Il fatto è che gli è successa una disgrazia, la morte, e in Italia su questo c’è una morale un po’ strana, bigotta, per la quale la morte è una specie di beatificazione. Faber è stato deificato, si è costruito un personaggio finto, lui era molto più divertente, vario, non poteva essere schematico come un anarchico cattivo e incazzato. Era allegro, divertente, paradossale, disposto a cose molto normali, invece l’hanno confinato in quella zona.
Questo diceva, a proposito del suo compagno di avventure Fabrizio De André, Paolo Villaggio, citazione che per ovvie analogie ho incluso anche nell’articolo in morte di quest’ultimo. E in effetti come non pensare a De André come a un santino, tirato fuori spesso e volentieri quando si vuole un comodo esempio di anarchismo D.O.C., senza macchia e senza paura? In realtà di macchie e di paure Faber ne aveva a bizzeffe, tanto che—più che da un discorso libertario comunque fortissimo—la sua poetica nasce dalla tensione a cercarsi un posto nel mondo, né più né meno. Tutti i suoi personaggi passano attraverso spesse maglie di contraddizione, trovando in alcuni casi la redenzione, in altri il disastro: addirittura molti di essi fondono tutte e due le cose verso una specie di Nirvana inconsueto davanti al quale la morale comune vacilla.
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