“Sarà la più importante infrastruttura globale che l’umanità potrà costruire. Mangiamo tutti, tutti i giorni: nessun’altra invenzione avrà un tale impatto sulla nostra salute e sull’ambiente”
Matthew Lange mi ha detto questa frase pochi minuti dopo esserci conosciuti, quando mi stava spiegando in cosa consistesse esattamente il suo lavoro. E il suo lavoro consiste essenzialmente nel creare l’Internet del Cibo. Lange è il creatore e responsabile del progetto di IC-FOODS alla University of California, Davis, e sta collaborando con aziende e partner accademici per “disegnare l’infrastruttura ontologica e computazionale per costruire il Web Semantico del cibo, della Salute e della Sostenibilità”. Chiarissimo, no?
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Un giorno un uomo ha avuto un infarto ed è morto. Mentre lo stava mettendo nella body bag il cadavere gli ha vomitato addosso tutto quello che aveva mangiato prima dell’infarto – patatine, hot dog, pizza. Lì Lange ha capito che era ora di fare seriamente qualcosa contro l’obesità
Lange ha un PHD in Food Sciences, ma un corso di Computer Programming Class (all’epoca piuttosto inusuale – c’era ancora il Commodore 64, per dire) l’ha deviato verso “questa cosa fica chiamata Internet che stava accadendo in quel momento”.
Il vero momento di svolta della sua vita, però, è accaduto mentre faceva uno stage al pronto soccorso. Un giorno un uomo, abbastanza giovane, ha avuto un infarto ed è morto. Mentre lo stava mettendo nella body bag il cadavere gli ha vomitato addosso tutto quello che aveva mangiato prima dell’infarto – patatine, hot dog, pizza. E lì Lange ha capito che era ora di fare seriamente qualcosa per il problema dell’obesità negli Stati Uniti. Decisione supportata dal fatto che lui stesso soffre di una rara malattia genetica: per lui è fondamentale seguire una dieta speciale che prevenga alcuni degli effetti più gravi.
MUNCHIES: Ok, prova a spiegarmelo in modo comprensibile. Cosa fa IC-FOODS?
MATTHEW LANGE: L’essenza di quello che stiamo facendo è creare l’HyperFood Markup Language. Il World Wide Web funziona grazie all’HTML, l’HyperText Markup Language, con cui si ‘marca’ un testo. Noi vogliamo ‘marcare’ il cibo: le condizioni in cui viene cresciuto, trattato e trasformato un ingrediente, tutto quello che accade nella catena produttiva. Tecnicamente però chiamarlo HFML è scorretto, il modo più corretto di definirlo è food ontology, ontologia del cibo.
Cosa sono esattamente queste ontologie?
Linguaggi standardizzati e computabili. È così che funziona Google, ha il suo sistema ontologico di classificazione. Noi ne vorremmo creare uno pubblico, a cui chiunque potrebbe avere accesso, costruendo un knowledge graph (grafica della conoscenza) che diventi ubiquo come l’html. È assurdo che questo tipo di informazioni sia solo proprietà di un motore di ricerca privato.
Come realizzerete questo vocabolario?
Uno dei nostri partner ad esempio è Godan, Global Open Data for Agriculture and Nutrition, che sta costruendo una sorta di enciclopedia agricola. Attraverso un gruppo di lavoro comune cerchiamo di allinearlo con i vocabolari di altre organizzazioni, governative e non, che si occupano di alimentazione. Ovviamente un conto è indicizzare le parole del cibo, un conto è creare un linguaggio computazionale con cui ‘taggare’ gli alimenti.
Immagina sensori applicati su pomodori o sulle vigne, droni che volano sui campi, videocamere a infrarossi sugli alberi di frutta e producono informazioni come il contenuto di zuccheri o il grado di maturazione

Il tuo obbiettivo principale, quindi, è quello della salute?
Siamo molto bravi a intervenire quando le cose sono già andate male, ma non siamo altrettanto bravi a guidare le persone, ad aiutarli a prendere le decisioni giuste per se stesse. Abbiamo un enorme, ricchissimo vocabolario per malattie, diagnosi e medicine, ma non ne abbiamo uno equivalente per il cibo. Voglio che la gente faccia quello che è giusto per se stessa, per la propria genetica e per il proprio stile di vita. Voglio che chiunque abbia la conoscenza necessaria a prendere un certo tipo di decisioni.
Come verranno messe in condivisione queste informazioni?
Non so se hai mai sentito parlare dell’Iot, l’Internet of Things. Immagina sensori applicati su pomodori o sulle vigne, droni che volano sui campi, videocamere a infrarossi sugli alberi di frutta e producono informazioni come il contenuto di zuccheri o il grado di maturazione. Utilizziamo già sensori simili: il mio vicino ne ha uno nell’orto che controlla l’irrigazione, io ne ho uno per controllare il riscaldamento di casa mia dal telefono. Queste tecnologie diventeranno sempre più piccole – e più economiche.
Come ci si potrà fidare delle informazioni fornite?
Potremmo prendere tutte queste informazioni e riunirle in una blockchain, una sorta di database virtuale estremamente sicuro. È la stessa tecnologia dietro ai bitcoin. Tutti i giocatori nella supply chain, dal contadino che cresce i pomodori alla sfoglina che usa la passata nelle lasagne, hanno la stessa opportunità di inserire i dati su quello che stanno facendo al cibo. Il cibo diventa completamente tracciabile, la sua produzione trasparente. Per me tutto ruota intorno agli artigiani e alle persone che hanno davvero a cuore il cibo che stanno producendo. Stiamo ridisegnando il paesaggio del cibo: non vince più chi produce le maggiori quantità al minor prezzo, ma chi è più affidabile e trasparente.
A che punto sono le ricerche?
Stiamo facendo conferenze e mettendo le persone in contatto. Questo è il primo passo. Il prossimo sarà integrare i vocabolari. È ancora tutto all’inizio, ma si farà. L’Internet of Food sarà più grande dell’Internet of Things.
Domanda da persona che ha visto troppe puntate di Black Mirror. Non ci sono dei rischi in questo controllo assoluto di ogni fase della produzione alimentare?
Questo tipo di domande è quello che mi tiene sveglio la notte. Spero, e prego, di stare facendo la cosa giusta. Mi spaventa anche come potrebbe essere la prossima generazione di hackers. Ma ricavo energia dall’idea che potremmo avere un sistema alimentare più sostenibile e più sano.
Domanda da persona che ha paura di perdere il suo lavoro da scrittrice di cibo. Non si rischierà di perdere la magia della cucina?
Quando ero ragazzo ho lavorato in una dozzina di ristoranti. Amo il cibo. Prendo molto sul serio la responsabilità di mantenere la passione e la poesia nella creazione del cibo. Ci sarà sempre una magia. I film non hanno rovinato la letteratura, giusto? È solo una forma diversa di arte. Le persone diventano tecnofobiche quando si parla di cose come la computazione, ma le tecnologie ci rendono solo più liberi di pensare di più, di essere più creativi. Saremo in grado di condividere il cibo in modi in cui non erano in grado di condividerlo prima, così come è successo con le fotografie.
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