“Alla fine l’ho fatto. Sono andato su YouTube a vedere il trailer di L’Estate Addosso. E devo dirlo, non sono riuscito a vederlo tutto. Mi ha talmente depresso l’idea di disattivare la mia mente del tutto pur di diventare fruitore di un simile trailer e sono uscito da YouTube pur di riveder le stelle e sentire di nuovo me stesso e potermi illudere che il cinema non sia davvero diventato tanto di scarto.”
È così che, ipoteticamente, potrebbe suonare una recensione del trailer dell’ultimo film di Muccino modellata sulla sua recensione di Civil War—quella celeberrima pubblicata sulla sua bacheca Facebook, luogo da cui negli ultimi mesi il regista ha dato notizie di sé commentando aspramente su registi o case di produzione nell’apparente tentativo di rimarcare il gap tra il cinema di Serie A (il suo?) e quello di Serie B (il resto).
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Prima della stroncata a Civil War, per esemio, era toccato a Pier Paolo Pasolini, reo—a dire di Muccino—di aver fatto credere a intere generazioni che il ruolo del regista fosse per chiunque e non solo per chi regista lo nasce.
Il cinema di Muccino però era una nostra conoscenza anche prima di questi ultimi casi: personalmente, per auto-punirmi ho visto entrambi i film che uniscono il binomio “parola bacio nel titolo” e Jovanotti, ho guardato La Ricerca Della Felicità e sono arrivato addirittura alla fine dei titoli di testa di Sette Anime.
E, proprio in ragione di questo, non ho mai capito da dove derivasse la convinzione mucciniana di essere un regista alto, dove per alto non si intende solo tronfio del suo metro e ottantantatré, ma di avere un pubblico di riferimento molto diverso e molto più d’élite di un Checco Zalone qualsiasi. Da dove arrivasse la decisione di potersi “illudere che il cinema non sia davvero diventato tanto di scarto [ come per Civil War].”
Grab via.
Memore di tutte queste lezioni, però, qualche giorno fa mi sono appunto imbattuto nel trailer del suo nuovo film—L’Estate Addosso, con la colonna sonora firmata da Lorenzo Jovanotti Cherubini, incentrato su una storia d’amore adolescenziale tormentata, e con in più il fatto di essere girato in America—e non ho potuto resistere. Dopo averlo visto, e notato che non ero l’unico a uscirne un po’ stranito, ho ripensato alle sue parole a proposito del film della Marvel. Quella recensione era così perfetta che sarebbe bastato cambiare qualche parola per adattarla ai sentimenti sollevati dal trailer:
“Se non c’è una Art House sala parrocchiale vicina, e per vicina intendo entro i 30 chilometri, se parliamo di Los Angeles del paese che ospita il Vaticano, non c’è modo di andare al cinema senza finire quasi inesorabilmente intrappolati in un bel Multiplex incolore e nella fruizione passiva e inaffettiva di un film che va ben oltre l’accettabilità della necessaria commerciabilità del prodotto. Captain America L’Estate Addosso e con esso tutto il franchising che sta divorandosi Hollywood ci propone Jovanotti come compositore numero uno, diventa amnesia del cinema e di cosa esso possa e debba rappresentare. Il Batman di Nolan I cazzotti di Jeeg piuttosto che l’Iron Man di Favreu la teatralità di Perfetti Sconosciuti sono ormai pezzi di una scialuppa lontana e alla deriva. Il nuovo franchising, lanciato da quei film circa dieci anni tre mesi fa, è ormai l’ammucchiata di Avengers che si prendono a botte Accorsi che urlano sotto la pioggia dall’inizio alla fine senza che a te, e parlo per me, si intenda, possa fregare di meno.”
Ma sarebbe stato troppo facile. Così, in attesa che esca il film, ho riguardato il trailer. La trama, da quello che si capisce in due minuti e quattro secondi, parla di un adolescente romano che parte per un’esperienza in America alla quale decide inaspettatamente di unirsi anche la fidanzata. Fidanzata che, come si scopre dopo pochi secondi, ha tendenze omofobe—fatto dimostrato dalla sua qualificazione della coppia gay che li ospiterà a San Francisco come “pervertiti”—poi espiate attraverso un lungo processo in cui la giovane arriva a tradire il protagonista con uno dei componenti della sopracitata coppia. A quel punto i due ragazzi romani si lasciano, con tutta l’enormità del loro amore tormentato che riesce a essere più grande persino dell’America e frasi come “Tutto era così perfettamente imperfetto” seguite da un’altra serie di ripetizioni della parole “perfezione.”
Una delle prime cose che saltano agli occhi anche da questa semplice descrizione è che, nonostante in questi mesi Gabriele Muccino abbia voluto farci credere di essere pronto a tornare e salvare il cinema italiano, il film che sta sponsorizzando in questi giorni sembra riproporre un topos della commedia italiana degli ultimi anni, quella fatta di Checco Zalone e cinepanettoni, ovvero il gay che smette per qualche magico motivo di essere tale e torna ‘sulla retta via’ e il personaggio non gay pieno di pregiudizi ma pronto a percorrere la strada della redenzione. Il tutto condito da immagini efficacissime—come la camicia bianca abbottonata fino in cima della protagonista a simboleggiare la scarsa apertura mentale—e frasi che nessuno nella vita normale pronuncerebbe mai.

Grab via.
Sebbene il film sia stato promosso come “Il mio film italiano girato in America,” insomma, l’impressione è di trovarsi di fronte all’ennesimo prodotto à la Moccia, il cui target di riferimento sono i ragazzini, ma che in realtà passerà per un film fatto come si deve. Il cinema italiano, negli ultimi mesi, ci aveva illuso che qualcosa di buono potesse uscire anche a un livello, per così dire, mainstream, senza toni caricaturali o film, in una parola sola, brutti. E non brutti perché semplicemente hanno poco da dire, ma brutti perché quel poco che hanno da dire, lo dicono male.
Mettendo play al trailer invece ci si può imbattere nell’ordine in: battute sbiascicate, “froci” che sono “froci”, ma hanno momenti di pentimento e quindi per un attimo diventano normali, ma poi tornano “froci”, urla al paesaggio sotto la pioggia (di nuovo?), ragazzi che per capire cosa significa amare (e avere un orgasmo) hanno bisogno di volare in America, una dizione difficilmente afferrabile, e poi Jovanotti, urla, amore, Alitalia, sesso, Jovanotti e ancora Jovanotti.
Un po’ lo stesso scenario di un giovane Riccardo Scamarcio—un ragazzo con i ricci un po’ ribelli, come ribelle era il suo carattere—che portava a “scoprire come vivere” una ragazza della Roma bene, tutta impostata, tutta impettita, solo perché nessuno le aveva ancora aperto gli occhi.
Tre Metri Sopra il Cielo usciva nel 2004 e, dodici anni dopo, i meccanismi, le dinamiche, le battute continuano a essere le stesse. C’è persino il personaggio con il nome strano, il soprannome improbabile: per Moccia era Pollo, per Muccino è Vulcano. Solo, magari, anziché passare il sabato pomeriggio su Italia 1, passerà allo stesso orario ma su Mediaset Premium, perché la qualità, si sa, si paga.
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