Com’era prevedibile, l’ultima collezione di Vetements, presentata a Parigi alla fine di gennaio, ha suscitato molto scalpore. Si tratta di uno dei pochi brand in grado di far parlare così tanto di sé e di provocare opinioni così discordanti. Per questa stagione Gvasalia ha lavorato su Exactitudes, di Ari Versluis e Ellie Uyttenbroek , “una testimonianza fotografica contro l’unicità” che analizza l’uniformità dell’abbigliamento di numerosi gruppi sociali degli ultimi 15 anni. Il risultato? 36 stereotipi del mondo della moda hanno sfilato sulla passerella di Vetements, dalla ricca stronza e impellicciata all’impiegato medio, dal punk rocker all’hooligan. Chi ha parlato della sfilata ha spesso usato la parola “normale.” “Erano come la gente normale che vedi per strada,” o “una collezione ispirata a vestiti normali.” Ma nel pieno della crisi politica che ha investito il mondo negli ultimi anni, cosa significa davvero “normale,” specialmente se si parla di abbigliamento maschile?
Probabilmente vi ricorderete del termine “normcore,” coniato nel 2013 dall’agenzia di forecasting K-Hole. La stampa ne era praticamente ossessionata, anche se in sostanza si trattava di roba color kaki, cappelli da pescatore, calzettoni di spugna e sandali ortopedici. In pratica, Steve Jobs. Dopo una rapida ascesa, il normcore sembrava destinato a cadere nel dimenticatoio. Poi però le cose sono andate diversamente: si è dissolto nei tessuti della moda. Nel 2017, “normale” è di nuovo sinonimo di “alla moda.”
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