Aspettative vs realtà: bilancio della vita sessuale di un 27enne italiano

Ormai è quasi un mese e mezzo che non faccio sesso: da quando l’ultima ragazza che stavo frequentando ha deciso che la nostra relazione semestrale aveva un grosso e decisivo problema: il suo ex fidanzato non era abbastanza coinvolto nella questione. Quindi ha pensato bene di coinvolgerlo di nuovo, e questo ha automaticamente estromesso me.

A 27 anni non battere neanche lontanamente chiodo per un mese e mezzo non è esattamente il massimo: dal punto di vista del picco biologico i miei lombi sono in pole position, e dovrei cercare di sfruttarli bene prima che le visite dal proctologo diventino una consuetudine.

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Ma la verità è che un mese e mezzo non è assolutamente il periodo di magra sessuale più lungo che abbia sperimentato. In passato sono stato anche più di tre mesi senza avere alcun tipo di contatto reciproco che riguardasse gli organi sessuali. E pensandoci a volte provo un senso di frustrazione e vergogna: quanto prezioso tempo sprecato. So che fondamentalmente è un’esperienza che vivono moltissimi altri compagni di testosterone, ma la verità è che la vergogna che provo è più che altro nei riguardi del piccolo ragazzo puberale che vive ancora in fondo al mio stomaco: quello che agli albori dello sviluppo si immaginava che la vita sarebbe stata solo e soltanto un lungo baccanale di orifizi intervallato semplicemente da fisiologici periodi fra un’eiaculazione e l’altra.

Guardando a ritroso nel tempo, la verità è che penso di aver scopato veramente poco rispetto a quelle che erano le mie aspettative 15 anni fa. Ma a quanto pare è una specie di condanna comune, indipendente dalla realtà dei fatti: qualche giorno fa stavo fumando una sigaretta dopo una cena con un amico—il classico compagno di adolescenza che tutti hanno avuto: colui che sembra avere una specie di contatto divino sia con i meccanismi genetici che determinano la bellezza estetica, sia con i feromoni, e dalla pubertà ha esercitato un’attrazione quasi gravitazionale verso qualsiasi essere femmineo che abbiamo incontrato in feste, vacanze, e in generale vita quotidiana—quando a un certo punto gli rivelo la mia insoddisfazione per questo periodo di digiuno forzato. Lui mi guarda con comprensione, e mi dice che spesso pensa lo stesso.

Ma come lo stesso? Neanche i suoi evidenti problemi con la grammatica e i suoi stati di decadimento alcolico sono stati in grado di dissuadere ragazze di ogni genere e forma a fare sesso con lui in tutti questi anni, ed era pure insoddisfatto? Inizialmente l’ho vissuta come una fastidiosa affettazione da persona viziata, una specie di mancanza di empatia di classe sessuale, ma poi pensandoci bene ho capito che era sincero. Spesso per i maschi non è importante la mole di sesso che si è capaci di raggranellare: se ne vorrebbe sempre di più.

E questo credo che abbia a che fare in un certo qual modo con l’educazione sessuale di un maschio medio—pornografia e forzature indotte, e mai dirette, verso il solo scopo paternalistico che i nostri avi con cromosoma Y ci hanno tramandato: ficcare. So che certamente non è così per tutti. Non che prima dei video porno online la gente non avesse di questi problemi, e chiaramente ci sono ragazzi tranquillamente soddisfatti della loro vita sessuale. Ma se analizzassimo l’andamento di questa soddisfazione su un campione abbastanza ampio di popolazione, vedreste che le curve di domanda e offerta si intersecherebbero in un punto che tende a infinito.

Qualche anno fa, rincasando silenziosamente, ho inavvertitamente ascoltato una conversazione che avveniva fra mia madre e la maggiore delle mie sorelle minori, che all’epoca frequentava la prima superiore. Le stava dando una specie di lezione su come reagire alle avance dei ragazzi che le facevano il filo: una serie di indicazioni che seppur molto stereotipate, e tutto sommato innocue, erano in assoluto molto più di quello che avevo ricevuto io a 14 anni.

Ora, non so se per le ragazze è sempre così: se in effetti tutte ricevono questa specie di educazione ateniese al sesso, probabilmente no. Ma so per certo che per un maschio l’introduzione alla vita sessuale è molto più simile all’Agoghé spartana: vieni abbandonato da solo, nudo, in un bosco di conifere pieno zeppo di cinghiali assetati di sangue, per provare il tuo valore.

La prima volta che ho messo le mani su un giornaletto porno, di quelli patinati che stanno nel punto più oscuro degli scaffali nelle edicole, avevo 12 anni. Io e mio cugino lo avevamo sottratto alla collezione nascosta che mio fratello più grande arricchiva di mese in mese, e dopo esserci appartati abbiamo cominciato a sfogliare quel piccolo vangelo dei rapporti sessuali. Fin da subito ho recepito il messaggio fondamentale e menzognero che tutta la letteratura pornografica trasmette: ogni occasione è potenzialmente buona per una copula. E ho cominciato a formare dentro di me l’aspettativa che un giorno sarebbe stato così anche per me. Che la mia modalità sessuale attiva, una volta sbloccata, si sarebbe messa in moto senza sosta.

Ma l’illusione indotta dalla pornografia non è l’unica che un giovane maschio che si avvicina al sesso riceve: a questa, infatti, si unisce anche quella propagandata dai coetanei e dai ragazzi più grandi. Quando ho cominciato a frequentare il piccolo baretto del mio paese di provincia, sono entrato, con i miei amici, sotto l’ala protettrice del gruppo storico dei ragazzi più grandi. Che oltre all’hashish ci hanno introdotto al confronto sessuale: era una continua sfida a chi aveva più aneddoti riguardo alle proprie scopate, e noi ce ne stavamo lì intontiti in un angolo a sperare di poter eguagliare i loro carnieri.

Poi, finalmente, la mia vita sessuale si è concretizzata: dopo le prime esperienze titubanti di limoni duri dietro la palestra delle scuole medie e di ingenui contatti con gli organi sessuali altrui (i contatti autarchici con i miei andavano avanti da anni), sono riuscito finalmente a fare sesso. Alla fine del primo anno di ginnasio.

Dopo sei mesi di fidanzamento e di continue pressioni passivo-aggressive, la mia ragazza ha deciso che era il momento: così un pomeriggio di maggio ho preso il mio scooter, emozionatissimo, e sono andato a casa sua. Ricordo che per qualche strano motivo lei si aspettava che io, un 15enne palesemente vergine, sapessi effettivamente cosa bisognava fare perché tutto andasse come doveva andare. Non ricordo esattamente come andarono le cose nel concreto, perché mentre lo facevamo continuavo a pensare “lo stiamo facendo! lo stiamo facendo sul serio!” e ero in un altro luogo con la testa. Ma ricordo che quando abbiamo finito mi sono sentito liberato di un peso.

Pensavo che una volta fatto il primo, decisivo, passo tutto sarebbe venuto di conseguenza. Siamo stati insieme per un altro anno, e cominciai a prendere una vera confidenza con il sesso. Fondamentalmente, però, sapevo che la nostra storia sarebbe finita; avevamo 16 anni, e mi aspettavo che il resto della mia adolescenza lo avrei passato di relazione in relazione facendo sesso continuamente. Le mie aspettative insomma, anche dopo aver provato un’esperienza concreta, non erano cambiate.

La verità, però, è che ho passato tutti i 17, i 18 e i 19 anni scontrandomi col fatto che nella vita reale, per un maschio normale, fare sesso richiede una continua applicazione e una sequela infinita di rifiuti e situazioni imbarazzanti. Ricordo la delusione infinita che provai quando alla fine della mia prima vacanza con gli amici a Riccione, la Mecca del sesso facile secondo qualsiasi fiaba tribale raccontata in Italia, ci ero riuscito solo una volta. E da allora, e per tutta l’adolescenza, ho vissuto ogni vacanza con gli amici come una specie di prova. So per certo che tutti i ragazzi che stanno leggendo questo pezzo sanno cosa significhi.

La scoperta più dolorosa della mia adolescenza però, fu che il sesso occasionale, quello che la fortuna ti porta in dote sporadicamente alla fine di una serata, è molto peggio di quello che puoi fare con la ragazza con cui stai e con cui hai un feeling. So che è normale e pacifico sapere che è così, ma io dopo tutti quei porno mi aspettavo che il sesso discolo senza impegno fosse bellissimo.

Arrivato ai 20, nonostante nel mio gruppo di amici fossi uno di quelli messi meglio, mi sentivo fondamentalmente insoddisfatto. Non arrivava veramente mai il periodo della vita in cui uno si accoppia come se non ci fosse un domani. Ed entrando nella terza decade della mia vita ho cominciato a realizzarlo.

Dai 20 in poi, inoltre, entra in gioco un fattore aggiuntivo: non sei più un ragazzetto arrapato, dovresti avere delle esperienze alle spalle. Eppure durante questi sette anni, nei periodi in cui non avevo relazioni stabili, ho continuato a tentare di procacciarmi rapporti sessuali con la stessa animosità che avevo a 15 anni. Ci ho provato da sbronzo con ragazze che manco mi piacevano seriamente a feste a cui non avrei voluto partecipare, ho scritto sequele infinite di messaggi a tizie pretenziose su Facebook parlando di libri e film con l’unico intento di accoppiarmi, ho tampinato per mesi compagne di corso: e questo rito ricomincia ciclicamente anche adesso che mi avvicino ai 30.

Non prendetemi per un fissato, ovviamente la situazione è migliorata con il tempo, ma in un certo senso le contingenze non aiutano. Prendete Tinder, o in generale la trasmissione della possibilità di sesso facile e indolore che applicazioni del genere comunicano: questo non fa altro che amplificare l’idea, probabilmente tutta maschile, che il sesso debba essere immediato. E soprattutto ricercato ad ogni occasione.

Ormai comincio a realizzare veramente che l’insoddisfazione maschile per il troppo poco sesso è quasi endemica: una specie di retaggio condiviso a cui, per motivi biologici o culturali, è quasi impossibile sfuggire. E come ha espresso perfettamente il compianto Remo Remotti in questa dolorosa poesia, è una tragedia.

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