei, soltanto da Nico de Palo. In questa esibizione, oltre a sventolarci davanti tutte le sue ottave di estensione, Anto dimostra a tutti gli effetti di essere la nostra piccola Bjork nazionale e di essere a conoscenza delle nuove tecnologie.
4′ CLASSIFICATO: IL CRIBER
Davvero nulla di che il suo brano in gara, però a questo punto avrete capito che questa classifica non è basata sul brano ma sulla persona. In fin dei conti il fottuto Criber è stato nelle grazie di alcuni nostri collaboratori non a caso, ma probabilmente perché se Antonella in questo Festival ha rappresentato il punk, quest’uomo ha incarnato alla perfezione l’animo tormentato e menefreghista del grunge, che canta a mento alto, ad occhi semichiusi (forse non si poteva fare altrimenti) la propria rabbia e il sentimento popolare, cosa che l’ha reso (oltre al pezzo in sé) il vero Liga del festival, l’anima rock. Encomiabile oltretutto l’interpretazione della canzone del padre, cosa che probabilmente riesce così bene soltanto a questo speciale figlio d’arte, realmente figlio e realmente d’arte. Alla fine non mi ricordo un cazzo di come faceva la sua canzone ma lui non merita l’oblio.
3′ CLASSIFICATO: PERTURBAZIONE
Forse la prima vera bella figura di un gruppo “alternativo” sul palco dell’Ariston. Il pezzo è un plagio, ma quale non lo è di questi tempi.
2′ CLASSIFICATO: ARISA
Ho già espresso la mia gioia per questa vincitrice, però forse non basta. O forse sì, dato che lei non sembra provare gioia ma fastidio ad essere al primo posto, quindi per assecondarla ho deciso di lasciarla al secondo posto e di conferire il premio a qualcun altro.
1′ CLASSIFICATO: ANNA OXA
La vincitrice morale di questo festival è colei che, per lasciare spazio a quei residui di umanità che occupano i bassifondi di questa classifica, si è fatta da parte. E non ha nemmeno fatto così male, dato che è stato veramente un festival degradante sotto ogni aspetto. Se volete conoscere le ragioni per cui Anna merita ogni vittoria ad ogni concorso o programma cui partecipa, potete leggere un breviario sulla sua persona che ho redatto con molta perizia. Ciao Anna, Sanremo non ha alcun senso senza di te.
Virginia, grazie a dio, non deve più seguire Sanremo. Tu però seguila su twitter — @virginia_W_
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