Il Kazakistan non fa più ridere

Quando pensate al Kazakistan, probabilmente vi vengono in mente uomini pelosi con i baffi in mankini verde e, be’… non molto altro, a dire il vero. Quindi, eccovi alcuni fatti interessanti che potreste non sapere riguardo al Kazakistan: gli alberi di mele arrivano dai suoi campi, il primo razzo nello spazio è stato lanciato da qui, la sua superficie è maggiore dell’intera Europa occidentale e, prima di Natale, la polizia ha aperto il fuoco sui lavoratori petroliferi in sciopero nella città di Zhanaozen, facendo 16 morti e più di 100 feriti. 

Il Kazakistan è una repubblica centro-asiatica con un passato sotto l’URSS. A differenza di molti pezzi del puzzle che Gorbaciov ha creato nel 1991, tuttavia, il Kazakistan indipendente ha ignorato l’opzione democratica optando per una violenta autocrazia, senza neppure cambiare leader. Con una lunga serie di accuse di brogli elettorali ad abbellirne il curriculum, il presidente Nursultan Nazarbaev è infatti al potere dal 1989.

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Sotto Nazarbaev, le libertà politiche e i diritti umani sono rimasti fermi all’era sovietica, e molte testate giornalistiche sono controllate dallo stato (e quelle che non lo sono, vengono continuamente tartassate). Su una scala che va da uno a sette—dove uno sta per “più libero” esette “meno libero”—l’organizzazione non governativa Freedom House assegna al Kazakistan un sei per diritti politici e un cinque per libertà civili, classificando il Paese come “non libero”.

Sfortunatamente per i kazaki, la primavera araba non ha raggiunto le loro fredde steppe, e con l’80 percento dei “consensi” raccolto da Nazarbaev nelle recentissime elezioni, le cose non sembrano destinate a cambiare. Questa impressione è stata rafforzata lo scorso 16 dicembre, quando soldati e polizia hanno risposto col fuoco a una manifestazione che aveva coinvolto migliaia di lavoratori del settore petrolifero dell’area di Zhanaozen. 

Da quel 16 dicembre, Zhanaozen è completamente inaccessibile. Dopo la proclamazione dello stato d’emergenza, la stampa internazionale è stata bandita e ovunque sono sorti posti di blocco. Per avere un’idea più chiara di cosa diavolo stia succedendo, abbiamo parlato con Campaign Kazakhstan, un movimento per i diritti democratici, sociali e politici in Kazakistan.

VICE: Potete dirci qualche cosa di più sulle morti di Zhanaozen?

Campaign Kazakhstan: Il massacro è arrivato dopo uno sciopero della fame durato sette mesi. I lavoratori del petrolifero ritengono di non essere pagati abbastanza, anche considerato quanto previsto dalle norme internazionali per chi opera in condizioni di tale rischiosità. Le compagnie per cui lavorano sono collegate alla KazMunaiGaz, di proprietà dello stato. 

Fin dall’inizio, i piani alti si sono opposti ai negoziati. Delle sei persone originariamente elette per rappresentare i lavoratori nelle assemblee, Natalia Sokolova, avvocato, è stata incarcerata e rimarrà in prigione per sei anni, mentre un altro, Akzhanat Aminov, ha ricevuto una sentenza di sospensione di due anni. Un terzo rappresentante dei lavoratori si è trovato senza più una casa, gliel’hanno bruciata. 

Cavolo. Quindi, esattamente, cosa è successo il 16 dicembre?

I manifestanti avevano organizzato una dimostrazione pacifica nella piazza centrale di Zhanaozen. C’erano sia disoccupati che dipendenti delle varie compagnie petrolifere. Anche se la protesta era pacifica e disciplinata, il regime si stava preparando per il confronto. Truppe in tenuta anti-sommossa e soldati addestrati dall’esercito americano erano stati condotti fino al limitare della città, equipaggiati di armi da fuoco. Mentre i manifestanti confluivano verso la piazza, i poliziotti anti-sommossa si sono fatti strada sparando a caso tra la folla. L’attacco immotivato ha portato a una rivolta, e i lavoratori hanno rapidamente risposto all’offensiva. Nel giro di poche ore le fiamme hanno raggiunto gli edifici più vicini, incluso il Comune e il quartier generale di una delle compagnie, la OzenMunaiGaz. Ufficialmente, il governo ha ammesso di avere ucciso 16 persone e di averne ferite dozzine di altre, ma il sindacato indipendente ha ragione di credere che le vittime siano circa 70. Sono giunte anche notizie di corpi non identificati pronti per essere cremati, ma la polizia ha fatto di tutto per ostacolare le indagini.

E i lavoratori del settore petrolifero finiti in prigione? Come se la cavano?

Sono centinaia quelli che si trovano ancora dietro le sbarre, e negli scorsi giorni sono stati comunicati nuovi arresti. I giornalisti russi e internazionali che hanno potuto visitare la città hanno parlato di torture e stupri, confermando voci che circolavano da tempo. Dal momento che la tortura è una pratica molto diffusa nel sistema carcerario del Paese, non si fa fatica a credere che tali metodi siano usati anche contro i lavoratori petroliferi. 

Immagino che anche le compagnie statali di gas e petrolio abbiano una lunga storia di maltrattamenti dei lavoratori, no?

Eccome. I vent’anni successivi all’indipendenza hanno rappresentato un lungo esperimento di introduzione del capitalismo neo-liberale. Negli anni Novanta, non solo le fabbriche, ma anche intere città—chiamate per questo “città fantasma”—sono state dichiarate sovraffollate, senza più possibilità lavorative. Con l’aumento dei disoccupati, ha preso il via un nuovo processo di migrazioni interne: i russi sono tornati nel nord e i giovani, per lo più di lingua madre kazaka, hanno lasciato le campagne per stabilirsi nelle periferie industriali delle grandi città. Invece di usare le riserve di petrolio, gas e—come si dice in Kazakistan—tutti gli altri elementi della tavola periodica per aiutare il Paese, la ricchezza è finita a rimpinguare le tasche dei super-ricchi.

Quanto è importante l’industria petrolifera in Kazakistan?

Il Kazakistan è al decimo posto nel mondo per giacimenti di petrolio e gas, e grazie alla sua posizione chiave a sud della Russia, tra Cina ed Europa, è considerato un’alternativa petrolifera a Mosca e un partner fondamentale per l’economia cinese, perennemente assetata di energia.

Perché la comunità internazionale è rimasta in silenzio?

Vale quanto detto sopra: quando Joe Higgins (ora membro del Parlamento Irlandese nello schieramento socialista, e al tempo deputato del Parlamento Europeo) ha visitato il Kazakistan, un paio di anni fa, ha incontrato un rappresentante dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa, l’organismo internazionale che più di ogni altro dovrebbe garantire il rispetto dei diritti nella regione. Ebbene, gli è stato detto, piuttosto papale papale, che le potenze occidentali chiudono gli occhi sull’assenza di democrazia in Kazakistan perché la difesa degli interessi energetici occidentali è più importante, e anche perché gli Stati Uniti si sono affidati allo spazio aereo kazako per arrivare in Paesi come l’Afghanistan. In Kazakistan, la gente comune pensa che la loro libertà sia stata venduta per petrolio e gas. 

Che cosa significa lo stato di emergenza per la popolazione di Zhanaozen?

La città si trova ancora sotto assedio, e lo stato di emergenza e il coprifuoco hanno subito un prolungamento fino alla fine di gennaio. Gli arresti continuano. Alcuni comunicati ufficiali sostengono che le attività estrattive siano state ripristinate, ma questo avviene solo perché i lavoratori sono sotto la minaccia costante dei militari. Le assemblee e le manifestazioni sono state bandite, così come le comunicazioni, le fotocopie e altri mezzi di stampa. Ovviamente, anche gli scioperi sono banditi.

Pensate che le repubbliche centro-asiatiche vengano ignorate dalla comunità internazionale e che per questo i governi, lì, siano in grado di farla franca?

Sì, e i motivi sono gli stessi del Kazakistan. Alla fine del diciannovesimo secolo la regione era teatro del “grande gioco”, ovvero delle lotte tra inglesi e russi per controllo imperiale e influenza. Ora, il gioco è ricominciato con moderni mezzi di comunicazione, armi e altre tecnologie. 

Com’è oggi la situazione a Zhanaozen?

Nonostante sia stato prolungato lo “stato di emergenza” e la repressione prosegua, i dimostranti non si sono arresi. Continuano a lavorare per creare un sindacato forte e unito che rappresenti l’intera regione, e ci sono giunti comunicati dalle regioni minerarie: altri scioperi stanno prendendo vita. 

@Henry_Langston

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