Charles Burns è cresciuto nella rivista RAW negli anni ’80 (quella di Art Spiegelman), e da allora non ha mai smesso di disegnare persone, deformità, mostri e altre cose grottesche con un tratto fine e delicato per poster, copertine di dischi, The Believer, bevande, giocattoli e un sacco di bellissimi fumetti partoriti dalla sua mente contorta. I dodici numeri di Black Hole sono stati completati in 11 anni. È praticamente il suo La veglia di Finnegan, ma incentrato su un gruppo di adolescenti americani nei primi anni ’70 e il loro tentativo di vivere con una strana malattia sessuale mutante. È anche molto più comprensibile del mattone Joyciano, anche se stiamo ancora cercando di capirlo appieno a tre anni dall’uscita dell’ultimo numero. Settimana scorsa ci siamo detti: basta! e abbiamo telefonato a Burns per farci dare qualche risposta.
Vice: Un paio di anni fa ti ho chiesto di cosa parlasse Black Hole e mi pare ti fossi scocciato.
Charles Burns: La domanda non mi irrita, è solo che non ho una buona frase fatta per rispondere. Diciamo che Black Hole è una storia d’amore horror.
Videos by VICE
Mi sembra che i tuoi vecchi lavori siano ispirati da altri fumetti e dalla cultura popolare, mentre Black Hole si basi più sulla tue esperienze personali.
È una generalizzazione, ma non hai torto. Penso che in molti miei vecchi lavori stavo ancora cercando di raggiungere l’obiettivo di creare qualcosa che avesse del classico. Quando ho iniziato Black Hole, invece, volevo fare qualcosa di diverso, solo per me. È più incentrata sui personaggi che sulla trama o l’azione.
Mi dici una volta per tutte di cosa tratta?
Non ho una risposta definitiva. So che non parla di AIDS. Posso dire che è un fumetto che tratta di personaggi che interagiscono tra loro. Immagino che siano tutti delle proiezioni di me stesso, in un certo senso. Nelle mie storie uso alcune cose che sono molto ovvie e ridicole, come vagine negli alberi—alcune cose sono ovvie e altre sono più sottili. Ma non ho nessun interesse nel rispondere letteralmente a queste domande.
Gary Panter dice che ridacchi quando disegni e che cerchi di usare più nero possibile.
[ridacchia] Non so perchè Gary abbia detto questo. Penso che stesse esagerando apposta. Ma se vuoi che ti racconti qualcosa su Gary, eccola: Stava facendo degli spettacoli di luce fatti in casa al suo studio a Brooklyn, per un periodo. Aveva allestito una stanza elaborata, con un lenzuolo appeso tra lui e il pubblico. Una sera ci radunò tutti fuori e ci spiegò che avremmo dovuto aspettare che si accendesse la luce per entrare nella stanza e vedere lo spettacolo. Aspettammo per un po’, e dato che ci aveva detto così seriamente di aspettare che si accendesse la luce, non entrammo anche quando partì la musica. Alla fine Gary fece la sua performance, che durava mezz’ora, senza pubblico. Poi è uscito e pensava che lo stessimo prendendo in giro quando gli dicevamo di non aver visto lo spettacolo. L’ha rifatta tutta due volte.
Dove sei cresciuto?
Da piccolo mi spostavo molto. Abbiamo vissuto in Maryland, Colorado e Missouri. Nei primi anni 60 c’era tutta una cultura giovanile incentrata sui mostri. Mostri su carte da gioco, mostri al cinema, mostri in tv, cose così. Il mio amore per quella cultura traspare nel mio lavoro.
Cosa ti ha spinto a cominciare a disegnare?
Guarda, quando ero in prima media ci eravamo stabiliti a Seattle. Quando ci spostavamo così tanto potevo sempre contare sul disegno per difendermi. Era anche un modo fidato di divertirmi. Riuscivo sempre a salvarmi il culo, e a proteggermi, disegnando mostri per i ragazzi nelle varie scuole, quando ancora non mi conoscevano.
Molte persone che lavorano in una maniera così ossessivamente chiara e pulita come la tua sono anche molto timidi e schivi. Tu sembri una persona ben bilanciata e socialmente adeguata.
Beh, forse visto dall’esterno. Fare l’artista è un lavoro molto solitario. Recentemente stavo lavorando su un lungometraggio animato e parte del motivo per cui l’ho fatto è che volevo provare un’esperienza diversa. Alla fine nonostante l’abbia diretto, scritto e sceneggiato, ho capito che preferisco continuare a lavorare da solo. Voglio avere il controllo completo della situazione nel caso in cui faccio una cazzata, preferisco prendermene tutta la colpa piuttosto che dover individuare i responsabili
Di cosa tratta il film?
È un film per una compagnia di produzione francese con cui ho lavorato in modo saltuario in questi ultimi due anni. Il titolo si traduce dal francese in “Paure del Buio.” È una collezione di corti scritti da autori diversi su come percepiscono la propria paura del buio. Il mio corto è lungo circa 18 minuti. Anche Richard McGuyre ne ha diretto uno. Gli altri sono stati scritti prevalentemente da autori francesi, mentre uno di loro è italiano. Uscirà in Francia all’inizio di Febbraio e verrà proiettato anche a Sundance.
Sei soddisfatto del risultato finale?
Considerati i limiti che ho dovuto rispettare, credo sia uscito meglio di quanto sperassi. Non mi sono divertito molto nel farlo, comunque. Continuavo a sentire il bisogno di sistemare delle cose. E poi mi dicevano di continuo che avrei potuto sistemare soltanto tre cose, mentre io ne avrei volute aggiustare almeno altre venti.
I tuoi disegni hanno una qualità precisa, al limite del perfezionismo, il che fa pensare che ogni singola linea richieda un livello di concentrazione davvero intenso.
Sono sempre stato attratto dai fumetti con una certa qualità del tratto. Quelli che partivano larghi e si restingevano verso la fine. Quando ero più giovane ho provato a ricreare uno standard del genere utilizzando una penna normale, fino a che qualcuno mi ha informato che linee del genere venivano disegnate a pennello. Se dai un’occhiata ai miei lavori più vecchi, si capisce che mi sono raffinato negli anni.
Quanto tempo impieghi a completare una pagina intera di un tuo fumetto?
Al momento sto lavorando ad un fumetto a colori, quindi mi ritrovo ad affrontare tutta una nuova serie di questioni con cui non ho mai lavorato prima. Ci sono pagine in cui mi ritrovo a disegnare ogni singolo granello di sabbia o filo d’erba. Pagine del genere possono impegnarmi per una settimana, o anche solo per un giorno. Dipende.
Hai un seguito di fan ossessivi e fastidiosi?
A volte capita, ma siccome lavoro in totale isolamento, mi fa piacere vedere gente a cui piacciono i miei libri. Ogni tanto mi succede di avere un incontro un po’ strano. In Europa c’è questa tradizione per cui se stai autografando un libro che ha a che fare con i fumetti, sei in qualche modo tenuto a fare un gran bel disegno elaborato di fianco al tuo autografo. Per me è come spogliarmi nudo in pubblico. Non sono in grado di disegnare di fronte ad un estraneo. C’è stato questo episodio in Germania, quando ho fatto quello che ritenevo essere un bel disegno a matita a fianco al mio autografo. Il ragazzo l’ha guardato e ha detto, “Quando penso ad un disegno di Charles Burns, penso a tratti di inchiostro netti e pesanti.” Io gli ho risposto che mi dispiaceva e lui ha continuato, “Beh, potresti ripassare questo a china.” Gli ho detto che non potevo perchè non avevo con me nè l’inchiostro nè il pennello adatto, e lui se n’è andato borbottando. Il giorno dopo, mentre continuavo ad autografare libri, ha aspettato in fila per un’altra ora e mi ha passato una bottiglietta di inchiostro e un pennello.
E tu l’hai fatto?
Odio doverlo ammettere, ma l’ho fatto. Non l’ho mandato affanculo.
Immagino che i tuoi disegni siano molto richiesti come tatuaggi.
Alcuni sì. A San Francisco sono stato avvicinato da questo ragazzo che mi ha detto, “Ho qualcosa da farti vedere.” Gli ho detto, “Oh. OK, è una cosa bella o brutta?” E lui mi ha risposto, “Beh, dipende.” Si era fatto tatuare un mio ritratto di William Burroughs su tutta la schiena. Certo, avrei preferito che mi si fosse avvicinata una bella ragazza per mostrarmi i suoi tatuaggi. Quello non era un ragazzo che avrebbe dovuto rimanere a petto nudo.
Hai dei tatuaggi?
Non direi.
Cosa intendi?
Ho dei segni che mi sono inciso da solo quando ero giovane. Non sono granchè interessanti, sono solo alcune X.
Ti piacevano così tanto gli X?
Una volta mi piacevano molto. Bazzicavo la scena punk della Bay Area nello stesso periodo in cui Gary Panter viveva a Los Angeles. Nel ’77 sono andato ai Mabuhay Gardens per vedere gli Avengers, uno dei gruppi della zona, e sono arrivati i Devo e ci sono rimasto secco. Credo che al tempo avessero fatto uscire soltanto un singolo, ma quando sono saliti sul palco a suonare è stato qualcosa che non avevo mai visto prima. C’è una foto del chitarrista in uno dei libri che parla della scena punk della Bay-Area in cui in mezzo al pubblico si riesce a vedere la mia testa.
Fantastico. Sei nei libri di storia.
Un mio amico mi ha raccontato una storia su una cosa che ho fatto, ma che io non ricordo d’aver fatto. Mi ha detto, “Quando ti sono venuto a trovare a San Francisco sei salito sul palco e hai annunciato la band. Avevi al collo un mangiacassette e hai semplicemente messo il microfono davanti alle casse.” Uno dei personaggi dei miei ultimi fumetti indossa una maschera sul palco e un mangiacassette al collo che suona feedback e dialoghi distorti di William Burroughs.
Sei proprio sicuro che non mi vuoi dire di cosa parla Black Hole?
[lentamente] Black Hole parla della malattia dell’adolescenza. Alcuni guariscono, altri no.
NICHOLAS GAZIN
Altro
da VICE
-

Robin Williams (Photo by Sonia Moskowitz/Images/Getty Images) -

(Photo by Jim WATSON / AFP via Getty Images) -

Seinfeld (Photo by FILES/AFP via Getty Images)
