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​La guerra di Juuge

Questo racconto fa parte di Terraform, la nostra rubrica settimanale di narrativa sci-fi. Racconti sul futuro dell’uomo, della Terra e dell’universo — tra nuovi approcci alla realtà e evoluzioni distopiche del nostro presente. Ogni giovedì una nuova puntata: se hai un’idea da proporre o un racconto da pubblicare, scrivici a itmotherboard@vice.com.

L’aria acre alzava polveroni di terra rossa, creando sagome ondeggianti e dando un senso di desolazione e distruzione.

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Le due creature fecero uno scatto veloce e si nascosero dietro una pietra che al solo tatto emanava calore, ma ci erano abituati e per la loro pelle squamosa non era un problema.

“Cosa stai facendo?” domandò con voce squillante il più giovane.

“Stai zitto e abbassa il tono” ordinò l’altro aprendo la valigetta e cominciando a montare agilmente il drone.

Juuge montava quel genere di attrezzature fin da quando era in fasce.

A pochi anni di età era stato assegnato alla sezione tecnologica del suo cunicolo, il numero 34, e le sue capacità erano state accolte con orgoglio dai generali. All’inizio ne era fiero, ma poi aveva capito che in realtà le sue conoscenze lo avrebbe inserito fin troppo presto nella guerra che si stava svolgendo sul Pianeta Rosso.

Aveva solo sei anni quando la lettera era arrivata nella tana che condivideva con la madre e il fratellino di due. In realtà in famiglia erano in otto, ma sia le sorelle che i fratelli erano già al servizio del Re.

La madre aveva cominciato a piangere alla sola vista della busta, Juuge gliela aveva sfilata di mano lentamente e aveva premuto il pulsante metallizzato per aprirla. Mentre appoggiava il drone ormai montato accanto a sé e tirava fuori il mini computer dalla valigetta, la voce del Re gli rimbombò nel cervello come se fosse ancora lì:

Gentile Signor Juuge Aryan, sono lieto di informarla che i suoi servizi e le sue straordinarie capacità sono state richieste dall’esercito del Re, Sottoscritto, per la battaglia contro il popolo invasore. Le guardie arriveranno a prelevarla in serata. La prego di non portarsi eccessivi beni, ma solamente lo stretto necessario. L’uniforme e l’armatura le saranno consegnate una volta arrivato alla Sede Centrale. Distinti saluti.

Digitò velocemente alcune parole chiave nella tastiera e il drone si accese con un sibilo e una lucina rossa. Si sollevò dolcemente dandosi lo slancio con le lunghe gambe d’acciaio e rimase fermo immobile.

Juuge prese un straccio e ne pulì accuratamente il tondo occhio di vetro, per far sì che le immagini della telecamera arrivassero nitide sul portatile.

“Sei stato velocissimo a montarlo, io ci metto tantissimo! Quasi un’ora e venti…” mormorò ammirato il suo compagno.

Juuge lo ignorò continuando a digitare: premette, avviò e finalmente sullo schermo apparvero i controlli del drone e l’immagine della telecamera che in quel momento li stava inquadrando. Sospirò soddisfatto e armeggiò con il marsupio tirando fuori una ricetrasmittente. Ora dovevano solamente aspettare il segnale.

“Perché non lo fai partire?” chiese l’altro con il suo solito tono squillante.

“Vuoi abbassare la voce, cristo santo? ” sbottò Juuge guardandolo con odio.

Rys abbassò lo sguardo ferito: “Mi dispiace… Insomma, cosa stiamo aspettando?”

Juuge sospirò esausto. Non riusciva a capire come mai gli avessero assegnato quell’inetto.

“Bisogna aspettare un segnale dal Generale. Tutto quello che facciamo prima deve passare dal Generale. Non si può agire senza il suo consenso” rispose con voce monotona.

Quella frase gli era stata inculcata nel cervello fin dal suo primo giorno alla Sede Centrale. Era stata ripetuta a tutta la sua squadra fin da subito, e sicuramente Rys aveva ricevuto lo stesso trattamento, eppure sembrava che il piccoletto non riuscisse a ricordarsi niente di niente.

“Sai, dovremmo fare una petizione per avere delle armature più leggere…” disse lui, come se non lo avesse neanche ascoltato. “So che questo metallo è considerato quasi del tutto indistruttibile, ma cristo! Pesa un sacco, almeno 20 kg!”

Juuge chiuse gli occhi cercando di non ascoltarlo.

Non pesava 20 kg quell’armatura. Lo insegnavano al corso di metallo, insegnavano loro il peso di ogni pezzo che indossavano e come forgiarlo in caso di emergenza, ovvero se gli Addetti alla Creazione fossero stati uccisi.

“E anche questi stivali! Questi scarponi sono scomodi, mi stanno venendo delle piaghe enormi sul tallone!”

A quanto pare il piccoletto stava ancora parlando, e solamente di idiozie.

“Stai zitto, moccioso!” esclamò Juuge irritato prendendolo per il collo, con il fumo che gli usciva dalle narici e gli occhi che lampeggiavano di rabbia.

Rys lo guardò terrorizzato iniziando a tremare.

Juuge lo lasciò andare bruscamente e si appoggiò di nuovo alla pietra sospirando rassegnato.

Odiava l’aggettivo “moccioso”, lo odiava con tutto il cuore.

Era stato chiamato così fin dal suo ingresso alla Sede Centrale. Le guardie lo avevano scortato nel suo dormitorio, dove altre creature di qualche anno più grandi se ne stavano in una fila ordinata davanti alle capsule-letto.

Fin da subito la sua nuova famiglia, così l’aveva chiamata il Generale durante il loro incontro, lo aveva squadrato dalla testa ai piedi mentre le guardie lo presentavano come “il futuro esperto tecnologico” del loro cunicolo. Quella definizione lo aveva segnato fino ad oggi: sebbene fossero passati ormai 10 anni, e nel frattempo altri giovani erano stati reclutati dall’esercito, lui restava il “moccioso” del suo gruppo. L’invidia dei suoi cosiddetti fratelli non si era ancora spenta.

“Soldato Juuge, riesci a sentirmi?” gracchiò la ricetrasmittente.

“Sì Generale, siamo in posizione. Esattamente nelle coordinate che ci avete ordinato” rispose prontamente riposizionandosi il computer sulle gambe.

“Benissimo. Ti stiamo inviando la piantina della struttura, abbiamo evidenziato le zone che non sono state controllate nello scorso sopralluogo.”

Lo schermo si illuminò mostrando la mappa della struttura che era distante qualche metro da loro, Juuge la esaminò velocemente, memorizzando l’esatta posizione delle stanze evidenziate, la loro grandezza e la distanza fra loro. Rys allungò il collo ma prima che riuscisse solamente a capire come guardarla il suo compagno pigiò un tasto e scomparve dallo schermo; apparvero di nuovo i comandi del drone.

“Come sempre, vogliamo che raccogliate tutti gli oggetti che pensate possano essere utili per l’esercito del Re e il popolo. Confido in te Juuge,” disse il Generale.

“Ogni suo ordine sarà eseguito” rispose prontamente Juuge e riposizionò l’apparecchio nel marsupio.

Con un tocco sulla tastiera fece partire il drone che volò leggero nell’aria e senza esitazione si diresse verso il punto già predestinato.

Juuge osservò attentamente la parte alta dello schermo vedendo apparire la struttura innalzata dal popolo nemico. Ai suoi occhi appariva solamente come un cumolo di pietre appoggiate una sull’altra in modo primitivo, il tetto era stato addirittura eretto con il materiale che solitamente veniva scartato dagli ingegneri locali.

“Non capisco perché creino queste strane ‘cose’…” borbottò Rys che nel frattempo si era avvicinato per osservare meglio lo schermo. “Cioè, come si fa a costruire un rifugio in superficie? Soprattutto con delle pietre… Non pensano che una sola tempesta di sabbia più aggressiva, come quella di 30anni fa, le distruggerebbe in un soffio? “

Juuge girò lentamente il computer verso la parte del compagno, essendo alle prime armi doveva osservare attentamente.

“Sono una cultura primitiva… Pensa, la maggior parte della loro storia o delle loro ricerca è stata conservata per millenni sulla carta… Infatti è andata quasi tutta perduta.”

Il drone entrò nell’edificio e si diresse prontamente verso la sua sinistra trovandosi davanti una porta di metallo chiusa. Juuge digitò velocemente la formula senza neanche guardare la tastiera e un raggio viola la fece esplodere in mille pezzi.

Una volta dentro la stanza, digitò un’altra formula facendo la scansione dell’area per scovare la possibile presenza di forme di vita nemiche. Nessuno in vista.

Fece girare il drone su se stesso, scattando delle foto che aprì in seguito una per una.

“Presta attenzione… ” fece lo zoom su delle sezioni che evidenziò con un quadrato rosso: “Questi sono tutti gli oggetti che metteremo sulla piattaforma e che verranno trasferiti direttamente alla Sede Centrale. Lì li analizzeranno e ne valuteranno l’importanza. Devi prendere tutto quello che ci hanno ordinato di raccogliere: libri, computer, pennette USB o qualsiasi altra cosa che ti possa sembrare utile.”

Il giovane annuì con serietà e per la prima volta da quando avevano iniziato la missione Juuge fu davvero convinto che lo stesse ascoltando. Il drone continuò ad analizzare le stanze predestinate, scattando fotografie e scansionando le aeree trovandole senza forma di vita.

Juuge lo guidò verso l’uscita della struttura e chiuse il computer per poi sistemarlo nella valigetta.

“Bene, possiamo andare” disse alzandosi.

Uscirono da dietro le rocce rosse e cominciarono a camminare verso quella che gli umani chiamavano “casa”.

Un senso di repulsione e odio invase il corpo di Juuge, come accadeva tutte le volte che entrava in territorio nemico. Gli umani erano la razza più disgustosa che avesse mai conosciuto.

Questi esseri, ormai millenni fa, avevano cominciato ad inviare degli strani robot nel Pianeta Rosso, alla ricerca di non so cosa.

All’inizio il loro vecchio Re, in seguito spodestato e ucciso, li aveva trovati quasi divertenti e innocui. Aveva mandato un paio di guardie a prelevare uno dei loro robot, incastrato in una buca, e ne avevano analizzate le varie parti scoprendo la loro tecnologia del tutto obsoleta e retrograda. Di interessante c’era solamente una telecamera che inviava le immagini al Pianeta D’Acqua, che si scoprì essere la residenza di quegli esseri.

Il Re si era fatto una risata e aveva tranquillizzato il popolo che non c’era di che preoccuparsi: gli esseri umani stavano solamente analizzando i pianeti che li circondavano, ma non si sarebbero mai spinti oltre.

Ma le sue predizioni si scoprirono errate.

I robot divennero più potenti e presto le navicelle spaziali umane fecero il loro arrivo nel Pianeta Rosso dando la possibilità al popolo straniero di ispezionare il loro territorio con i propri occhi.

Era arrivato il momento che tutti temevano, gli abitati non riuscivano a capire come mai tutto quell’interesse nei loro confronti fino a che, dopo quasi cento anni dalla loro prima comparsa, arrivò la notizia.

Gli esseri umani avevano distrutto il Pianeta D’Acqua, che si scoprì soprannominato Terra dagli stessi. Ormai, tramite l’uso dei cannocchiali e grazie alle navicelle spaziali che erano partite in nuova scoperta, si poteva notare che la vita nel loro pianeta era invivibile. L’aria era diventata una spessa massa grigia e tossica.

Juuge si era domandato come potessero essere stati così stupidi a rovinare un habitat reputato quasi ideale dal loro popolo e dai loro studiosi. Quegli schifosi avevano distrutto una cosa magnifica e ora provavano a conquistare il loro pianeta, sicuramente per poi annientarlo nello medesimo modo.

La cosa che gli faceva più rabbia era come il vecchio Re aveva affrontato la situazione. Invece di sterminarli tutti al primo atterraggio per far capire loro che quel territorio era già occupato, li aveva lasciati liberi di occupare la parte alla Luce del loro pianeta, convinto che non avrebbero recato problemi al suo popolo.

Juuge sorrise amaramente fermandosi davanti all’ingresso della “casa”.

Il Re non avrebbe potuto sbagliarsi di più.

Gli umani erano restati buoni per un paio di decenni, sembravano rispettosi dei residenti e accettavano consigli per evitare problemi all’ecosistema, ma in realtà fingevano.

Si rivelarono per quello che erano quando un gruppo dei loro guerrieri si avventurò nel loro territorio, scoprendo la loro fonte di Acqua.

Da quel momento la storia del Pianeta Rosso fu solo macchiata di sangue, guerra e odio da parte degli umani che cominciarono a sterminare la popolazione per prendere possesso della sorgente, dando inizio così ad una delle guerre più cruenti che il pianeta avesse mai visto.

“Potete entrare” gracchiò la voce del Generale.

Juuge sospirò e lanciò un’occhiata al compagno, mostrandogli una piccola pallina di acciaio con delle incisioni sopra: “Bene, facciamo la nostra ispezione e poi distruggiamo questo dannato schifo. Non resterà più traccia della feccia umana in questa zona.”

Illustrazione di Andrea Cancellieri

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