Abbiamo recentemente incontrato a Orlando un ragazzo venticinquenne che nel 2005 è stato congedato in modo tutt’altro che onorevole dalla Marina Americana. Ha passato poco meno di un anno in Iraq, subito dopo l’invasione iniziale. Davanti a un paio di drink, gli abbiamo chiesto di farci il resoconto del suo vorticoso tour al servizio di Uncle Sam e ne è venuta fuori una specie di versione desertica e disperata di M*A*S*H (il film di Altman, non il melodramma tv). Ecco la sua odissea…
Discovery Channel aveva da poco trasmesso un documentario sull’arruolamento in Marina prima dell’invasione in Iraq. Mi era sembrata una roba fattibile. Ero a Orlando per una scuola di cucina, cazzeggiavo- un casino di feste e droghe perlopiù. Arruolarmi mi sembrava potesse essere un buon sistema per mettere la testa a posto; e la Marina mi sembrava il posto più duro per farlo.
Mi hanno mandato a Parris Island per l’addestramento base e poi sono finito in servizio a San Diego.
Eravamo lì da tre settimane quando mi hanno detto, “Fai i bagagli. Ti mandiamo in Iraq”. Siamo stati in Kuwait un mese per prepararci a passare il confine. Eravamo pronti a dirigerci a Fallujah proprio nel momento di massimo asprezza del conflitto. Il mio compito era quello di correre fra le prime linee a reclutare personale per equipaggiare i convogli col fuoco pesante e renderli operativi. Ma per i primi nove mesi non ho fatto nulla di tutto ciò perché non c’erano abbastanza uomini da destinare ai convogli.
Mentre attraversavamo il confine del Kuwait, ci è stato ordinato di non fermarci mai. Un sacco di ragazzini ci correvano incontro mentre passavamo coi convogli; sventolavano dei soldi, pensando che così ci saremmo fermati per loro. Ma il compito di un pilota è tirare dritto; e alcuni li abbiamo messi sotto. Al momento non ci ho fatto caso più di tanto perché ero mentalmente in assetto da guerra. Ma se ci penso adesso, mi guardo allo specchio e dico: “Che cazzo abbiamo fatto? Non dovevamo aiutare quella gente?”.
La vita al campo base era abbastanza dura una volta dentro Fallujah. Tutti i giorni subivamo attacchi- un bombardamento costante. A un certo punto è diventato un disturbo e basta. C’era una tensione pazzesca; scoppiavano risse in continuazione, anche se eravamo in teoria amici e compagni. Robe tipo, uno non riceveva lettere, allora l’altro iniziava a parlare male della sua famiglia e finivano entrambi la discussione con gli occhi neri.
Nell’esercito lavori duro e fai festa duro, questo è sicuro. C’erano litri e litri di alcol ovunque; la gente ci scioglieva dentro droghe di tutti i tipi mentre altri sniffavano finché non sbavavano e si pisciavano addosso.
Pensavamo che saremmo rimasti lì sei mesi in tutto. Quel tempo era passato, ma non ci mandavano a casa. Non c’era nessuno pronto a rimpiazzarci. Continuavano a dirci ancora tre mesi, altri tre mesi e poi altri tre. Considerando quanto sono severi e rigidi, pensavamo che tutta l’organizzazione militare fosse perfetta; se ti dicevano sei mesi erano sei mesi- almeno per una pausa.
Comunque, ho capito che me ne dovevo andare di là quando uno dei miei compagni si è suicidato. Si è sparato con un M-16. Ci chiedevamo tutti perché- poi abbiamo scoperto che sua mamma era malata terminale di cancro e stava per andarsene. E anche sua sorella era malata; stessa cosa. E non lo lasciavano andare a casa. La mia riflessione è stata che a nessuno fotteva un cazzo di noi- e se non interessava a loro perché doveva interessare a me?
Volevo tornare a casa. Avevo fatto la mia parte. Quando ho deciso di andarmene, ho provato ad andarmene nel modo giusto. Sono andato dal cappellano, l’ho implorato, l’ho pregato e alla fine gli ho detto che ero pazzo. Non mi ha creduto.
Avevo sentito che se ti beccavano al test delle urine che avevi fumato, ti sbattevano fuori. Restavi un po’ in punizione e poi era fatta. Quindi, è quello che ho fatto- non c’era altro modo di tornare a casa. Siamo tornati a Camp Pendleton in California dopo 11 mesi di quell’ inferno. Li ci hanno comunicato di riposarci un po’ che dopo tre mesi saremmo stati richiamati. Un mio amico viveva lì vicino. Mi ha dato un po’ di roba e quella è stata la fine.
Mi sono picchiato col mio sergente quando sono risultato positivo ai test. Mi ha chiamato un “fottuto marine sacco-di-merda.” Gli ho detto, “No, non lo sono. Ho avuto una menzione d’onore. Non voglio più far parte di questa stronzata. Vattene affanculo!” Si è tolto i suoi cazzo di gradi da sergente e siamo venuti al corpo a corpo. In un attimo era ko. Mi ha detto che ero nei guai e io gli ho detto: “Sti cazzi, me ne vado a casa. Divertiti in Iraq, amico!”
A quel punto hanno chiamato la corte marziale. Un ufficiale mi ha chiesto perché non ne avevo parlato con il cappellano. Gli risposto che avevo provato eccome col cappellano- era l’unica strada che avevo per andarmene. “Bè, ma sei tu che hai firmato per arruolarti,” mi hanno detto. Mi hanno dato un congedo “tutt’altro che onorevole”. Me l’hanno fatto passare come una punizione pesantissima ma in realtà era una farsa. All’inizio mi hanno messo a spalare il fango ma poi mi sono lamentato della mia schiena, quindi mi hanno passato a compiti meno duri. Dormivo, mangiavo, guardavo la tv- ero sempre fisso su MTV.
Ci sono cose che mi mancano. Come il cameratismo dei Marines e i tramonti in Iraq. E’ sata un’ ottima esperienza di vita. Apprezzo di più le cose adesso, anche quando non sono il massimo. Ho toccato con mano quanto potrebbe andarci peggio. Avete mai visto quella merda, “My Super Sweet 16”? Quella gente la prenderei tutta a calci in culo.
SHANE STINNETT INTERVISTATO DALLA REDAZIONE VICE
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