La protesta di Napoli contro la BCE è finita con idranti e lacrimogeni


Foto di Michela Fabbrocino.

Uno dei sottogeneri giornalistici più praticato in Italia è sicuramente quello dell’allarmismo pre-manifestazione. Ogni volta che si preannuncia una mobilitazione un po’ più animata del solito, sui quotidiani appaiono una sequela di articoli che anticipano devastazione urbana e apocalisse civile—e dalle “preoccupazioni della Questura” si passa velocemente alle “infiltrazioni dei violenti” e agli “allarmi sicurezza.” Sull’angoscia troneggia il “black bloc,” figura che per i giornalisti italiani è ormai paragonabile a una specie di Freddy Krueger che infesta i loro sogni. 

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Un simile meccanismo si è ripetuto alla perfezione nel corso dell’avvicinamento a “Block BCE,” una protesta organizzata a Napoli da centri sociali, movimenti di sinistra, precari, studenti e sindacati di base in vista del consiglio direttivo della Banca Centrale Europea, fissato per il 2 ottobre nella Reggia di Capodimonte, a qualche chilometro dal centro storico della città partenopea.

La contestazione, che gli organizzatori hanno definito la “quinta giornata di Napoli”, ha l’obiettivo di contrapporsi “all’Europa autoritaria e antipopolare della Trojka e della moneta.” Già una settimana prima dell’appuntamento, tuttavia, la stampa aveva parlato di “incubo black bloc,” rispolverando per l’occasione espressioni da anni Settanta come “cattivi maestri”, ossia professori e intellettuali che sostengono la protesta.

Un’altra grossa fonte di preoccupazione che emergeva dai quotidiani era la possibile influenza sul corteo di diversi fatti di cronaca che hanno scosso la città di Napoli nell’ultimo periodo: la morte di Ciro Esposito e l’arresto del capo ultras Gennaro Di Tommaso, l’omicidio di Davide Bifolco, e infine la crisi politica e personale del sindaco Luigi De Magistris, sospeso dall’incarico dopo la condanna in primo grado per il caso Why Not.

Per far fronte a possibili disagi, il Viminale ha quindi deciso di blindare la città e schierare quasi duemila agenti per “garantire l’ordine pubblico.” Nonostante le rassicurazioni sullo svolgimento pacifico del corteo sia da parte dei manifestanti che del questore Guido Marino, la giornata si apre comunque in un’atmosfera nervosa. I manifestanti iniziano a radunarsi intorno alle 9.30 davanti alla fermata della metro dei Colli Aminei.

Il corteo parte intorno alle 10, e dopo qualche metro mi accorgo che la situazione è abbastanza surreale. Tutto il percorso autorizzato, che si snoda per viale dei Colli Aminei e termina in prossimità della Reggia, è stato completamente desertificato dalle forze dell’ordine: i negozi e le banche sono chiusi con pesanti blocchi di metallo, i cassonetti sono stati rimossi e non si vede un’automobile nel raggio di chilometri.

Dal camion posto in testa al corteo gli attivisti si rivolgono ai residenti che, affacciati dalle terrazze delle abitazioni, seguono e riprendono la manifestazione con i cellulari. “È stato fatto terrorismo mediatico! Non dovete avere paura di noi, ma di Draghi e di chi è rinchiuso alla Reggia di Capodimento,” si sente dal megafono. “Venite con noi per mostrare il dissenso di chi non ha casa e soldi per arrivare a fine mese!”

Quando si arriva all’altezza del Tribunale minorile, dei manifestanti lanciano alcuni petardi e fumogeni all’interno della struttura chiusa; un fumogeno finisce in un balcone al primo piano.

Verso mezzogiorno comincia a piovere, ma la manifestazione prosegue senza intoppi. Dall’organizzazione, intanto, arrivano le prime cifre: le persone scese in piazza sarebbero quattromila (la stima però è eccessiva). Nel frattempo arriva anche un elicottero della polizia, che sorvola la zona e sovrasta i manifestanti con il rumore delle pale.

In prossimità di una filiale del Banco di Napoli qualcuno lancia delle bottiglie contro le vetrine, e un manifestante scrive con una bomboletta spray “Ostility for austerity / Ladri assassini / Fuck austerity.” Nel tratto successivo, i medici del Centro traumatologico ortopedico (il quartiere in cui si svolge la manifestazione è una zona piena di ospedali) applaudono al passaggio dei manifestanti.

Terminata la curva si entra nel punto caldo di “Block BCE.” Vado avanti per vedere com’è la situazione, e all’incrocio tra viale dei Colli Aminei e via Miano vedo che la polizia—compresi i blindati con gli idranti—è già schierata in assetto antisommossa per impedire l’accesso al bosco che circonda la Reggia.

Osservando velocemente la scena noto che questo incrocio è uno dei posti peggiori in cui fare degli scontri che mi sia mai capitato di vedere. La strada è in discesa e senza alcuna via di fuga; e il terreno, per giunta, è pure bagnato a causa della pioggia appena caduta.

Poco prima che sopraggiunga il corteo, gli organizzatori parlano con gli agenti della Digos. “Qui c’è troppa polizia,” dice uno dei manifestanti. “Questa è una provocazione!” L’agente non fa una piega, e risponde piuttosto seccamente che i poliziotti rimangono lì.

La testa del corteo scende dal viale. Le prime linee sono a volto coperto: molti hanno la maschera nera di Pulcinella (che era nel logo della manifestazione); altri bandane e maschere antigas. Il fronteggiamento con la polizia, tuttavia, dura molto poco.

A un certo punto appare una grossa scala che viene appoggiata al muro di cinta per entrare nel bosco. Un manifestante ci sale sopra, ma la polizia non ci pensa su due volte e passa all’attacco.

Il getto dell’idrante—è la prima volta a Napoli che lo si usa in un contesto di piazza—colpisce la scala e distrugge un semaforo. I manifestanti rispondono lanciando oggetti e fumogeni, e i poliziotti controbattono sparando diversi lacrimogeni in mezzo alla folla. Contestualmente parte anche una “carica preventiva di alleggerimento” per spezzare il corteo.

Scendo su via Capodimonte per evitare di finire in mezzo alla calca, e due lacrimogeni finiscono a pochi metri davanti a me. Cerco riparo in una scalinata limitrofa, e sopra alcuni manifestanti si affacciano alla balaustra per respirare un un po’ di aria in mezzo alla nube di gas.

Il momento di tensione—chiamarlo “guerriglia,” come ha fatto qualche giornale, è sensazionalismo—dura qualche minuto. I manifestanti reggono l’onda d’urto della carica e si ricompattano sulla discesa. Mentre torna a piovere piuttosto intensamente, il corteo si ferma e chiede il rilascio immediato dell’uomo che era salito sulla scala (Mario Avoletto, un attivista di lunga data), fermato e portato in questura.

Non appena smette di piovere i manifestanti ripartono e scendono verso il centro, controllati a vista da un contingente della Guardia di Finanza. All’improvviso imboccano un’altra discesa che da Capodimonte conduce al rione Sanità, deviando dal percorso ufficiale. Gli abitanti del quartiere in un primo momento si mostrano sorpresi; poi, dopo aver capito il motivo della visita improvvisata, mostrano solidarietà ai manifestanti.

Nel corso del breve comizio nel cuore del quartiere, in cui si spiegano nuovamente le ragioni della protesta, i manifestanti sostengono che “la reazione delle forze dell’ordine alla nostra protesta è stata spropositata, assurda.” Il corteo si conclude definitivamente in piazza Borsa verso le tre di pomeriggio, quando arriva la notizia ufficiale del rilascio dell’attivista.

Per quelle che erano le premesse, alla fine è andata bene così per entrambe le parti. Dal lato dei manifestanti—che nel comunicato stampa post-manifestazione dicono che questo “non è che l’inizio” e sottolineano di essere riusciti a violare l’imponente dispositivo di sicurezza “con una semplice scala”—non ci stati né feriti né arresti. Dal lato delle forze dell’ordine, “Block BCE” è stata l’occasione di impiegare tattiche di contenimento della protesta diverse dalle consuete “zone rosse” nei centri delle città, nonché di provare sul campo nuovi strumenti per l’ordine pubblico come le telecamere indossabili dagli agenti.

Una volta finita la manifestazione, da piazza Borsa mi dirigo alla stazione centrale e mi fermo in un bar. Dentro sfoglio distrattamente Il Mattino, e incappo in un curioso titolo: “Cena blindata tra spigole, babà e opere d’arte.” L’articolo è il dettagliato resoconto della cena “organizzata dai vertici della Banca d’Italia per un ristretto numero di persone” a Palazzo Reale, tenutasi mercoledì sera.

Leggerlo dopo una giornata del genere è abbastanza paradossale, visto che il pezzo abbonda di particolari di questo tenore: “Tavoli da dieci, segnaposto, piatti di porcellana, bicchieri di cristallo e tovaglie in pura fiandra.” C’è anche la descrizione portata-per-portata del menù: “Difficile resistere a un trancio di spigola marinato al limone oppure a un gustoso piatto di crostacei di Crapolla appena pescati. […] Per tutti, poi, dentice alle olive e tortino di patate con scarole e spinaci.”

La serata, prosegue la cronaca, termina “in bellezza” con un “tableau vivant,” cioè uno “spettacolo messo in scena da un gruppo di attori mascherati che si rappresentano come in un quadro vivente.” L’esibizione è stata molto apprezzata e applaudita da tutti gli ospiti, tra cui figuravano i governatori delle banche centrali europee e i pezzi grossi dell’economia italiana.

Molto meno apprezzato, invece, è stato il discorso di Mario Draghi al termine della riunione nella Reggia di Capodimonte.

A fine giornata Piazza Affari ha perso il 3.92 percento, bruciando 19 miliardi di euro. “Gli addetti ai lavori,” si legge su Repubblica, “si erano illusi che la Bce potesse dare indicazioni più ficcanti su un piano di acquisto di bond, inclusi i titoli di Stato in stile Federal Reserve, che non sono però arrivate.”

Dalla conferenza stampa del governatore della BCE è anche emersa una constatazione tanto elementare quanto destabilizzante: la ripresa economica sarà molto lenta. Ma su questo quasi nessuno—a parte Matteo Renzi, che ad agosto diceva spavaldo che “l’Italia è già ripartita”—ha mai avuto molti dubbi.


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