-I Cugini di Campagna allo sfaldamento, condividi la scelta di Nick Luciani? E’ stata una scelta sofferta anche la tua?
-Nick ha una soglia di sopportazione molto più alta della mia. È durato vent’anni in un gruppo che non produce musica da trenta.
(da un’Intervista a Paul Manners su Sesto Daily Nees, 17 Dicembre 2014)
Nella vita, lo sapete bene, tutti hanno bisogno di certezze, e ce ne sono alcune che, se disattese, ti mandano al manicomio. Stava per essere il mio caso quando ho letto la ferale notizia che Nick Luciani, cantante dei cugini di campagna, ha dato il benservito al gruppo: ci sono rimasto perché pensavo avrebbe come minimo superato Stefano D’Orazio dei Pooh in quanto a pazienza e abnegazione. Così non è stato, e le motivazioni ce le dice lui stesso in un’intervista a La Repubblica: “mancanza di collaborazione, prove e allestimento” che negli ultimi tempi avrebbero portato a “spettacoli sempre più scadenti”. E questo, afferma in una nota Luciani, avrebbe tolto man mano al gruppo “quella magia con la quale era nata negli anni Settanta e su cui si basava, snaturando e facendo scivolare il gruppo sempre di più nel ridicolo sia dal vivo che in TV”.
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Be’, evidentemente l’ultima uscita dei Cugini che cantano a cappella “Anima Mia” per i marò (un imbarazzante “anima mia torna a casa tua”, per chi si fosse dimenticato l’inciso) è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso di Nick. Ma in effetti anche molto prima, quando cantavano “Malafemmena” versione disco vestiti come una band di liscio alla festa patronale, facevano abbastanza vomitare: diciamo che se n’è accorto un po’ tardi. Tutto ciò però rendeva benissimo a livello di cash: apparizioni assicurate ad ogni trasmissione televisiva, soprattutto quelle per la terza età, addirittura un disco d’oro dopo l’exploit nel famoso programma di Fabio Fazio (anche se a detta loro hanno venduto 9 dischi di platino!!!). Nick haa ragione, però, a dire che prima di diventare icone trash i nostri sapevano il fatto loro eccome.
La storia dei Cugini di Campagna inizia a Roma, zona Fontana di Trevi, con un piccolissimo Ivano Michetti ( bassista, chitarrista e leader della band) intento a fregare le monetine dalla fontana, usando calamite ed altri ingegnosi stratagemmi. Per questo gli daranno addirittura una parte nel film cult “Totò truffa” e non perderà il vizio da adulto, visto che nel 2004 sarà condannato per truffa davvero, indovinate a danno di chi. Il padre lo pizzica e pare—a quanto si evince dalle sue confuse interviste—lo costringa a frequentare (insieme a suo fratello gemello, che diverrà il batterista della futura band) i corsi di canto delle voci bianche della Cappella Sistina, per toglierlo dalla strada e dai furti. In qualche modo è l’inizio di una passione per la musica polifonica e per il “falsetto”, che verrà poi sviluppata in campo pop dal deus ex machina Flavio Paulin, il primo cantante storico della band e quello che con la sua chioma bionda condannerà tutti i successivi cantanti della band a ossigenarsi (anche se in realtà lui stesso non li aveva sempre portati così, contrariamente allo stereotipo).
Mescolando tutto ciò con il pop anglosassone alla Beatles (ma forse più alla Hollies) i nostri cercano un contrattone discografico: per farlo si informano sulle abitudini alimentari dei boss della musica dell’epoca e imboccano in un ristorante romano cantando a cappella “Nella Vecchia Fattoria (!!!)” Gianni Meccia, (interprete di canzoncine come “Il Pullover”) è casualmente a cena, rimane impressionato dall’esecuzione, li battezza e li fa firmare per la sua etichetta PULL, uno dei primissimi esempi di produzione indipendente in Italia. È il 1970: Da lì canteranno la sigla di Alto Gradimento di Arbore/Boncompagni e alcuni loro pezzi finiranno in alcuni film “boccacceschi” del periodo, quelli insomma pruriginosi nel loro volgarizzare la trilogia della vita di Pasolini, come Decameron n°3 e Canterbury Proibito. Segno che insomma i nostri non sono stinchi di santi.
Ma è con l’album Anima Mia del ’73 che il botto è assicurato: per la prima volta si scrivono i brani da soli (anche se ne contiamo solo 8). Il pezzo trainante lo conoscete come il padre nostro, è una storia torbida: un’avventura con una ragazza che ha detto “troppi sì”, una fricchettona impenitente che passa di letto in letto e il protagonista se ne innamora. Il pezzo è epocale, non c’è dubbio: non tanto per la tematica quanto perché lo stile dei Cugini va a definirsi: una specie di dream pop all’italiana ante litteram (evidentissimo in brani come “Sei Tu”, che non vedrei male cantato dai Cocteau Twins) dove gli arrangiamenti sono tutti asciugati , le parti di synth sono paddoni cosmici e serpeggianti, a sostenere delle melodie zuccherose che—appunto—sembrano mutuate dai canti di chiesa nonostante pronuncino bestialità. Una storia come quella di “Anima Mi”a cantata da voci bianche di UOMINI, molto prima dei Bee Gees e molto prima di Klaus Nomi be’ … all’epoca era abbastanza blasfema, diciamolo. Ed è infatti dal successo di “Anima Mia” che la leadership di Flavio Paulin prenderà il via, e con essa il look fra il fetish e il glam e i comportamenti poco consoni a un gruppo di pop melodico.
Capelli oltraggiosi, vestiti attillati, zeppe trampolate coperte di lustrini che strizzano l’occhio all’ambiguità sessuale e tematiche abbastanza pesanti. Nei dischi successivi si parla di suicidio (“Preghiera”) , incidenti stradali mortali (“L’Incidente”), dubbi religiosi allucinanti (“Al Confessionale, Gesù”), le copertine dei dischi li raffigurano in latex nero con un minaccioso rapace gigante in mano e la censura radiotelevisiva arriva come un machete a segarli. Ci sono spesso anche inserimenti di field recordings e roba simile, e nell’album Preghiera del 1975, Paulin sembra voler spingere la band verso sentieri più elettronici e rockeggianti tipo T.Rex ultimo periodo (che sicuramente sono il loro punto di riferimento estero). Certo, la difficoltà nel far convivere le mielosità commerciali con qualcosa di musicalmente più teso non è impresa facile. Lo stesso tastierista Giorgio Brandi viene dai seminali e osticissimi Panna Fredda, uno dei più sottovalutati e sperimentali gruppi prog italiani, e cerca di introdurre nuova linfa kraut alzando il tasso tecnico: ma alla fine Paulin esasperato dalla tirannia dei gemelli Michetti, poco inclini ad abbandonare il denaro facile, prende e molla tutto, anche il famoso falsetto.
Chi conosce la storia del technopop italiano sa che il nostro eroe pubblicherà nel ‘79 un album seminale se non unico per il futuro del genere in Italia, ovvero Paulin: praticamente l’unica risposta italiana ai Kraftwerk, realizzato con un sequencer auto costruito nientepopodimeno che da Mario Maggi, il creatore del Synthex, il sintetizzatore italiano che ancora adesso fa impazzire il mondo. Purtroppo, l’ovvio insuccesso del disco (santificato però da una cover di Patty Pravo nel suo “Munich Album”) porterà il nostro a lavorare dietro le quinte, soprattutto col compare Brandi : apre un etichetta indipendente e nel frattempo lavora nel campo immobiliare. I Cugini restanti lo ringrazieranno in modo indegno, col bel truffone di cui sopra. Ma Flavio non è l’unico cugino ribelle, il meglio deve ancora arrivare.
Esatto: a sostituirlo nella band arriva un altro biondone, l’inglese Paul Manners. Costui praticamente era un busker, uno di quelli che cantavano nelle stazioni della metropolitana girovagando per il mondo senza nessun legame né regola. Appassionato di King Crimson e compagnia bella, dopo aver imparato perfettamente l’italiano si iscrive al conservatorio pagandoselo con generiche lezioni di inglese. Da questo momento suona con i più oscuri gruppi prog italiani della storia (chi si ricorda degli Attila E Gli Unni? Dei The Floreals? E degli Aspettando Edmondo?? Penso nessuno…) per poi essere preso dai Cugini Di Campagna previa selezione. All’inizio il nostro si limita a cantare e suonare la chitarra, poi però il suo carattere deciso prende velocemente piede. Si fa largo a spallate, riuscendo ad ottenere alcuni credits fra produzione e arrangiamenti nel disco del 1980, Meravigliosamente, che riporta il gruppo in auge. Il look subisce l’ennesimo cambio di rotta, ora i nostri sembrano dei mezzi punk o hardrockers da strada, infilati in giacche e pantaloni attillati neri con tanto di borchie e chitarre a doppio manico. C’è ancora un evidente cortocircuito fra look e proposta musicale, ma il prossimo tassello della band è quello in cui Manners vuole mettere le cose in chiaro già dal titolo: METALLO.
La copertina è eccezionale: il packaging è una gigantesca moneta da 10 lire, le stesse che Minnetti pescava nella fontana di Trevi, giocando col titolo che invece è un chiaro strizzare d’occhio al metal e all’hard rock britannico. E’ il disco in cui Manners vuole portare le nuove tendenze musicali d’oltralpe in seno ai Cugini di Campagna: i riff si fanno più pesi, le chitarre imperano e i giri di basso sembrano più spastici che mai, i synth gustosamente wave. Stavolta i nostri si presentano con dei chiodo tipici dell’abbigliamento dei coevi Iron Maiden, così come il falsetto può essere collegato al tipico stile metal dell’“urlaccio” ( vedi Judas Priest, ma soprattutto King Diamond, anche se all’epoca era all’asilo) ovviamente in versione pop italiano. Una miscela per cui Minnetti pare essersi trasformato in Phil Lynott dei Thin Lizzy ( anche a causa della sua capigliatura crespa), e non era raro all’epoca trovare fan dei Kiss che avevano in casa una copia di Metallo: ovvio, c’erano anche elementi rock disco finora inediti per i Cugini.
E infatti l’album si apre proprio con l’anthem disco-rock “No, Tu No” in cui si sente già il cambiamento in atto: maggiori asprezze e complessità , riffoni che poi sfociano (ovviamente) nel tradizionale ritornello melodico, stavolta però trattato a dovere con dei bei chitarroni. Il testo tratta di un tradimento che la compagna di turno non perdona: lui si giustifica con un candido “Ti giuro è stata lei che ha detto/con te io ci farei di tutto/e per non farmi dire matto/ci son dovuto andare a letto”. Parole incresciose che vengono però pronunciate con un’innocenza pari solo alle paraculate di Martin Gore dei Depeche Mode. Ovviamente singolo di estremo successo, ma l’album non finisce qui come uno potrebbe pensare.
Infatti l’atmosfera diventa improvvisamente cupa. “Valeria”, il pezzo successivo, narra di una ragazza che non va più a scuola, che è persa probabilmente negli stupefacenti, una ragazza di vita che ha “Due cerchi negli occhi/pesanti i suoi trucchi/dimostra di più la sua età/ di notte non dorme/ di giorno si perde”. E l’angoscia di un banco vuoto in classe che segna impossibilità di redenzione nella società. Musicalmente il brano è una strizzata d’occhio agli Alan Parsons Project, con piani elettrici liquidi e tutto l’assortimento per farne un secondo singolo. L’apparente spensieratezza del ritornello nasconde però la morte nel cuore, di conseguenza non bisserà il successo di “No Tu No”
La situazione controversa prosegue con la seguente “Per Poche Lire”, che parte subito con un pestone tra l’hard rock, il power pop dei Knack, le grattugiate metal e la blaxploitation a colpi di fiati. I suoni sono incazzati e il testo parla di prostituzione giovanile, “Per poche lire in più vendevo anche l’amore”. Storiacce incredibili di madri che si trombano un ragazzino e che lo costringono anche a scoparsi la figlia. Insomma storie di periferia, sbarcare il lunario, giovani in piena povertà che per soldi (come da morale del pezzo) sono iniziati alla vita dando letteralmente il culo e poi finiscono sotto contratto magari per cantare, continuando metaforicamente a concederlo.
Un po’ Supertramp un po’ Thin Lizzy, “Nel Mio Mondo” narra di un calciatore di periferia che distrugge la sua carriera dopo che la ragazza lo molla non presentandosi sugli spalti. Il ritornello non è la cosa più importante (anche se a volte sembra di sentire i Cars) la cosa più importante invece sono gli assoli di Manners subito dopo, pieni di feedback e di bending, con citazione finale ai Beatles in loop di “Good Day Sunshine”. La trasformazione dei Cugini di Campagna non è più un ipotesi ma oramai certezza.
Il pezzo successivo è un pestone alla Status Quo, con schitarrate generose che strizzano l’occhio anche al punk. Il cantato potrebbe essere scippato da Paul Stanley dei Kiss, che sembra un altro dei punti di riferimento di Manners. Bello è che anche in questo pezzo si parla di un amore promiscuo e per non dire “figlia di puttana” si mette in mezzo la vergine Maria pronunciando un “Figlia di Mary” che non lascia adito a dubbio alcuno. Situazione decisamente rock che i Darkness sembrano aver preso di peso, forse che ci sia Metallo nella loro collezione di dischi?
Immagino di si, considerando che la title track è il capolavoro del disco. Un pezzo clamorosamente elettroreggae che parla di un argomento “leggerissimo”, cioè la dipendenza da eroina. Il testo parla chiaro: “Non punga siringa, signore mi trattenga/l’intreccio del laccio con lei si scioglierà”. Gente che non riesce manco a scopare perché fatta (“Stare in pace vorrei/non pensare più a noi/e cambiarti con Lei”), tentativi falliti di abbandonare il vizio, frighi vuoti, paranoia da tossico e anche una riflessione sulla qualità dell’eroina “Entrare nel midollo del metallo è bello/se non è fasullo io lo voglio sennò strillo/è come avere il collo di un cavallo snello/ma tu stai tranquillo quel metallo non è giallo” . Probabilmente era una dose di purissima “elefante” bianca: a confronto la “Per Elisa” di Alice è una barzelletta. La cosa allucinante è che c’è una confessione diretta sul legame ispirazione-eroina (“Resto ancora con Lei/finché non chiamerai/ e più tardi se vuoi/ la mia musica avrai“).
Con “Presto Finirà” parte il ballatone alla Bee Gees, mescolato a tentazioni da ballad hard rock e a un ritornello paraculo un po’ alla Wings. La storia è quella di una relazione clandestina, in cui lui immagina tante belle cose ma il principio di realtà arriva spietato a fargli esclamare appunto un disilluso “Ma presto finirà”. Non c’è ottimismo nei nuovi Cugini di Campagna, sono talmente urbanizzati che potrebbero cambiare ragione sociale in “Cugini Di Città”.
Tant’è che il disprezzo per la campagna intesa come il paese e le sue rigide ottusità viene fuori a bomba con “ Domenica di pasqua”: Minnetti canta come una versione pop di Gene Simmons, le chitarre sono Kiss-style con stacconi tipicamente hard ovviamente filtrati nel pop . La storia narra di una ragazza vessata dai cattolici, tanto che viene violentemente segregata in casa. Nonostante ciò riuscirà a eludere la sorveglianza e a rimanere incinta: ovviamente tutto peggiorerà le cose e la povera ragazza viene messa di fronte alla possibilità o di un aborto clandestino o di un matrimonio riparatore. Probabilmente uno dei pezzi più feroci contro la chiesa mai scritti dai Cugini e anche un sicuro anthem da stadio con tanto di stage diving assortiti.
“C’è festa qui nella città/fanciulle della mia età/ ridono di gioia crollano i tabù’” con questo incipit che parla da solo arriviamo alla fase finale dell’album: “Florida” apre con dei sintetizzatori gonfi di wah e atmosfere da Bowie Berlinese che poi virano in zona Alan Parsons. In realtà nell’andazzo c’è anche un po’ di Blondie e new wave-disco, che si presta perfettamente alla storia del testo, quella impossibile di un amore interclassista, in cui la ragazza ricca e viziata non prende posizione coi genitori e il povero proletario vive un’angoscia insolubile. Grandi assoli di Manners che confeziona un gioiellino ibrido fra il nulla e il tutto, chiudendo l’album in bellezza.
Il grande successo dell’album (supererà tutti i record di vendita della band) porta i gemelli ad affidarsi di nuovo a Manners per la produzione del successivo album, Gomma dell’82. Disco oggi introvabile della band che, come da titolo, sperimenta soluzioni più “gommose” ed elettroniche (talvolta fanno capolino influenze Devo/Madness) con utilizzo di drum machine, produzione impeccabile e patinata, spinta continua sul rock-wave e testi sempre più espliciti e direi anche clamorosi: leggete il testo di “Elastico” e troverete un outing devastante sull’uso di stupefacenti. E poi voglio dire, a livello di dissociazione questo pezzo parla da solo, sembrano i Toy Dolls in acido.
Il disco non ebbe grosso riscontro, ma era prevedibile: il tentativo di Manners era quello di portare la band ad una dimensione di respiro internazionale, all’inizio spalleggiato dai suoi soci che apparentemente ne accettavano i rischi. Improvvisamente, però, quando videro calare le vendite, i gemelli decisero di buttarlo a calci fuori dalla band, con un voltafaccia senza precedenti. Manners, per tutta risposta, si butta anche lui sui sintetizzatori e entra a far parte dei leggendari Pink Project, i pionieri italiani del mash up, programmando sequencers e dandosi subito dopo alla produzione di pezzi house music e deep house (tra gli altri, con il progetto Spirit). Sembra che abbandonare i Cugini di Campagna significhi poi diventare inevitabilmente dei pionieri dell’elettronica: questi ultimi invece si avviano ad un declino tale che, dopo la sua dipartita, si umilieranno in qualsiasi sede radiotelevisiva, addirittura in reality show da pelle d’oca. La cosa davvero inspiegabile è che faranno di tutto per sabotare il loro passato con Manners, mai citato in nessuna intervista così come i suoi album, tanto da far cadere nel completo oblio un periodo di sicuro interesse. Facile pensare che forse Nick abbia fatto bene ad alzare i tacchi, ma è vero anche che (come dicono proprio loro): “Per qualche lira in più/io cerco di cantare/finché mi compri tu/ che pensi di capire”. Voi vedere che c’hanno visto lungo?
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