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Il guerriero bionico

Il 15 Agosto 2012, Jeremy Maddamma lasciò l’Afghanistan steso su una barella. Maddamma, membro dei pararescue della US Air Force, era in missione per salvare dei civili afghani dopo che alcuni kamikaze avevano colpito Zaranj, una città al confine con l’Iran.

Jeremy ricorda lo sparo che ha perforato il suo ginocchio sinistro e di essere crollato a terra. Ricorda anche di avere supplicato per farsi dare degli antidolorifici durante il volo di ritorno a Camp Bastion, ma che dopo averli assunti il dolore non accennava a diminuire.

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“Quanto ci metteremo ad arrivare?” chiese Jeremy ad un compagno di squadra, sapendo che il volo solitamente durava un’ora.

“Venti minuti,” gli rispose.

Jeremy ricorda il risveglio dopo l’intervento chirurgico, ricorda quando i medici gli dissero che avrebbe perso la gamba e infine ricorda di aver chiamato sua moglie, Nicole, per dirle che la stagione sciistica finiva lì.

Jeremy dopo l’operazione. Un tutore chiamato “fissatore esterno” si inseriva direttamente nelle ossa di vari punti della gamba per impedirne qualsiasi movimento. Foto per gentile concessione di Jeremy Maddamma

Jeremy trascorse i due anni e mezzo successivi cercando di salvare la sua gamba sinistra prima di scegliere di amputarla appena sopra il ginocchio. Non ha mai smesso di confidare in se stesso e nelle possibilità offerte dalla tecnologia protesica d’avanguardia, sia a livello macro quando viene impiegata per rimpiazzare interi arti—basti pensare a Oscar Pistorius—sia a livello micro come i processori che controllavano le funzioni articolari di Steve Austin, l’uomo da sei milioni di dollari. Jeremy sperava di tornare in servizio un giorno come uno dei primi pararescue mutilati dell’Air Force.

Voleva lanciarsi di nuovo dagli aerei, un soldato bionico che salva vite umane.

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Jeremy era solo un sergente ventiquattrenne quando ci siamo conosciuti nel 2006 al corso di formazione di due anni per ufficiali di salvataggio (CRO) e pararescue (PJ) dell’Air Force. Durante la parte finale del corso, quando oltre l’80 per cento dei nostri compagni aveva lasciato o era stato eliminato da tempo, ci siamo ritrovati nella stessa squadra. Jeremy era un leader carismatico che impartiva sempre gli ordini con un sorriso.

Insieme ci siamo fatti il mazzo, ci siamo lanciati giù dagli aerei da trasporto a turboelica C-130 e abbiamo allestito sistemi di salvataggio dal cielo. Tutto per guadagnare i titoli di PJ e CRO per salvare vite umane in situazioni di guerra.

Nel 2012, siamo stati spediti dalla nostra base, il 212° Rescue Squadron dell’Alaska Air National Guard, nella base aerea Bastion nella provincia di Helmand, in Afghanistan. Jeremy era stato promosso sergente tecnico e conduceva le squadre nelle missioni di salvataggio; ad esempio una volta, si paracadutò di notte durante una tempesta di neve in un luogo sperduto chiamato Red Devil per salvare la vita di un nativo dell’Alaska gravemente malato. Nicole, i tre figli e la carriera promettente erano tutta la sua vita.

“Merda,” si disse Jeremy. “È andata.”

96 ore dopo essere stato ferito in Afghanistan, Jeremy venne trasportato nel reparto di terapia intensiva del San Antonio Military Medical Center per sottoporsi a tre interventi chirurgici. Un tutore meccanico chiamato “fissatore esterno” perforava vari punti delle sue ossa così da impedire qualsiasi movimento della gamba ferita. Vennero scavate due fessure nella carne sotto il ginocchio per alleviare l’accumulo di pressione.

I due mesi seguenti trascorsero in un susseguirsi infinito di sofferenze seguite da assunzioni di dosi massicce di sedativi alternate a brevi periodi di lucidità. Metadone, Percocet, Oxycontin—quando l’effetto anestetizzante si esauriva e il dolore prendeva di nuovo piede, il ciclo ricominciava. Jeremy fu raramente lucido durante la terapia intensiva in cui venne sottoposto ad altri due interventi chirurgici per cercare di ricomporre quello che aveva tutto l’aspetto di un pezzo di vetro finito in frantumi.

Il proiettile era entrato nel ginocchio sinistro e aveva viaggiato lungo la parte inferiore della gamba, frammentando ossa, lacerando vasi vascolari ed infine conficcandosi nel corpo. Dopo essere stato colpito, l’arto rimase per 15 ore in assenza di circolazione nella zona sottostante al ginocchio. L’unico modo di salvarlo era mettere insieme tutti i pezzi, mantenerli in posizione sperando potessero guarire superando il danno. O minimizzarlo. Non c’erano garanzie. Questo fu il mantra che Jeremy si sentì ripetere per due anni.

Il Ginocchio frantumato di Jeremy. Immagine gentilmente concessa da Jeremy Maddamma

Nell’ottobre 2012, Nicole si trasferì con i bambini e il cane a San Antonio per stare più vicina a Jeremy. Quando venne dimesso dall’ospedale sopra una sedia a rotelle, andarono ad abitare tutti assieme in una casa arredata alla periferia della città. Jeremy iniziò il trattamento presso il Center for the Intrepid, una clinica di riabilitazione militare specializzata per vittime delle guerre in Iraq e Afghanistan che avevano subito amputazioni, ustioni o avevano perso la funzionalità degli arti. Dall’apertura del Centro nel 2007, in sei anni le due guerre avevano prodotto moltissimi pazienti.

Quando Jeremy uscì dalle porte del Centro, vide Zach Parker, ex membro dell’esercito sottoposto a tre amputazioni che faceva un esercizio di crossover con il suo unico arto rimasto, un braccio. Parker si rivolse a Jeremy che aveva la gamba circondata da quella struttura dall’aspetto medievale.

“Ehi, dovresti provarci,” disse, “falla amputare.”

Durante i 27 mesi seguenti, la stessa scena si ripropose in vari contesti. A volte nella vita reale, nelle conversazioni con pazienti amputati; altre volte nella mente di Jeremy, ricoverato dopo l’ennesima infezione ossea che gli costava mesi di riabilitazione. Il pensiero si faceva strada nelle varie discussioni con Nicole, nelle telefonate con i suoi colleghi e infine nella complicata assistenza necessaria anche solo per riuscire a compiere le azioni quotidiane più in autonomia, portandolo a chiedersi: la tengo o la lascio?

La risposta arrivò a gennaio di quest’anno. Jeremy stava provando a muovere le dita dei piedi, della caviglia e del ginocchio. Ma il massimo che la sua fisioterapista, Alicia White, riusciva ad ottenere dal ginocchio era un piegamento di 30 gradi. In un estremo tentativo di forzare il tessuto cicatriziale che ne ostacolava i movimenti, i medici eseguirono una manipolazione manuale sul ginocchio di Jeremy, raggiungendo i 65 gradi ma spezzando un pezzo di femore.

Jeremy era stanco del clima di incertezza, stanco di assumere antidolorifici anche solo per riuscire a portare i suoi bambini al parco, stanco dell’alternanza tra miglioramenti e peggioramenti post-operatori: Era giunto il momento di amputare la gamba.

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I progressi tecnologici nel settore protesico hanno permesso anche a soldati mutilati di tornare sui campi di battaglia. Ma è difficile stabilire esattamente come la guerra possa aver favorito tali innovazioni.

Kirk Simendinger, ex protesista al CFI, attualmente impiegato in una società di protesi per civili, ritiene che i progressi sarebbero avvenuti comunque ma sono stati sicuramente accelerati dall’impegno dei militari in Afghanistan e dagli investimenti congiunti del CFI e dell’industria delle protesi per la ricerca e lo sviluppo.

Comunque Simendinger ha fatto notare quanto fosse più facile individuare singoli progressi tecnici dopo la seconda guerra mondiale o durante il periodo del Vietnam, mentre oggi, dato il generale stato di avanzamento tecnologico in moltissimi campi, non si può affermare che una particolare innovazione sia un prodotto diretto delle guerre in Iraq e Afghanistan.

John Fergason, attualmente capo protesista del CFI, ha un opinione simile riguardo i progressi nella tecnologia protesica. “Tutto spinge in quella direzione”, ha detto, ma lo stato dell’arte si è evoluto per rispondere alle esigenze “di restare in forma che hanno questi giovani atleti,” dice riferendosi ai pazienti del centro. Questo, a sua volta, ha contribuito a sfidare le vecchie norme sociali che circondavano le persone a cui erano state impiantate delle protesi. In poco tempo, ha spiegato Fergason, i civili che avevano perso un arto hanno iniziato a pensare che se i militari potevano riprendere uno stile di vita attivo, allora anche loro ci dovevano provare.

“Se c’è dietro la volontà, alla fine, in qualche modo, la tecnologia ti verrà in aiuto.”

La verità è che il rapporto tra tecnologia protesica e i pazienti a cui è rivolta è strettissimo. Le protesi ora rispondono alle esigenze di molti giovani uomini e donne, sani e attivi fisicamente che vogliono continuare a correre, andare in bicicletta, sciare e nel caso di Jeremy, tornare in servizio.

Ho chiesto a White cosa sia più importante in queste situazioni: la tecnologia o la forza di volontà degli essere umani?

“La volontà umana, assolutamente,” ha risposto la dottoressa, poi mi ha raccontato la storia di un paziente del CFI amputato fino all’anca che voleva correre. White ricorda di aver pensato che la possibilità era da escludersi nella maniera più assoluta ed in effetti all’epoca dell’incidente era proprio così. Otto anni più tardi, la tecnologia necessaria a realizzare questo desiderio è qui tra noi e il ragazzo ora gareggia come maratoneta.

“Se c’è della volontà alla base”, ha detto la dottoressa, “alla fine in qualche modo, la tecnologia ti verrà in aiuto.

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Jeremy si è svegliato dopo l’amputazione con circa 7 chili di corpo in meno e ha rivolto lo sguardo verso il punto in cui prima si trovava la sua gamba.

“Merda,” ha pensato. “È andata.”

Era strano, e lo è ancora, svegliarsi senza intuire la forma familiare della gamba sinistra da sopra le lenzuola. Ma Jeremy non ha avuto rimorsi né rimpianti. Un ultimo ciclo di antidolorifici (si era riproposto di farsi operare senza anestesia, ma il dolore era eccessivo da reggere) ed era pronto per tornare in campo.

Otto settimane dopo l’amputazione, Jeremy ha completato il percorso di 22,7 chilometri della Bataan Memorial Death March, un evento annuale che si svolge in New Mexico per commemorare i sopravvissuti della famigerata marcia della morte di Bataan della Seconda guerra mondiale. Gli ci sono volute otto estenuanti ore. Ma ce l’ha fatta.

White ha detto di non aver mai visto un suo paziente superare una prova così difficile a così poca distanza di tempo da un amputazione. Ma si trattava pur sempre di Jeremy, una persona la cui motivazione sconfinata è rimasta imbattuta. Prima di andare sotto i ferri aveva stilato un elenco di pro e contro legati all’operazione, così da non venire preso alla sprovvista.

L’arrivo al traguardo della Bataan Memorial Death March. Foto per gentile concessione di Jeremy Maddamma

In una certa misura, la strada da percorrere era chiara: adattarsi alla vita di chi è rimasto mutilato. Questo significava tre o quattro ore al giorno di riabilitazione presso il CFI per re-imparare a camminare, pedalare, correre, sollevare pesi con una protesi. Ma c’era anche la fatica mentale di sviluppare nuove abitudini, oltre al tempo supplementare richiesto per fare anche piccole cose.

Al di là dell’adattarsi alla nuova condizione fisica, il futuro professionale di Jeremy rappresentava un’incognita. Voleva tornare in servizio come PJ. La marcia per il memoriale del Bataan era solo una sfida per dimostrare a se stesso che possedeva ancora la tenacia guadagnata grazie formazione militare, ma per tornare a lavorare, aveva bisogno di qualcosa in più. Era necessaria la tecnologia.

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Il sergente tecnico August O’Niell è un PJ che ha subito un amputazione sopra al ginocchio un mese prima di Jeremy. E`stato il primo PJ mutilato a fare richiesta di tornare in servizio. Tre medici dell’Air Force hanno esaminato i suoi certificati di idoneità fisica, le lettere di raccomandazione per giudicare quanto fosse realistica questa opzione.

Una settimana dopo l’incontro con la commissione, O’Niell ha ricevuto la notizia: la sua richiesta era stata accettata.

Quando gli ho chiesto di parlarmi della sua protesi, mi ha rivelato dettagli sorprendenti: “Il segreto è tutto nell’attacco.” “La protesi ti sorregge,” ha detto il militare, “ma è il modo in cui la connetti al moncone a fare la differenza.”

White, la fisioterapista del CFI, concorda: l’arto artificiale potrà essere anche super tecnologico, ma se non è assicurato al corpo in modo tale da reggerlo per lunghi periodi di tempo risulta completamente inutile a gente come August O’Niell e Jeremy Maddamma, che vogliono dimostrare di poter lavorare per giorni interi sui campi di battaglia senza subire limitazioni. Una volta le protesi erano tenute in posizione tramite mezzi meccanici molto scomodi, ora sono adattate su misura e assicurate sotto vuoto all’arto amputato per distribuire le forze in gioco e assicurare il massimo comfort durante i movimenti.

Per quanto riguarda gli arti artificiali stessi, invece, da quando ha lasciato il CFI, Jeremy è tornato in Alaska con sei protesi dal valore stimato di un paio di centinaia di migliaia di dollari, che vanno dalle lame fatte di composti di carbonio per la corsa sino al suo preferito, l’Ottobock X-3, il ginocchio artificiale controllato da un microprocessore e connesso ai sensori che garantiscono la massima naturalezza dei movimenti possibile. Jeremy crede che queste sono le gambe bioniche che gli consentiranno di tornare ad essere un PJ a tempo pieno.

Jeremy ora è tornato in Alaska e si sente rincuorato nel sapere che O’Niell ha superato i test medici. Esistono altri precedenti nelle forze armate, come il Ranger che è tornato in Afghanistan con una protesi alla gamba e ha messo in salvo un soldato ferito durante uno scontro a fuoco ricevendo l’onorificenza di una Stella di Bronzo al Valore. Comunque, anche se Jeremy venisse ripreso in servizio, sia lui che O’Niell dovranno dimostrare sul campo il loro valore con i fatti.

“Non importa cosa succede nella vita, devi restare sul campo di battaglia,” ha concluso Jeremy, guardando al futuro. “Arrendersi non è contemplato.”

Matthew Komatsu è un veterano e studente MFA presso l’Università dell’Alaska. Questo articolo non corrisponde la posizione ufficiale del Dipartimento della Difesa.

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