Pre-dischi belli: Jon Porras – “Black Mesa”

Nel 1995 Jim Jarmusch realizzò Dead Man, un gran bel film nonostante il protagonista fosse Johnny Depp. Un western in bianco e nero dall’atmosfera desolata, furiosamente triste e violentemente poetico. Per capirci: più simile ai romanzi di Cormac McCarthy che a un qualsiasi spaghetti western. Una delle cose più belle di quella pellicola era soprattutto la colonna sonora di Neil Young, fatta di lenti fraseggi di chitarra elettrica distorta, simile a un classico tema Morriconiano su cui è passata sopra una tromba d’aria, spazzando via tutto tranne le sei corde. Piuttosto malcagato all’epoca, quel disco finì per influenzare, una decina di anni dopo, tutta una serie di chitarristi fissati col lasciare andare le note a lunghissimo. Primi fra tutti, gli Earth di Dylan Carlson mostrarono al popolo del drone che c’era vita oltre i riff monolitici che avevano caratterizzato i loro primi dischi e quelli dei cuginetti-superstar Sunn O))). In effetti, si potevano usare quei suoni proprio per esplorare quanto l’avanguardia minimalista, il metal e il folk ammerregano possono avere in comune. Fedeli seguaci di questa linea sono i Barn Owl, californiani dalla plettrata lenta di cui Jon Porras è l’esatta metà. Lo scopo principale di questo tipo di musica è celebrare spazi sconfinati, sia fisici che mentali, in cui è bello volersi perdere e ritrovare. Raccontare in musica gli elementi primordiali.

Nel caso di questo nuovo Black Mesa, in uscita il 17 aprile per la grandissima Thrill Jockey, Jon ha scelto di farci passare del tempo in una pianura disabitata. Il luogo ideale per una schitarrata intorno al fuoco, non vi pare? Non stiamo parlando di un pesante polpettone ambient, ma di qualcosa che scorre col tempo di un sogno, lento ma mai immobile, pieno di luci e ombre, e di splendidi miraggi. Musica antica che predice il futuro.

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