Misaki nel paese delle meraviglie

Abbiamo recentemente incontrato l’artista Misaki Kawai in occasione della sua mostra a Stoccolma, e ne siamo rimasti completamente affascinati. Ha questi grandi occhioni neri da animale selvatico, ed è talmente delicata da farti venir voglia di portartela a casa, avvolgerla nel piumino e farle le carezzine. Indossa maglioni con disegni di piccoli scoiattoli e stampa delle banconote (Beaver Dollars) che infila nei portafogli dei suoi amici quando sono distratti. Riproduce anche monete. TENERA. Ha esposto ovunque, il che non ci sorprende affatto, visto che la sua arte è assolutamente irresistibile – genuinamente naïve, semplice, divertente e fresca, contraddistinta da particolari meticolosi e bizzarri, bellissimi colori e materiali non convenzionali…

Oltre ai dipinti e ai collage, Misaki crea delle installazioni che rappresentano il suo privato mondo fantastico, composte da sculture che ritraggono se stessa, i suoi amici, i suoi idoli e tante tenere e soffici creaturine. Una volta ha costruito un’ enorme navicella spaziale. Quando ci ha raccontato che per completarla ha impiegato più di quattro mesi non ci siamo stupiti, perchè avremmo potuto passare ore ed ore a fissarne ogni piccolo particolare.

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Vice: Questo cos’è?

Misaki: E’ un ristorante… L’Octopus Restaurant.

Potrebbe sembrare una gelateria.
C’è anche il gelato…all’interno del ristorante. Gelato alla vaniglia, fragola, cioccolato e tè verde. Non è gelato super artigianale, perchè deve essere cheap. E’ un fast food, ma comunque non è male.

Servono anche il polipo (octopus)? Non è sul menu…
No, servono hot dog, hot dog al formaggio, doppio hot dog e hamburger vegetariano.

E perchè non il polipo?
Non saprei… mi piacciono i polipi.

OH CRISTO, c’è anche un mini cestino della spazzatura con della mini spazzatura dentro! E una lavagna per gli ordini! Cosa sono quelle scritte?
Le persone che visitano il ristorante lasciano dei piccoli messaggi, a volte gli autografi. Quello, per esempio, è l’autografo dei Beatles. Ma George non c’è, non è ancora arrivato.

Mi sa che George non ti piace granché.
Mi piace George! Senti una cosa, a casa mia, nel mio salotto ho una scultura enorme di George che surfa un’onda imbracciando la chitarra. Sono una grande fan dei Beatles. I veri fan si fanno le magliette dei Beatles. Io, invece, li scolpisco.

Dov’è casa tua?
Nello spazio. Molto, molto lontano.


Intendevo dire proprio dove vivi…

New York. Mi ci sono trasferita quasi quattro anni fa. Un ragazzo che ho conosciuto a LA mi ha detto che dovevo andare a New York se volevo combinare qualcosa nel mondo dell’arte. Quando ho fatto ritorno in Giappone ho deciso che avrei dovuto almeno provare ad andarci per vedere com’era. Così ci sono andata tutta sola per 3 settimane. Non conoscevo nessuno. A quel punto ho incontrato Gary, che ha una galleria, e mi ha detto che se volevo lavorare ero costretta a rimanere in America. Non è che New York mi piaccia particolarmente. La gente è pazza. Un sacco di persone cattive. Forse è per via dello stress, del cemento e del sistema sanitario. Queste sono le cose che fanno impazzire la gente. La questione dell’assicurazione sanitaria è fuori controllo. Ho sentito che una galleria ha provato ad assicurare i suoi artisti, come se fosse un regolare lavoro d’ufficio. La trovo una cosa sensata. Ma l’America, l’America è piena di pazzi.

Se dovessi scegliere, preferiresti il tuo mondo o il mondo vero?
Anche il mio mondo è un pochino fuori controllo. Ma almeno non è cattivo. Tutti sono felici, a volte tristi, a volte magari arrabbiati ma non… pazzi come i newyorkesi. Quando sono tristi piangono ma poi torna tutto a posto. Non li aspetta una vita triste.


Quando hai cominciato a costruire i tuoi piccoli mondi fantastici?

Quando mi sono trasferita a New York. Prima di arrivare non sapevo niente dell’esistenza delle installazioni e dell’arte contemporanea. In Giappone la gente non sa che fare l’artista può essere un lavoro. Ci sono così tanti grandi artisti che non espongono i loro lavori. E’ molto triste. Allora io provo a farli venire a NY, li ospito a casa mia e li porto alle mostre. E’ tutto quello che posso fare, per adesso.

Ho sempre creato delle cose, fin da quando ero bambina. Alle superiori ho dovuto decidere cosa volevo fare da grande. Non sapevo di poter lavorare come artista, quindi avevo deciso di diventare veterinaria, però poi ho scoperto che esisteva una scuola d’arte e l’ho frequentata per due anni.

Com’è una scuola d’arte giapponese?
La mia scuola era molto diversa dalle altre. Praticamente eravamo liberi di fare qualsiasi cosa e presentavamo i risultati mensilmente. Mi ricordo di questa ragazza che era molto silenziosa e un pochino strana. Nessuno aveva idea di cosa le passasse per la testa. Un giorno ha portato a scuola una ciotola di noodles liofilizzati che aveva lasciato all’aperto per quattro giorni, facendoli diventare grossi e spumosi, e quello è il lavoro che ha presentato in classe. Ci lasciavano liberi di fare QUALSIASI COSA.

E’ stata un’opportunità fantastica perchè ho avuto modo di imparare come iniziare un progetto e seguirne lo sviluppo. Quando produco dei lavori su grossa scala faccio uno schizzo preparatorio, ma il risultato finale è sempre lievemente diverso. Raccolgo input ogni giorno da libri, magazine, fim, passeggiando in città, e scatto sempre molte foto con la mia digitale. Ma non so nulla di storia dell’arte. Abbiamo un detto in Giappone: “Keta Uma” – tecnica scarsa, ma buon gusto. In sostanza, significa che la tecnica non è fondamentale per essere creativi, il fattore decisivo è il gusto. Io sono d’accordo, se hai una gran tecnica ma del cattivo gusto, il dipinto sarà sempre pessimo. 

Poi, credo che l’arte ruoti intorno all’equilibrio. Qualcosa di semplicemente carino non sarà mai buono, mai interessante. Ci devi inserire qualcosa d’altro, chessò, forse una pistola.

MILÈNE LARSSON

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