Milano – Non voglio morire

Il mese scorso sono stata invitata ad una noiosissima fiera di arte, moda e stronzate assortite nei Paesi Baschi, per presentare un video che avevo fatto. Quello che pensavo di aver guadagnato da questa esperienza era: “Indipendentemente da cosa dicono tutti, nei Paesi Baschi si mangia malissimo“. Pensavo di aver buttato via il mio tempo e che sarebbe stato meglio se fossi rimasta a casa ad impanarmi sul divano come faccio ogni weekend. Ma, quando meno me lo aspettavo, è successa una cosa fighissima. Ho sfiorato la morte. E non mi sono mai sentita così viva! (Quest’ultima frase è da dire con gli occhi lucidi e un pugno chiuso).

Aneddoto preliminare: quando vivevo con i miei e di conseguenza possedevo una macchina, mi divertivo a raggiungere la velocità più alta che riuscivo negli 800 metri di una strada deserta che portava a casa mia, per poi inchiodare allo stop. Mentre frenavo mi stuzzicavo immancabilmente il cervello con l’idea di spingere ancora di più sull’acceleratore ed entrare con tutta la macchina nella banca dirimpetto allo stop. M’immaginavo una morte epica, con una pioggia di soldi e di cocci di vetro sulla macchina ed io al volante incoronata di sangue tipo Gesù. A volte me la vedevo tipo moviola con un pezzo degli Earth in sottofondo.

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Chiariamo subito una cosa: non voglio morire e non ho impulsi suicidi di nessun tipo e credo che sia del tutto normale fare di queste fantasticherie. E il weekend scorso, finalmente, il mio ennui è stato appagato da un’autentica sensazione di morte tangibile.

Annoiata, sono salita sull’aereo del ritorno dalla fiera più pallosa del mondo, ho aperto un libro e ho fatto quella che non se ne frega niente delle istruzioni dell’equipaggio di bordo. Visto che non c’era neanche l’ombra di un ragazzo carino da guardare, mi sono sentita libera di abbioccarmi senza la paura che l’ipotetico uomo della mia vita mi vedesse sbavare come un neonato.

Poco dopo sono stata svegliata dalla turbolenza del decollo. Cacchio! La turbolenza era chiaramente dovuta al fatto che non avevo esplicitato il mio rito dell’aereo: ogni volta che faccio un volo devo dire tre volte “Cade l’aereo.” Così l’aereo non cade. Mi sembra abbastanza logico.

Esattamente trenta secondi dopo la mia dimenticanza, sento un botto fortissimo e una luce tipo flash investe almeno cinque file di poltrone. La gente è terrorizzata. Tanto che nessuno tira un urlo. Nessuno spiaccica una parola. Nessuno ha il coraggio di chiedere cosa sia successo. Temiamo tutti la risposta. E tutti si guardano con quella faccia interdetta da criceto. Vero-cazzo-di-terrore.

Il mio cervello si è svuotato da qualsiasi cosa, e nel vuoto della mia testa fluttuava una specie di scritta al neon che diceva, “Ok, stasera muori.” Dopo aver contemplato quel pensiero per un paio di secondi, ho richiamato la ragione e ho controllato dove stavano le uscite d’emergenza. Dopo averle collocate mentalmente e aver messo una mano sulla cintura per, nel caso, liberarmi il più in fretta possibile, ho cominciato a pensare che forse avrei dovuto chiamare mia madre. Ma poi ho cercato d’immaginarmi la conversazione e mi veniva una cosa tipo, “Ciao mamma. Devo dirti una cosa, ma prometti di non incazzarti e di non metterti a piangere.”

Diciamo che non funzionava molto. Quindi ho pensato di scrivere una lettera, ma se fossimo andati a fuoco sarebbe bruciata. Allora ho cercato di pensare a qualcosa d’ignifugo in cui infilare la lettera in cui spiegavo a mia madre che mi dispiaceva un sacco di aver distrutto la foto di me appena nata nelle sue braccia perché non mi aveva lasciato andare al concerto delle L7 a tredici anni e che mi dispiaceva pure di essere andata in rosso col conto anche questo mese.

Poi mi sono ricordata che stavo per morire e che forse cercare di ricordarsi la lezione di scienze in cui elencavano i materiali ignifughi non era il modo migliore d’impiegare gli ultimi minuti della mia vita. Allora ho lasciato perdere tutto e in quell’istante la turbolenza è finita e il segnale del tenere le cinture allacciate si è spento.

Mi sono fiondata in bagno perché quando sono nervosa mi scappa la pipì. Le hostess erano tutte tranquille. Io ero esausta dalla paura, la bocca secca come quella di un gatto. “So what happened?” ho chiesto. E una biondina con la crocchia e la faccia da cazzo mi risponde, “Oh, it’s just a lightbulb”. Morale: era scoppiata una lampadina, un neon lunghissimo, di quelli che seguono tutto un lato dell’aereo.

Spazientita, le ho domandato per quale motivo non aveva avvertito noi poveri pezzenti che era tutto tranquillo. E lei ridacchiando mi dice, “Ahah, it happens sometimes!” Nella mia testa è riapparsa la scritta al neon, ma questa volta diceva: “FUCCCCCCCCCCCCCK YOUUUUUUUU.” Poi però ho solo detto “Thank you” e mi sono chiusa in bagno pensando che se avevo paura di una hostess della Ryanair forse meritavo davvero di morire. Quindi: il cibo basco fa schifo e pensare di morire e poi non morire davvero è una figata. Ah, e le hostess della Ryanair sono delle puttane sadiche col cuore di pietra.

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