Tecnología

Le persone sole tendono a vedere le cose vive

Per quanto possano essere importanti le capacità relazionali, essere in grado di determinare se qualcuno è un essere vivente o no è sempre utile, specialmente in questa era di robot. Ma secondo un nuovo studio, essere soli potrebbe influenzare la capacità di distinguere se quello che stai guardando è un essere umano che respira, in carne e ossa, oppure un oggetto inanimato.

Il desiderio di relazionarsi ad altre persone è una potente leva che può portare le persone sole alle più strane manifestazioni, come l’attribuzione di caratteristiche umane a entità non umane come animali domestici, gadget e presto robot.

Videos by VICE

Secondo alcuni ricercatori di Harvard e del Dartmouth College, le persone socialmente escluse sono estremamente propense a identificare potenziali partner grazie alla connessione emozionale che riescono a stabilire, il che può portare a riconoscere un umanoide inanimato come vivo e vegeto.

“Come animali sociali siamo intrinsecamente motivati a prestare attenzione e connetterci ad altre persone,” ha affermato in una dichiarazione Katherine Powers, l’autrice principale dello studio. “Volevamo esaminare l’influenza di questa motivazione sociale a uno dei livelli più basici della percezione sociale, cioè l’identificazione di un viso come appartenente a un essere umano vivente.”

Ai soggetti è stato chiesto di identificare delle facce su una scala da umano a inanimato.

Ai soggetti è stato richiesto di identificare i volti come umani o inanimati in scala crescente.

Nello studio pubblicato su Psychological Science, i ricercatori hanno condotto due test finalizzati alla comprensione tra la connessione sociale dei soggetti e la loro propensione a chiacchierare e confidarsi con una bambola—che sia una vera bambola stile Raggedy Ann o un graziosissimo robot.

Nel primo test è stato chiesto a 30 studenti liceali di identificare 90 facce modificate, una combinazione tra il viso di una bambola con uno umano, in una scala che andava da umano a non-umano. A quel punto agli studenti è stato chiesto di rispondere a un questionario che chiedeva loro se fossero d’accordo o meno con frasi come “voglio che le altre persone mi accettino.”

Eccezion fatta per una persona, che apparentemente “ha mostrato di non comprendere le classificazioni proposte” e che è stata esclusa dalla ricerca—Vivo? Morto? Sono soltanto parole—i risultati indicavano che le persone più socialmente isolate erano più propense a identificare una faccia come umana, indipendentemente dal fatto se le facce fossero veramente umane o meno.

Nella seconda fase—e qui la cosa si fa piuttosto brutale—i ricercatori hanno fatto compilare a 49 studenti un questionario sulla personalità e hanno prodotto risultati fittizi in modo che ad alcuni studenti fosse detto che avrebbero passato una vita di solitudine, ad altri invece che avrebbero avuto una vita felice circondati da amici.

Dopo aver concluso lo stesso test di identificazione delle facce eseguito dal primo gruppo, i ricercatori hanno scoperto che i sentimenti di isolamento sociale, reali o fittizi, abbassavano la soglia di riconoscimento di vita in un viso del 7 percento.

La linea blu rappresenta i partecipanti che hanno ottenuto un risultato alto nel questionario della prima fase, la linea rossa rappresenta coloro che hanno ottenuto risultati bassi nella quantificazione della propria connessione sociale

Secondo i ricercatori la capacità di determinare se qualcuno sia vivo o no è intimamente connessa alla percezione di questa persona come capace di riflessione conscia. Perciò è ragionevole dedurre che una propensione a identificare un oggetto come vivo è connesso alla propensione ad attribuire una forma di consapevolezza. 

“La capacità di discernere che le persone hanno menti capaci di pensieri consci è stata identificata come un indicatore di animazione,” hanno scritto i ricercatori. “Alla luce di ciò, le nostre scoperte suggeriscono che la disconnessione sociale potrebbe influenzare in modo simile l’estensione con cui le persone si impegnano nell’attribuzione di una condizione psicologica.”

Le scoperte della ricerca e le conclusioni suggerite sono importanti soprattutto in questo momento storico in cui i robot cominciano a fare il loro ingresso nella nostra esperienza quotidiana. Lavorano già come facchini, come guide nei musei, e si prendono cura degli anziani. Senza parlare del ruolo, sempre più frequente, che hanno nelle industrie.

Ora che sappiamo che i sentimenti di disconnessione sociale possono portare a fare l’errata assunzione che questi oggetti sempre più umanoidi sono vivi, la prospettiva delle nostre future relazioni con i non umani è piuttosto sconfortante. O forse, per alcuni, la possibilità di una fredda compagnia robotica che sostituisca il calore di quella umana, potrebbe essere di conforto.

Thank for your puchase!
You have successfully purchased.