La Palmer Station. Foto via Wikimedia Commons
Il 30 luglio 2014 la stazione di ricerca Halley VI del British Antarctic Survey è rimasta senza corrente. Durante l’estate antartica sarebbe stato un problema per le 70 persone fra scienziati e tecnici che vi lavorano. Se avessero dovuto aspettare assistenza dalla base britannica più vicina—sulle Isole Falkland, a circa 2900 chilometri di distanza—la rigorosa tabella di marcia del laboratorio e i loro esperimenti si sarebbero interrotti per ore o addirittura giorni. Ma non c’è assistenza esterna per la stazione Halley VI durante l’inverno antartico, che si estende da fine febbraio agli inizi di novembre. Le temperature scendono talmente in basso che i sistemi idraulici degli aerei possono congelarsi, mentre la totale assenza di luce solare dal 29 aprile al 13 agosto rende estremamente difficile localizzare la piccola stazione di ricerca—una serie di piccoli edifici costruiti su palafitte, 14 metri sopra la calotta di ghiaccio. Durante l’inverno la squadra è composta da 13 persone incaricate di portare avanti la stazione e i suoi esperimenti, e quando c’è stato il blackout questi si sono ritrovati da soli, a migliaia di chilometri dalla civiltà, con temperature sotto i -55 gradi e venti a velocità pazzesca, e con solo un telefono satellitare a disposizione. Sono rimasti in questa situazione per 19 ore, quando finalmente sono riusciti a risolvere il problema da soli.
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Quando Halley VI è tornata operativa, il tecnico elettricista Anthony Lister ha messo da parte l’angoscia e tirando un sospiro di sollievo ha twittato: “C’è internet, un sacco di tè @YorkshireTea e un bollitore. Di cos’altro ho bisogno?”
Ma non tutti hanno la stessa forza d’animo durante l’inverno antartico. Chi lo prova su di sé non è accomunato da uno stesso profilo personale, una stessa cultura o esperienza. Le uniche cose che li accomunano sono la stanchezza mentale e lo stress a livelli estremi. Non tutti ce la fanno e molti non vogliono più tornare, eppure c’è qualcuno che continua a farlo perché, nonostante le difficoltà, ha trovato il modo non solo di sopravvivere all’inverno antartico, ma anche di trarne profitto.
Foto via Wikimedia Commons
Il passare un intero inverno in Antartide è noto come “winter-over”. In occasione del primo, nel 1898, il chirurgo ed esploratore polare Frederick Cook ha lasciato testimonianza scritta dell’isolamento opprimente, delle difficoltà fisiche e la deprivazione sensoriale causate dalla vita in quel buio gelido: “La coltre nera che si è stesa sopra il deserto di ghiaccio all’esterno ha invaso anche l’interno delle nostre anime, Intorno ai tavoli, nel laboratorio e negli alloggi gli uomini siedono tristi e avviliti, persi nei loro sogni malinconici.”
Le condizioni di vita degli odierni residenti dell’Antartide sono decisamente migliorate—non vivono più in capanne di legno e quando c’è corrente possono usufruire di una connessione internet satellitare abbastanza potente per twittare ma non per guardare Netflix—eppure i sentimenti di Cook sono tuttora condivisi. L’Antartide è il posto più freddo, deserto e ventoso del pianeta. Tecnicamente si tratta di un deserto gigante, e nelle parti più interne le temperature raggiungono i – 90 gradi centigradi, la temperatura più bassa mai registrata sulla Terra. Se esci in uno di quei giorni la pelle si screpola e quasi istantaneamente si formano ghiaccioli sulla barba o sulle sopracciglia; bisogna indossare biancheria e tute termiche anche per percorrere un chilometro. Anche in quelle condizioni, tuttavia, c’è il rischio di rimanere scottati dal sole. Gli alloggi angusti, il clima estremo e l’assenza di verde o di cibo fresco sono simili alle caratteristiche che avrebbe un’esplorazione umana su Marte. I pinguini imperiali sono le uniche creature a sangue caldo che si riproducono durante l’inverno rigido, e anche loro hanno il buon senso di rimanere sulle coste.
Questo spiega perché l’essere umano non ha nemmeno preso in considerazione l’Antartide fino al 1820. Il primo approdo registrato risale al 1895, e ci sono voluti altri 16 anni perché l’esploratore norvegese Roald Amudsen raggiungesse il Polo Sud. La visita successiva risale al 1956, quando c’erano aeroplani e veicoli specializzati. I britannici sono stati i primi a tentare di stabilirvi una base aperta tutto l’anno, nel 1903, costruendo una baracca di sei metri per sei fatta di pietra, legno e tela. Si trovava su un arcipelago non lontano dalla costa, e rappresentava il primo tassello nella conquista del territorio da parte dell’Impero. A seguire è stata l’Argentina con una sua base, e per i 55 anni successivi questi due stati—insieme a Australia, Cile, Francia, Nuova Zelanda e Norvegia—hanno costruito basi per rivendicare i territori occupati fino al 1959, quando un trattato ha congelato le rivendicazioni facendo dell’Antartide territorio internazionale. Ciò nonostante tutti gli stati in gioco più Brasile, Perù, Russia, Sudafrica e Stati Uniti hanno continuato a sovergliare le loro zone di interesse.
La South Pole Station negli anni Sessanta. Foto via Wikimedia Commons
Oggi l’Antartide è soprattutto un approdo per scienziati, essendo questi tra i primi ad aver occupato le basi. Ci sono circa 70 stazioni di ricerca sparse per il continente, appartenenti a 28 paesi diversi, e 40 di queste operano per tutto l’anno (la più recente è la sudcoreana Jang Bogo Station, aperta quest’anno). D’estate ci sono circa 5.000 persone divise fra le varie basi, ma il numero scende drasticamente durante l’inverno. Secondo i dati approssimativi dell’America’s National Science Foundation fra il 1957 e il 2013 solo 1418 persone hanno ‘svernato’ in Antartide, rispetto al totale di 100.000 visitatori del continente. Dei pochi che vi trascorrono l’inverno, circa mille lo hanno fatto più di una volta e almeno una persona, Gerald Ness, ha registrato 15 inverni. Molti di quelli che rimangono sono appaltatori privati che tengono operative le basi. A questi si aggiunge un piccolo contingente di scienziati.
La vita di queste squadre ridotte all’osso varia da base a base. A Palmer Station, una delle tre basi americane, si vive in stretti dormitori dov’è difficile che due persone si alzino in piedi contemporaneamente—ma il contatto con il mondo esterno non viene mai meno. L’Amudson-Scott al Polo Sud è molto più isolata, anche se il personale dispone di una stanza per registrazioni, una palestra e molto più spazio agevole. Poi ci sono i fortunati della McMurdo Station, la base più grande dell’Antartide, dotata di energia e edifici a sufficienza da creare inquinamento luminoso e importunare gli astronomi che vengono in Antartide per le loro osservazioni. I 100 edifici della base ospitano fino a 1.000 persone in estate, e 200 durante l’inverno. Questi includono un bar e una caffetteria; la McMurdo dista circa due chilometri dalla neozelandese Base Scott.
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Al di là di questi dati specifici, in media una base ospita 50 persone durante l’estate e 15-20 in inverno. “Le squadre invernali hanno una cultura propria,” scrivono Jim e Lisa, che insieme contano 102 mesi in Antartide. “E poiché ogni squadra è diversa, ogni inverno è diverso.” Coloro che hanno studiato la psicologia e sociologia dei residenti invernali, come il professor Lawrence Palinkas della University of Southern California, dicono che non c’è un solo tipo di individui che intraprende tale viaggio, e che il procedimento di selezione estrememente competitivo genera una sottocategoria di individui più avventurosi, metà dei quali ha 25 anni o meno. In ogni caso si tratta di persone normali e non di avventurieri estremi, perché i superiori tendono a scartare le persone più esuberanti mediante una selezione psicologica.
“Le caratteristiche della personalità, i precedenti di abuso di sostanze o i problemi mentali indicano come si potrebbe comportare un individuo in condizioni di prolungato isolamento e limitazione, ma ci sono altri fattori difficilmente controllabili,” chiarisce Palinkas. “Un individuo potrebbe passare un buon inverno e viverne uno terribile l’anno successivo perché la squadra è cambiata.” Molti fra i non-scienziati sono attratti non solo dall’esperienza elettrizzante, ma anche dalla possibilità di mettere da parte il 90 percento dei loro modesti stipendi, con l’affitto già pagato, cibo gratis e denaro da spendere al massimo in spuntini extra o alcolici a buon prezzo da attingere alle scorte della stazione. Quelli che passano un buon inverno sono coloro che riescono ad accettare e a prosperare nell’isolamento. Secono David Nold, che ha lavorato come ingegnere di sicurezza per l’Antarctic Support Associates alla stazione di McMurdo, “Non esiste né posta, né frutta fresca né insalate, ecc., ma molti di quelli che trascorrono qui l’inverno lo vedono come un buon compromesso in cambio del ritmo rilassato dell’inverno.” Hanno più probabilità di avere delle stanze private rispetto agli impiegati estivi, sono più liberi di vagare per una stazione vuota e ansiosi di accogliere l’atmosfera della piccola comunità di compagni solitari, fra i quali vi sono scienziati e tecnici di supporto che distribuiscono e condividono il carico di lavoro della stazione. Un blogger antartico l’ha paragonato a una versione estesa di un campo estivo per adulti, con tanto di Mario Kart, Settlers of Catan, giochi di carte e serate al bar—persino alcune “relazioni glaciali” ufficiali e di breve durata. Gli impiegati invernali, scrive Nold, tendono ad andarsene prima che arrivi il via vai estivo.
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Nonostante tutto ogni anno ci sono persone che non sopportano l’isolamento, persone che si scontrano con altre caratterialmente diverse, e altre ancora che semplicemente non hanno più niente da dirsi. Su una stazione in cui le uniche cose da bere sono acqua, latte in polvere o alcol, alcuni sprofondano nell’alcolismo. “Un mio amico che ha svernato due volte alla McMurdo e due alla Pole [come viene chiamata la Amudson-Scott] ai tempi della marina militare mi aveva raccontato di quest’uomo che hanno dovuto rinchiudere perché a causa dell’abuso di alcol aveva generato violenza e minacciato altre persone,” ricorda Bill Splinder, uno storico frequentatore dell’Antartide. Gli esami sulla psiche provano ad individuare eventuali problemi con l’alcol, e nel passato gli ufficiali hanno tentato di limitarne l’assunzione o di porre le scorte di alcolici sotto il controllo del dottore, ma non basta. “Probabilmente vietarlo [gli alcolici] adesso,” prosegue Splinder, “indurrebbe molte persone a decidere di non partire.”
Sia coloro che accettano l’esperienza che quanti cadono in depressione però devono provare sulla propria pelle il rigore della deprivazione sensoriale. Anche con la luce, è facile perdere la cognizione del tempo e la padronanza della lingua. “Lentamente le persone si liberano delle preoccupazioni del mondo esterno,” scrive Mastro. Splinder ne parla in termini di “winter-over syndrome”, un effetto della deprivazione sensoriale, dell’isolamento, o forse anche l’effetto del freddo estremo sulla tiroide che può causare perdita di memoria, sonnolenza, pigrizia o depressione. Anche i più entusiasti possono spezzarsi sotto queste pressioni inaspettate o a causa di cattive dinamiche sociali.
La McMurdo Station nel 1960. Foto via Wikimedia Commons
“Proviamo in tutti i modi possibili a rompere la monotonia delle lunghe notti invernali,” racconta Guillaum Dargaud, che vi ha trascorso due inverni. “Feste di compleanno, Pasqua, Festa dei lavoratori… ogni data sul calendario è una scusa per organizzare una cena più carina del solito.” Le squadre utilizzano le sale di registrazione per serate cinema, grandi feste a tema per tenere alto il morale della comunità, e le più importanti sono la festa di metà inverno e il ritorno del sole. Ma spesso le squadre vanno oltre le semplici feste, e inventano tradizioni cariche di machismo. Quasi tutte le squadre hanno la tradizione del Club 200 o 300, secondo la quale ci si deve sedere in una sauna 200 o 300 gradi [Fahrenheit] superiore alla temperatura esterna, per poi correre con indosso solo le scarpe e buttarsi nell’acqua ghiacciata. Alcune tradizioni, come quella del “packing”—portare le nuove reclute all’esterno e riempire di neve le loro tute—sono state vietate. Tra le camminate notturne e le versioni glaciali di qualsiasi sport forse una delle tradizioni più strane e più popolari di metà inverno è la visione di The Shining e La Cosa. Quest’ultimo sembra molto sentito, dato che l’anno scorso alcuni scienziati hanno trovato dei fossili di microbi di 100.000 anni fa nel ghiaccio antartico, e la blogger di Vanity Fair Juli Weiner ha definito la scoperta praticamente uguale alla trama de La Cosa.
A molti aiuta il fatto che anche nella calma dell’inverno la giornata lavorativa va dalle 7.30 alle 17.30. Altri invece più che della depressione si preoccupano di possibili infortuni o avarie come alla Halley VI. “In caso di grave emergenza, in un modo o nell’altro ce la caviamo,” scrive Nold, “ma non è facile, posizioniamo barili da 210 litri sulla pista e li riempiamo di carburante, poi li bruciamo per illuminarla.” Tra lavoro, vigilanza e preoccupazione continua, comunità, progetti personali, una connessione internet irregolare e un po’ di alcol, alla fine questa gente riesce a passare il tempo. Sorprendentemente alcuni, anche dopo l’avaria della Halley VI, vi faranno ritorno e scommetteranno sull’anno a venire.
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