Mi han sempre fatto cagare i film d’amore, mi fanno cagare come mi fa cagare vedere le coppie che pomiciano in pubblico, mi sembra di partecipare a uno scambio batterico cui non desideravo assistere. Mi hanno sempre fatto cagare come mi fa cagare quando le coppie si scrivono sulle rispettive bacheche di Facebook cose per cui dubiti che l’uno abbia il numero dell’altro.
Ecco perché quasi tutte le commedie romantiche, nel mio cuore da riccio, sono una banalizzazione dei rapporti in cui la sottoscritta non si rivedrà mai. Parallelamente, l’uomo precedentemente conosciuto come Cat Stevens, che ora si fa chiamare Yusuf Islam, o forse Yusuf Stevens, l’ho sempre considerato come il cantante “da genitori”, dato che insieme a Carole King è uno degli ascolti prediletti di mia mamma. In effetti Stevens è per famiglie, le sue canzoni d’amore sono quasi tutte ottimistiche e panteistiche e da coro della Giornata Mondiale della Gioventù, ma la loro collocazione in questo film risulta un plusvalore sia per il film che per loro stesse.
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La cosa figa di Harold e Maude, film di Hal Ashby del 1971, è che riesce a discostare ogni stereotipo con una leggerezza tale per cui alla fine ridi di grandi concetti metafisici tipo la morte, il suicidio, la guerra, la psiche, le relazioni, la religione, l’amore stesso. È un film talmente intenso e talmente leggero che ognuno di questi temi arriva a fondo e fa il giro, per cui dopo riesci a rivedere tutto da un’altra angolazione.
Ed è per questo che i pezzi di Stevens, in relazione alle immagini del film, sono la cosa più straniante e appropriata che potesse esserci. Sono ballate dolci, ottimiste, calme e romantiche che si intrecciano a momenti come questo, l’epica scena iniziale, in cui è più o meno racchiusa tutta la cifra narrativa del film.
Posto che non c’è bisogno di dire che questa è una delle opening scene più fighe della storia del cinema, le due cose che adoro sono l’inquadratura di Harold, che si vede sempre per un pezzetto o solo in penombra, e, ovviamente, la musica. La voce di Cat Stevens (ai tempi si chiamava ancora così) parte perché Harold mette un disco, e dà una pacca sulla spalla al giradischi—prerogativa degli adolescenti tormentati che si sentono soli, il loro unico amico è la musica—e la canzone incalza mentre lui si prepara.
Si dovrebbe capire subito che la dicotomia tra musica e storia è giocata tutta sull’assurdo, dato che mentre Cat Stevens canta “Don’t be shy, just let your feelings roll on by / don’t wear fear or nobody will know you’re there / just lift your head and let your feelings out instead” Harold scrive una lettera di addio, si mette un cappio al collo e si impicca. Che è il suo modo di esprimere i sentimenti. La scena è studiata perfettamente in modo che la musica finisca sull’inquadratura dei piedi di Harold che pendono. Morire su un disco di Cat Stevens non è mai stato così poetico.
“Don’t be shy” è uno dei due pezzi che Stevens ha composto apposta per il film, insieme al tema portante del film, “If you want to sing out, sing out,” un altro pezzo da oratorio che qui però acquista un significato più profondo. Cat Stevens è, lo saprete, un uomo di spirito, come dimostra la sua successiva conversione all’Islam, e in un’intervista racconta che “la musica è così potente, credo abbia qualcosa a che fare con la volontà degli esseri umani di unirsi con qualcosa di superiore e più armonioso delle loro vite mondane, e questo in qualche modo è possibile tramite la musica.”
La connessione di Stevens con il film, però, è paradossalmente molto più materiale e meno spirituale, tanto che il regista, racconta, lo cercò perché, durante la lavorazione al film, non faceva altro che ascoltare a nastro Mona Bone Jakon e Tea for the Tillerman. Faceva bene perché sono dei dischi della madonna. Allora probabilmente il carico spirituale di Stevens era ancora in nuce e le sue ballate raccontavano, come il film, la leggerezza della vita, si prendevano poco sul serio (tanto che Stevens stesso ammette che, leggendo lo script, è stato subito attratto dal profondo humor della sceneggiatura, molto simile al suo) ed erano perfette per dare la spinta definitiva a una storia che parla di temi immensi e ci ride sopra allo stesso tempo.
I pezzi di Stevens sono insieme un traghetto da uno scenario all’altro e un racconto del mondo interiore dei personaggi, o in alcuni casi un’anticipazione, come “On the road to find out” che accompagna uno dei momenti di solitudine maggiore di Harold nel film, quando si compra un carro funebre, va a un funerale e lì vede per la prima volta Maude, che gli strizza l’occhio.
Una scena splendida in cui lo sfondo sonoro non è un pezzo di Cat Stevens, ma Tchaikovsky, è quella della piscina, uno dei numerosi “fake suicide” inscenati da Harold, in cui la madre fa come al solito orecchie da mercante. La scena è magnifica e suggestiva, e forse proprio per la sua natura quasi da installazione artistica è scissa dal resto del film, anche a livello sonoro.

Come altre volte, nel film, il protagonista guarda in camera e sorride, per coinvolgere lo spettatore nel gioco che mette in scena in continuazione con chiunque tenti di rivolgersi a lui e di parlarci. La cosa non si ripeterà più quando arriverà Maude, la signora di una certa età che se ne frega di tutto e ama tutto, una vera hippie.
E, più la conoscenza tra Harold e Maude si sviluppa, più anche i pezzi di Cat Stevens diventano coerenti con i sentimenti dei protagonisti. Harold inizia lentamente a fidarsi di lei, e, attraverso lei, del mondo. Maude è una specie di lente nuova attraverso cui Harold guarda la realtà, è una nuova luce sulla sua prospettiva, prima buia, infatti arriva il bellissimo pezzo “I think I see the Light” il cui testo descrive quasi letteralmente i sentimenti di Harold: “I used to trust nobody, trusting even less their words / until I found somebody, there was no one I preferred / my heart was made of stone, my eyes saw only misty grey / Until you came into my life girl, I saw everyone that way / Until I found the one I needed at my side / I think I would have been a sad man all my life / I think I see the light coming to me /coming through me giving me a second sight”.
E sarà di nuovo un pezzo di Cat Stevens, che Maude insegna ad Harold, a inaugurare una nuova fase della storia e della vita dei due, in cui la relazione profonda che si crea è dolce e leggera come la canzone che cantano insieme.
“If you want to sing out” è la seconda canzone scritta appositamente da Stevens per il film, anzi, per la precisione sembra scritta apposta per Maude, perché questo pezzo è Maude. È esattamente il carattere di Maude, che sprona Harold a fare quello che desidera, ad essere quello che vuole, è una settantanovenne che vede la vita come un gioco, mentre la sua controparte adolescente vede la morte come un modo per prendersi gioco della vita. Le due visioni in qualche modo si allineano, ma con il procedere della storia è quella di Maude che prevale, tanto che i suicidi inscenati da Harold diventano più saltuari e strategici.
Questo pezzo, che rappresenta la visione di Maude, è anche quello che chiude il film, chiudendo anche il cerchio di una colonna sonora in cui non è chiaro se sia la musica ad essere perfetta per la storia o viceversa, ed è esattamente questo il motivo per cui qualcuno, commentando il fatto che l’edizione in vinile della colonna sonora sia uscita molto più tardi del film, ovvero nel 2007, ha detto “è un peccato che sia uscita così tardi, ma forse è anche giusto, perché queste canzoni sono inscindibili dal film”.
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