Lil Yachty e la fine dei generi musicali

Una delle cose di cui sono sempre più convinto, mentre continuo ad ascoltare il più possibile ciò che succede nel fantastico mondo della musica, è che ragionare per generi significa imporsi un limite. Un anno fa si parlava, in questo senso, del concetto di “ibridazione”: “[…] più o meno tutti, qua dentro, abbiamo giovato dei frutti del processo di atemporalizzazione e ibridazione di una qualche materia di partenza, con elementi in apparenza discordanti da essa. Frutti che sì e no hanno stabilito nuovi parametri e fornito nuove unità di misura del godibile, e […] hanno delineato un nuovo piano di azione che supera la definizione consona di “genere musicale”. In altre parole: le macro-regole grazie a cui parliamo di musica, imposte in noi dall’abitudine, hanno cominciato a crollare con il progressivo espandersi della materia sonora alla base del discorso.

Insomma, non possiamo più dire “elettronica,” “rock,” “indie,” “rap,” “metal,” “pop,” “cantautorato” senza incappare in uno dei seguenti due scenari. 1) Ciò di cui stiamo parlando risulta vago, oppure 2) Dobbiamo ricorrere a un’eccessiva categorizzazione. Nel primo caso, non diamo abbastanza informazioni all’interlocutore per far capire di cosa stiamo parlando; nel secondo, ne diamo troppe rischiando di incappare in intoppi comunicativi dati dalle nostre possibili diverse idee del significato di determinati concetti—se chiedete prima a Gucci Mane e poi a Elisa di spiegarvi che cos’è la trap otterrete risposte molto diverse.

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