Quando ho chiesto a Kelis se avesse mai pensato a suo figlio da adolescente e a cose come il momento in cui lui porterà a casa la fidanzata e gliela farà conoscere, mi ha risposto con una sonora risata “Sarà un incubo! Sono molto apprensiva nei suoi confronti, vorrei che i suoi standard fossero altissimi.”
Come tutte le madri, anche il tono di Kelis cambia quando parla di suo figlio Knight. Nato dalla relazione di otto anni con l’ex marito Nas, Knight ha solo quattro anni e le sue ribellioni adolescenziali sono ancora molto lontane. Kelis lo descrive come un “divertente e brillante piccolo uomo,” che recentemente ha iniziato a capire cosa fa la mamma per vivere, dal momento che spesso—quando gli dà il bacio della buona notte—è vestita di pelle e lustrini. Knight sa che la mamma è una star, ma ha un po’ meno chiaro quello di cui si occupa il papà.
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“È un po’ tipo ‘il papà va al lavoro andando in areoporto, quindi il papà lavora in aereoporto’ e io ovviamente gli dico ‘sì sì infatti, papà lavora lì’” ride Kelis.
Quindi Nas sarebbe un addetto ai bagagli dell’areroporto di Los Angeles?
Kelis rincara la dose: “Ahah sì, è proprio uno di quegli inutili addetti alla sicurezza areoportuale!”
Ho incontrato Kelis oggi nella sua casa di Los Angeles, una grande casa a due piani con un giardino molto curato. Gli interni sono una cosa a metà tra uno stile super chic e una situazione familiare ed accogliente: caldi tappeti rossi spezzano i pavimenti di ebano (via le scarpe quando si entra, please) ci sono pilastri decorati e grandi candelabri di ferro battuto con grandi candele color crema e cuscini marocchini pieni di specchietti buttati a caso su divani di velluto. In una nicchia, al di sopra di un beauty-case di pelle di serpente, è appollaiato un pavone bianco reale, le piume della sua ruota arrivano a toccare la parte bassa di un grande specchio dorato. Nel bagno del piano terra, sopra alla cassetta del wc, troneggia una scritta al neon: “quello che la tua cacca dice di te.“
Fuori c’è il classico clima mite invernale di Los Angeles e dentro casa di Kelis ci sono praticamente ottanta gradi, il clima che più le aggrada.
Lo staff di “the Cooking channel” gironzola per il soggiorno, montando il set per iniziare a girare l’episodio pilota del suo primo show di cucina Saucy and Sweet. Ad oggi Kelis riesce a far convivere il suo essere madre, cantante, ospite televisiva ed esperta di salse: ha un diploma presso l’accademia “Le cordon bleu”—da qui i titoli per condurre il programma—e una linea di salse posh che si chiama “Feast”. La temperatura nel mentre inizia a salire oltre agli 85 gradi dal momento che lo staff del programma chiude le finestre e accende i fari per preparare le luci.
Quarantacinque minuti dopo il mio arrivo Kelis è scesa, pronta per essere ripresa, con una maglia magenta con scollo a V super attillata, abbinata a rossetto fucsia e skinny jeans che fanno risaltare le sue forme. È davvero una bomba. Molto meglio di quando l’avevo intervistata dieci anni fa, in un hotel di Londra, mentre si ingozzava di noodles. A quei tempi stava promuovendo il suo terzo album, Tasty, che conteneva “Milkshake”, “Trick Me” e “Milionare”—ognuno di questi titoli ha segnato un successo ancora vivo.
Kelis si diverte a giocare con sottili allusioni sessuali con un romanticismo ben definito ma non invasivo. Ha sempre avuto la capacità di rovesciare i punti di vista, di sovvertire le aspettative sulle sue produzioni: un esempio su tutti è Flesh Tone, del 2010, un album dance prodotto in collaborazione con Benny Benassi e David Guetta, registrato mentre stava separandosi da Nas, incinta di Knight e senza un contratto discografico. Non che non si sia mai fatta fregare nel gestire le sue uscite: il suo secondo album Wonderland, fu un mezzo flop grazie a un’etichetta che non aveva avuto le palle di supportarlo adeguatamente, senza saper gestire quell’attitudine che stava riscrivendo le regole dell’R&B, al punto che alcune basi furono utilizzate dai Neptunes qualche anno dopo. Ciò nonostante l’album non vide mai la luce negli USA.
Il suo ultimo album Food, prodotto da Dave Sitek, è in uscita per Ninja Tune il 22 aprile ed è la cosa più lontana da quel sound di Flesh Tone—carico di postproduzione—che si possa immaginare.
Al suo posto, Kelis costruisce una collezione di sonorità organiche. Il disco è pieno di momenti davvero sorprendenti, come l’armonizzazione maschio-femmina di “Bless this Telephone” con i suoi chiari riferimenti acustici a “Blackbird” dei Beatles, il funk leggero di “Hooch”, l’andamento blues in stile Black Keys di “Rumble”.
In ogni caso il suo sesto album trasuda serenità da ogni suono corposo di ottone e rombo di basso, dalle contorsioni discendenti di “Jerk ribs”, agli accordi lenti di organo in “Floyd”: Kelis riempie l’aria di suoni carichi di positività, trasmette pace e felicità.
“Grazie, ma suona felice semplicemente perchè sono felice,” dice a riguardo Kelis.
“Quando è iniziata questa nuova fase?” “Se devo essere sincera nel momento in cui ho divorziato. Penso sia stata una combinazione di crescita e di ritrovata capacità di risolvere delle situazioni con le mie sole forze. Rimettere a fuoco, ricalibrare, sono stati passaggi determinanti.”
Mi sono seduta con Kelis per discutere riguardo la sua collaborazione con Dave Sitek, sul senso del successo, sulla mancanza di preliminari nel pop, e del perchè non si considera femminista.
Noisey: Come è stato lavorare con Dave? Questo album sembra un altro cambio di direzione per il tuo percorso. Lavorare con Dave ti ha esposto a cose che sentivi ma che non avevi ancora affrontato musicalmente?
Kelis: Una delle cose che ho trovato davvero eccezionali in Dave è stato—nonostante sia una specie di ossimoro—il suo essere diretto e chiaro ma in modo discreto, che, specialmente per un producer, è davvero una strana dicotomia da possedere. È stato grandioso lavorare con lui, specialmente in questo momento della mia vita. Ci sono momenti in cui ho bisogno più di una direzione che di altre, e questo non era proprio uno di quei momenti. Non abbiamo parlato molto di musica, non so se ci fosse nient’altro di nuovo da mostrarmi a questo punto, a livello musicale ormai sono una specie di dinosauro.
Non sei un dinosauro. Non provare nemmeno a dirlo perchè allora se tu fossi un dinosauro lo sarei anche io e quindi tutta questa intervista diventerebbe solo un’uscita tra dinosauri!
Ahah! Ma è tantissimo tempo che faccio questo lavoro, e lo sai anche tu, ci sono sempre nuovi artisti, ma non c’è mai niente di nuovo. Io non sono una novità, Dave nemmeno, quindi è stato bello perchè eravamo entrambi molto chiari riguardo a chi eravamo e cosa stavamo facendo. L’altra cosa è che dal momento che lui lavora solo con persone che gli piacciono, è tranquillo a lasciarti da sola, il che è una caratteristica molto rara in un producer.
Hai avuto la percezione nel passato che i produttori con cui hai lavorato fossero un po’ troppo pesanti da sostenere in termini di influenza del loro punto di vista sonoro in quello che stavi facendo?
Non la leggerei in questo modo, ci sono in ballo un sacco di fattori. Ero sufficientemente a mio agio da riuscire a lavorare bene da sola e Dave era sufficientemente a suo agio con me da lasciarmelo fare. Prima ero stata in posti diversi, ho lavorato con persone differenti, e credo semplicemente che l’inclinazione naturale di un produttore sia quella di mettere mani sulla musica. Non è una cosa sbagliata, solo che in questo caso c’è stata una dinamica differente, c’è davvero forse solo un altro produttore con cui posso dire di essere riuscita a lavorare in modo simile.
Chi?
Raphael Saadiq è molto capace in questo senso, lascia davvero respirare l’artista e credo che una buona parte dell’essere un bravo produttore sia proprio l’azione facilitante nei confronti dell’artista. Devi fidarti di quello che è la persona con cui stai lavorando, perchè c’è davvero differenza tra il produrre un disco per qualcuno e creare qualcosa insieme. In questo particolare momento della mia vita avevo bisogno di collaborare con qualcuno che fosse l’opposto di un leader, quindi Dave è stato un collega eccezionale. È implacabile, spietato, brillante e davvero strano, ma del tutto nel modo migliore possibile. Io sono perfettamente una non perfezionista.
Pensi di essere sempre stata una non perfezionista? È piuttosto comune tra gli artisti essere ossessivi, esigenti e inesorabilmente ambiziosi…
Non mi vivo male i miei difetti, sono contenta di essere imperfetta. C’è della perfezione in tutto questo, credo, e Dave è così, esattamente nello stesso modo. Non so se questo derivi dall’annoiarsi, o dalla pigrizia o dall’essere tranquilli nel lavoro, ma quando ho fatto ho fatto, non desidero mai tornare indietro per cambiare delle cose.
La gente si chiede perchè tu non sia più famosa di quanto sei già. Sarei curiosa di capire se effettivamente le persone tendano a seguire di più artisti che possono collegare ad un singolo sound o modo di porsi—ovviamente esistono delle eccezioni, Madonna è il più grande esempio. Qual è il tuo punto di vista a riguardo? Credi che uno dei motivi per cui non sei super famosa possa essere il tuo eclettismo da un disco all’altro?
No, credo ci siano tantissimi fattori. La prima cosa è che non sono disposta a fare tutto ciò che serve per essere una superstar, non ci credo abbastanza.
Non credi abbastanza nell’idea di avere tantissimo successo? Perchè ovviamente mi sembra che tu creda molto nella musica.
Non ci credo abbastanza per starci dentro, ma non credo a sufficienza nell’hype, quindi prendo le cose per quelle che sono, partendo proprio dal fatto che la musica ha accompagnato tutta la mia vita. Sono cresciuta con i musicisti jazz e, se ci pensi, non sono mai riusciti a vincere del tutto la loro causa: non sono mai riusciti a sfondare veramente nonostante fossero tra le persone più talentuose della loro epoca. Vedevo mio padre e i suoi amici, ed è strano ripensarci, perchè non mi sono resa conto fino a molto tardi che quella era già diventata la mia vita, e che mi sarei per sempre dedicata solo a quello. Non era mai stato il mio piano per il futuro, mai.
Quale era il piano?
Volevo andare a Broadway, fare musical. Il successo sfrenato non è proprio la prima delle priorità in quel caso, è più un fatto di credibilità, della tua arte, di quello che sai fare. Quindi questa cosa nel suo complesso mi ha preso un po’ di sorpesa, perchè non era nei piani ed è come se mantenessi una sorta di distacco di consapevolezza anche oggi, al punto di non sapere esattamente qual è la mia posizione. Ho abbastanza idea di ciò che faccio, per continuare a fare la mia strada, ma non sono mai sicura di come le persone mi percepiscono. In questo senso ti dico che non sono certa di essere disposta a fare tutto ciò che serve per il successo, sono troppo critica e troppo sensibile, non mi interessa abbastanza e ci tengo molto alla mia vita privata. Quindi insomma innanzitutto ho realizzato in corso che questa cosa proprio non la volevo. Giusto nel momento in cui stavo facendo la promozione per Kelis was here, ho realizzato che, cavolo, giù le mani! Mi sono spaventata, ho iniziato a 17 anni, ho firmato il mio primo contratto senza davvero avere un’idea, non sapevo cosa immaginarmi o di cosa fosse esattamente quello per cui avevo firmato. Le persone dicevano cose come “Hai firmato per questa cosa” e io rispondevo “Seriamente, picchiatemi se volete, ma io questo non lo faccio.” Chi altri direbbe cose del genere?
In quel momento avevi anche un’età diversa.
Decisamente! È questa la cosa bizzarra, ho iniziato ad emergere nel momento in cui l’industria musicale era un cosa completamente diversa, e quindi c’è stata una forte componente logistica, legata al luogo in cui mi trovavo—e mi è successo di ragionare che questa cosa abbia un sacco a che fare con il ruolo di Dio nella mia vita— non è una coincidenza che con ogni etichetta con cui ero è successo qualcosa proprio tutte le volte. Con alcune cose sono molto decisa: “Non sono interessata, grazie, ma no grazie.” Poi però c’è tutta una parte che è completamente al di fuori del mio controllo, per esempio un centinaio di persone che lavoravano al mio progetto sono state licenziate, e poi, quando l’etichetta ha chiuso i battenti sono stata mandata via anche io. Tutto questo aspetto era completamente al di fuori del mio controllo ed è successo poco prima che lanciassi Kelis Was Here, e mi sono sentita come in una competizione spietata in cui non avevo scelto di stare, volevo solo che finisse, fatemi scendere dal treno.
Quale presa di coscienza c’è stata dopo tutto ciò?
Alla fine questo è intrattenimento, è una benedizione ed è bello essere riconosciuti per il proprio lavoro, ma per me è tutto molto ridimensionabile se paragonato ai sacrifici che richiede. Per quello che sono, per la vita che voglio, per la donna che voglio riuscire ad essere, non mi va di avere qualcuno che decide dall’esterno sulla mia pelle quando il gioco è chiuso. Inoltre c’è sempre stato un certo scalpore tra la critica per ogni lavoro che ho fatto—questo aspetto è piuttosto centrale rispetto a quello che uno pensa che la sua musica debba essere, sono sempre stata capace di dire la mia e di decidere quando le cose fossero sufficienti per me. Questo non ha molto a che fare con il diventare più famosi, o più grandi… Più grandi rispetto a cosa? Non ha nemmeno a che fare con l’essere compiacenti, perchè decisamente non lo sono, è solo una questione di definire quali sono i miei valori, e cosa per me è degno di essere valutato.

Parliamo un po’ dello stile di questo disco, in termini di come ti presenti:ogni volta ti mascheri e giochi con diverse immagini e personaggi. In questo caso c’è un gusto un po’ più retrò, i tuoi capelli sono un po’ più gonfi… I capelli gonfi rappresentano nel mio immaginario il puro glam…
Assolutamente! Adoro i capelli con quel tipo di piega! Super chic, chignon alla francese in tenuta da giorno! Mi sento un po’ in quell’epoca, come se tutto fosse stato davvero troppo perfetto, un misto tra artificiale e sexy. Oggi siamo del tutto insensibili, vedi un uomo e una donna e si avvinghiano l’uno sull’altra e nessuno pensa più niente, è come se non fosse nemmeno più così sexy, non c’è corteggiamento, non ci sono preliminari, non c’è nemmeno quell’attenzione allo stimolare tutti i sensi. Quindi, io voglio essere una signora. Ho tre sorelle e siamo tutte cresciute in una scuola di buone maniere, sempre sotto osservazione tutto il tempo. Uno dei miei primi ricordi, in termini di associazioni visive, saranno sempre le unghie e le labbra di mia mamma, entrambe rosse. Ancora oggi lei quando va in palestra mette il rossetto, è quasi ridicolo per me, ma viene davvero da un’altra era, è nata negli anni Cinquanta, un’altra epoca, che io adoro. Voglio essere una signora, voglio essere piena di curve, voglio essere rotonda nei punti giusti, voglio essere interessante, ed è divertente. Quindi è tutto riguardo l’essere femminile e cosa questo comporta, non so se mi spiego, senza essere quel tipo di donna che mette il tanga interdentale… Che sai, poi, dipende dal tempo e dal luogo… Però insomma c’è una sacco di questa roba in giro adesso, quindi, vorrei provare a prendere le cose da un’altra angolazione.
Oltretutto, è sempre scioccante per me sentirti dire che non ti consideri una femminista, capisco che tu voglia essere una donna e capirei perché non vorresti essere un uomo, però il femminismo credo proprio sia qualcosa che riguarda l’essere trattati equamente…
Ci sono due aspetti di questa cosa. Per rispondere correttamente alla domanda prima bisogna sapere che cosa le persone percepiscono come femminismo: ci sono troppi modi diversi per arrivarci. Io ho sempre sentito parlare di femminismo presentato come “non mi depilo le ascelle e me ne vado in giro a fare il ragazzaccio tutto il tempo”. Questo, secondo me, non rappresenta il femminismo.
In effetti è una versione decisamente più antiquata del femminismo rispetto a quello che rappresenta oggi…
Lo è, ma in qualche modo credo che sia un immaginario usato più spesso di quanto non si pensi. Spesso quando qualcuno ne parla, che io sia femminista o meno, è sempre tutto un fare riferimenti alla mia sessualità, a quello che indosso, a quanto mi sento a mio agio con la mia femminilità. Ora sono una mamma, e tutti mi dicono “bene, quindi ora che sei madre…” e io non sono certa di capire bene dove vogliono andare a parare…
Nel senso che dal momento in cui sei diventata madre è scontato che tu abbia un certo tipo di atteggiamento?
Esattamente, ed è ovvio chiaramente che ci siano stati alcuni tipi di cambiamenti, ma sono davvero tranquilla con il mio ruolo di donna. E ci sono ruoli che vanno seguiti. Il problema della società in generale è che nessuno vuole stare al suo posto, e se tutti vogliono prendere la posizione di tutti, è ovvio che si generino conflitti. Per me, essere una madre significa solo che il mio corpo ha fatto quello per cui è stato progettato. C’è un estremo senso di affermazione in tutto ciò. Non mi sono mai sentita più completa nella mia vita di quando ero incinta. Non c’era niente che qualcuno avesse potuto togliermi o darmi che potesse corrispondere a quello che stava accadendo al mio corpo, è davvero solo un dono di Dio, perchè niente di tutto ciò è qualcosa che potessi fare del tutto secondo la mia volontà.
Questo per me è il femminismo, accettare e comprendere il mio ruolo di donna e sfruttarlo per andare avanti. Ci sono ruoli che vanno rispettati e il problema è che l’equità spesso viene confusa con la somiglianza. Siamo uguali, ma non siamo la stessa cosa. Ci sono molte menzogne in questa questione che spesso sono le stesse che si trovano in tutto il resto. Con il genere e la razza… In qualsiasi cosa! Non dobbiamo essere la stessa cosa per essere trattati equamente: ci dovrebbe essere un certo livello di rispetto, ma anche la comprensione del ruolo di ognuno e della posizione di ognuno, e la comprensione delle origini di ognuno. Tutte queste cose hanno un peso. Sono femminista? No non lo sono. Mi piace essere una donna. Non riuscirei ad immaginarmi di essere nient’altro. Credo siamo la parte più fortunata.
Non credo che in quanto donne siamo davvero la parte più fortunata, specialmente se pensi a che cosa alcune di noi sono costrette a subire in molte parti del mondo. Credo di concordare con te sul fatto che non potrei mai immaginare di scambiare quello che sono con un ragazzo, però non credo di capire fino in fondo questo senso di potere dato dalla gravidanza di cui parlavi…
È bizzarro, quando ero incinta, non solo stavo divorziando, ma ho proprio fatto tutto molto di più, e ricordo che pensavo a me stessa in termini di “Ora sì che ho capito, ho proprio compreso fino in fondo, Dio è meraviglioso e tutto è una questione di equilibrio.” Stavo registrando Flesh Tone e ho pensato alle donne che amavo, da Madonna a quella matta di Cher a Lauryn Hill, a tutte quelle donne che hanno fatto il loro lavoro migliore mentre ereno in dolce attesa… in un primo momento ero un po’ preoccupata di registrare con il pancione “La mia voce non suonerà uguale, impazzirò se non riuscirò a cantare come voglio”. Effettivamente sedersi lì, con quella pancia, e con quella piccola creatura dentro… mi sentivo letteralmente riempita di vita, che fuoriusciva da me urlando. E ho risuonato meglio, e ho scritto meglio di come io abbia mai fatto. È stato tutto così semplice! Ho pensato “mio Dio, le donne fanno tutto questo da millenni e devono assolutamente continuare a farlo.”
Eh sì, è il nostro super potere.
Giusto, viviamo in un mondo in cui noi donne combattiamo sempre per l’uguaglianza, ma credo che troppo spesso la cerchiamo nei luoghi sbagliati. L’equilibrio è già lì: c’è già qualcosa che io posso fare in quanto donna che tu uomo non potrai mai fare. Mai. Quindi potrai vincere un premio Nobel per la pace, un Pulitzer e creare un mondo pacifico, ma non potrai mai creare la vita nel tuo corpo. Mai. Quindi siamo già in una condizione di equilibrio, gli uomini possono anche governare il mondo, non mi interessa. Quella sensazione che ho avuto è stata meravigliosa: ho dato alla luce questo essere umano perfetto che mi chiama mamma non mi interessa di essere pagata di meno di quanto viene pagato un maschio. Chi se ne frega? Un uomo non sentirà mai crescere la vita dentro di sè, nel suo ventre, mai. Dovrebbe quindi essere pagato di più, è solo correttezza. Dovrebbe perchè l’equilibrio esiste già, è già stato creato. Non ho bisogno di essere trattata come un uomo per essere in pari, ho bisogno solo che sia riconosciuto che come donna, sono stata creata perfettamente.
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