Non sai mai qual è il momento esatto in cui il treno oltrepassa la linea immaginaria del Circolo Polare Artico e arriva a Vorkuta. Da Mosca ci vogliono 48 ore e 26 fermate prima di vedere il cielo mescolarsi alla Terra e i ghiacci selvaggi consumare tutto. Perché mai qualcuno dovrebbe voler costruire una città proprio qui, in un posto così crudele? Perché e come?
Qua e là nel paesaggio innevato sorge qualche edificio. È Yur Shor—un insediamento in cui dieci anni fa vivevano circa 5.000 persone. Sergei è uno dei suoi ultimi tre abitanti. È un minatore in pensione che soffre di problemi respiratori eredità del vecchio lavoro. “Siamo gli ultimi,” mi dice. “Hanno chiuso le scuole, le farmacie, e non ci sono negozi. Adesso dobbiamo fare chilometri per un pezzo di pane.”
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Sergei
Sergei ha scritto alla Corte Suprema russa, alla Corte dei conti e alle Nazioni Unite. Chiedeva una soluzione alla loro drammatica situazione. Ma la buca delle lettere è sempre vuota. “È come se le lettere mandate da Yur-Shor non potessero lasciare il paese,” dice scrollando le spalle mentre sta seduto sul letto. Il materasso sotto di lui è l’ultimo cenno di vita domestica nella stanza—tutto il resto è negli scatoloni, pronto per essere portato via.
Il centro culturale su via Lenin, la strada principale di Vorkuta.
Yur-Shor è una delle tredici frazioni di Vorkuta, nella Repubblica autonoma russa dei Komi. Oggi molti residenti si stanno spostando a sud, in cerca di un clima migliore in cui esistano effettivamente le quattro stagioni.
Un tempo però Vorkuta era una parte fondamentale dell’URSS. La città è nota principalmente in quanto sede di uno dei più temuti gulag voluti da Stalin. Furono proprio i prigionieri del campo ad avviarne la costruzione. Una delle loro attività principali era l’estrazione del carbone necessario a far funzionare gli imponenti macchinari sovietici.
Conosciuti come “Karakat”, questi veicoli sono fatti per muoversi nella Tundra ghiacciata durante i gelidi inverni artici.
Negli ultimi anni la Russia ha mostrato un rinnovato interesse per i suoi territori settentrionali; i milioni di tonnellate di idrocarburi nascosti sul fondo dell’Oceano Artico sono troppo preziosi per essere trascurati. Grazie all’arrivo degli oleodotti la città è diventata una nuova porta verso le richezze della Siberia, ma questo non significa che la richiesta di più risorse umane sia stata mai soddisfatta.
I lunghi inverni ai confini artici lo rendono terreno fertile per sogni deviati. Tra le proposte del comitato cittadino per ravvivare la zona ci sono la trasformazione in laboratorio per test nucleari e la ristrutturazione del gulag con l’obiettivo di farne un parco divertimenti.
Via Lenin, la strada principale di Vorkuta.
Ai tempi dell’Unione Sovietica Stalin aveva ordinato l’installazione di giganteschi cartelloni con messaggi come “Pace nel Mondo” o “Gloria a chi vive oltre il Circolo Polare Artico”. Oggi questi messaggi sono diventati parte integrante di Vorkuta. Ogni giorno c’è qualcuno che se ne va, ma i manifesti di Stalin rimangono lì appesi, lottando per non scomparire come tutto il resto.
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