via Juliana Coutinho/Flickr
Se la fisica serve per capire i viaggi nel tempo di Doctor Who, a quanto pare la matematica è fatta per studiare l’apocalisse zombie.
In uno studio preliminare pubblicato su arXiv, Caitlyn Witkowski della Bryant University e Brian Blais della Brown University hanno cercato di creare un modello matematico per le invasioni di zombie che vediamo nei film. Il loro lavoro riprende e approfondisce quello di Filippo Munz della Carleton University, che nel 2009 ha messo insieme una ricerca simile, intitolata: “When Zombies Attack!: Mathematical Modeling of an Outbreak of Zombie Infection.”
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Munz si basava sul tradizionale modello SIR delle malattie infettive, il quale prende in considerazione tre sottogruppi di individui durante un’epidemia: individui sani, zombie e quelli che passano dal primo gruppo al secondo—cioè i poveri sfigati che vengono morsi. Tuttavia, Witkowski e Blais sostengono che la modellazione di Munz di quest’ultimo gruppo (R) non fosse corretta. Di conseguenza, i due ricercatori hanno sviluppato un nuovo modello per descrivere gli aspetti mancanti del primo studio, il tutto basandosi su un film pieno zeppo di non-morti.
Questo grafico basato sul film La notte dei morti viventi,
mostra come durante un’epidemia il numero di infetti cresca,
mentre quello di persone sane diminuisca fino a zero. In realtà,
non è che tutti diventino per forza zombie.
“Una conseguenza diretta di questa ipotesi è che non esiste mai un gruppo di persone o zombie che è rimosso in modo permanente” scrivono. “Nel modello di Munz, i non-morti sembrano non morire praticamente mai.” Ma, come chiunque abbia visto un film di zombie è in grado di attestare, gli zombie possono morire eccome. Staccare loro la testa o spappolare i loro cervelli a colpi d’ascia, li trasforma in carne morta del tutto, anche se—a livello concettuale—erano già morti prima di essere ammazzati.
Secondo gli autori, questo concetto è la chiave di tutto lo studio, perché il modello di Munz suggerisce gli esseri umani non potranno mai vincere. “Il presupposto che la popolazione infetta sia inevitabilmente destinata a ingrossare le fila degli zombie, implica che i non-morti vinceranno sempre, mentre individui sani e sfigati appena morsi saranno sempre meno, a prescindere da qualsiasi parametro” scrivono. “Pensiamo che questa ipotesi non corrisponda in alcun modo alle rappresentazioni degli zombie nella cultura popolare, il che vuol dire che le conclusioni derivate da modelli di questo tipo dovrebbero essere guardate con sospetto.”
In sostanza, gli autori sostengono che le persone e gli zombie possono essere rimossi dall’equazione. Non tutti i non-morti tornano in vita per infettare altre persone, una conclusione supportata da prove raccolte nel mondo reale. “Inoltre, in natura non esistono malattie del genere, il che destina la teoria di Munz solo a scopi di puro intrattenimento” scrivono.
Le nuove equazioni di Witkowski e Blais sono basate su ore e ore di film, durante le quali gli zombie presenti sullo schermo sono attentamente catalogati. Sulla base di questo binge-watching, i due sostengono che ci siano due tipologie fondamentali di epidemie zombie, rappresentate rispettivamente dai film La notte dei morti viventi e L’alba dei morti dementi. Nel primo, tutti coloro che muoiono diventano zombie, anche se non sono stati morsi. Nel secondo, la morte non porta necessariamente alla zombificazione e solo le persone infette diventano divoratori di cervelli.
Gli studi accademici sugli zombie sono più comuni di quanto si possa pensare. Giusto per raccontarvi un po’ i fatti miei, sappiate che nel 2009 ho seguito un corso sui non-morti all’università. Tutto consisteva nel trascorrere un sacco di mercoledì sera a guardare i film di Romero e scrivere articoli su The Walking Dead. A maggior ragione, Witkowski e Blais suggeriscono che il loro studio non sia solo un esercizio intellettuale, ma che abbia un qualche valore anche nel mondo reale.
L’aspetto chiave dello studio, dicono, è duplice. Primo, utilizzando un film come esempio per attirare l’attenzione della gente, Witkowski e Blais possono insegnare qualcosa ai lettori su argomenti matematici molto complessi. Secondo, e forse più importante, l’idea di studiare le rappresentazioni fittizie di epidemie può favorire l’analisi e la pianificazione di misure preventive contro malattie reali.
Utilizzando il modello SIR e ai dati sull’influenza forniti Google, i ricercatori confermano che gli stessi metodi usati per studiare gli zombie—Stima dei parametri bayesiani, Catena di Markov Monte Carlo—possono essere utilizzati per spiegare la diffusione di virus influenzali o altri tipi di malattie.
Quindi, la prossima volta che vedrete La notte dei morti viventi, ricordatevi questo: non è solo un film inquietante sull’apocalisse zombie, ma forse anche un’esperienza utile per capire come funzionano le malattie.
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