Come il Megabus è diventato un simbolo della nostra generazione

Sono stato male su un Megabus solo una volta. Stavo tornando a Bristol dopo un weekend a Londra, dove avevo visto una gara di ciclismo delle Olimpiadi del 2012. Ero rimasto ad assistere seduto sull’erba sotto il sole cocente, e quando ho messo piede sul Megabus avevo già la nausea.

Dopo un’ora mi sono reso conto che stavo per vomitare e sono corso in bagno. Le dimensioni del gabinetto erano quelle di una bara in verticale—perciò non potevo in alcun modo piegare le ginocchia. Sono stato costretto a vomitare in piedi. Visto che sono molto alto non è stato facile—una gettata mi è arrivata dritta su maglietta e pantaloncini. Quando mi ero ormai imbrattato ben bene, mi sono accorto che non c’era nemmeno la carta igienica. Sono stato costretto ad aprire la porta e chiedere ufficialmente aiuto agli altri passeggeri. Poi, ricoperto dello strano impasto che il vomito aveva formato sui vestiti, me ne sono tornato al mio posto accanto a uno sconosciuto. Puzzavo di bagno chimico e carote e volevo scomparire. Mancavano almeno due ore dall’arrivo.

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I Megabus sono nati nel 2003 nel Regno Unito, e sono presto arrivati in altri stati, tra cui l’Italia. Lanciati con biglietti a una sterlina (più 50 centesimi di costi di prenotazione), hanno rappresentato una new entry importante nella scena del trasporto pubblico. Una visione utopica di condivisione. Era il bus del popolo.

Questo era il sogno. La realtà somigliava più a una bolgia su ruote. Su un Megabus mi sono successe le seguenti cose: una telefonata di due ore e 45 minuti, un coppia che si masturbava reciprocamente sotto un cappotto, furti, una moglie che chiamava suo marito “Simon l’egoista” almeno una volta ogni cinque secondi (poi ho scoperto che il suo vero nome era Jed), un uomo che si è versato un litro di latte sul pacco e una volta, ne sono sicurissimo, un furetto.

Il 21 febbraio un Megabus che viaggiava da Chicago a Minneapolis è esploso. Fortunatamente nessuno passeggero è rimasto ferito, ma le fiamme hanno distrutto praticamente tutti i bagagli. Un passeggero, Darnell McKinney, ha perso tutto quello che aveva, dato che aveva preso l’autobus per traslocare. I suoi vestiti, le carte di credito e la carta d’identitò sono rimasti polverizzati. L’incidente in sé è una circostanza rara, ma il resto non ha niente di strano: un sacco di persone affidano la loro intera esistenza al grande autobus blu. Tutti siamo stati Darnell McKinney.

Magari non ce ne rendiamo conto, ma il Megabus è una delle poche esperienze di vera condivisione. Non è difficile spiegare il perché. Con il Megabus un viaggio da Londra a Manchester costa otto sterline, mentre con il treno ne costa 81,40. Voglio dire, anche se hai i soldi per il treno non puoi rifiutare un’offerta così allettante.

Viviamo in un’epoca in cui “essere poveri” è una situazione diversissima da quella che era prima: puoi avere un iPhone 6 e il conto in rosso. Invece di mettere da parte soldi e progettare di comprare casa viviamo in uno stato di costante nichilismo finanziario: aspiriamo solo ad arrivare a fine mese. Buttiamo gli ultimi soldi in concerti, per poi passare il weekend a mangiare cibo in scatola e bere birra del discount. E ovunque andiamo, ci arriviamo grazie allo stesso autobus blu.

Quando scendi dal Megabus, chiunque tu sia—calciatore, fancazzista, banchiere—tutti rimarranno impressionati dal fatto che per arrivare lì ti ci sono voluti sette ore e otto sterline. Che tu sia sommerso dai debiti universitari, l’ultimo dei disoccupati, o sotto la soglia della povertà, riuscirai comunque a racimolare i soldi per tornare a casa.

Non voglio scrivere una lettera d’amore ai Megabus. Non c’è niente di sexy nei Megabus. Non c’è niente di sexy nel tuo vicino di posto che mangia pollo al curry mentre tu scarabocchi un biglietto a tua madre per la Festa della Mamma. Non c’è niente di divertente nei Megabus. Ma non c’è niente che valga quanto il fatto che i Megabus permettono a persone sotto un certo reddito di andare dove vogliono. Non è romantico, ma è fondamentale.

Forse ci piace pensare che saranno altri i simboli per cui saremo ricordati nei decenni a venire, ma la verità è che sono i ricchi a dominare la cultura pop, e che anche quello che nasce dal basso ci mette pochissimo a finire in mano alle major e diventare fuori dalla nostra portata. Cosa possiamo dire davvero di possedere? Cos’è veramente nostro? In che altro luogo gli ultras si siedono in silenzio a fianco dei migranti? In che luogo madri stressate si scambiano sguardi complici con studenti ancora in botta dalla sera prima? Dove gli ex galeotti appena usciti di prigione fanno i primi passi nel mondo libero mentre gli adolescenti ascoltano musica di merda?

Megabus è attivo in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Canada e raggiunge più di 120 destinazioni. Il marchio, parte della Stagecoach, ha un fatturato superiore al miliardo di sterline. Il suo impero è in continua espansione. È più potente di alcuni stati del Golfo. E questo perché riesce a fare cose che le altre aziende possono solo sognarci: ci offre qualcosa che neanche volevamo veramente, ma a un prezzo così basso che non possiamo rifiutarlo.

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