Il 10 novembre 2017 un blocco di calcestruzzo da 1,2 kg lanciato da un cavalcavia della SP 121 tra Cernusco sul Naviglio e Carugate, in provincia di Milano, ha colpito intorno alle 23:30 un’auto che trasportava cinque persone di ritorno da un gruppo di preghiera. Il sasso, lanciato da un terrapieno alto cinque metri situato sul bordo della corsia opposta, ha centrato il parabrezza dell’auto, l’ha sfondato ed è caduto all’interno dell’auto senza colpire nessuno dei passeggeri.
Tuttavia lo choc ha in seguito causato la morte per arresto cardiaco di una donna di 62 anni, Nilde Caldarini, che viaggiava sul sedile passeggero anteriore. Le indagini vanno avanti, per ora senza alcun risultato; l’ipotesi principale dei carabinieri è che a lanciare il blocco di calcestruzzo sia stato un gruppo di giovanissimi—come spesso capita per questo tipo di azioni.
Due giorni dopo, vicino Milazzo (Sicilia) si è verificato un episodio simile: alle tre di mattina, due 17enni sono stati arrestati dopo essere stati sorpresi a gettare sassi da un cavalcavia della A20 Palermo-Messina. I due minorenni avevano già colpito un’auto con una lastra di cemento proveniente da un canale di scolo, che ha frantumato il parabrezza senza causare alcun danno ai quattro passeggeri.
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Si tratta di due casi che rientrano in un fenomeno molto più ampio—quello dei sassi dal cavalcavia, che ricorre in tutta Italia da più di un trentennio, tanto che uno studio pubblicato nel 2009 dall’Osservatorio “sassi dal cavalcavia” dell’ASAPS (Associazione Sostenitori e Amici della Polizia Stradale) sulla propria rivista Centauro lo definisce “antico ed endemico.”
Il primo caso mortale su suolo italiano rintracciato dall’Osservatorio è del 1984, quando a Pegognaga una turista tedesca venne uccisa dal lancio di un paracarro da un cavalcavia, anche se la stampa ha sempre rintracciato come primo episodio quello che nel 1986 causò la morte sulla Milano-Lentate di una bambina di due mesi e mezzo.
In ogni caso, una “sorta di psicosi collettiva” (come è definita nello studio dell’Osservatorio) si diffuse in Italia dalla fine del 1996 con la morte di Maria Letizia Berdini, 31 anni, per il lancio di un masso da un cavalcavia della Torino-Piacenza. Quattro giovani tortonesi, tre fratelli e un cugino, tutti tra i 18 e i 25 anni, furono arrestati e condannati. Pochi mesi dopo, nel marzo 1997, fu introdotta la numerazione dei cavalcavia sulle strade proprio per contrastare questo fenomeno, che ha comunque continuato a presentarsi.
Anche negli ultimi anni non è in diminuzione, sebbene la sua risonanza mediatica fosse diminuita fino al caso di Cassano d’Adda, probabilmente perché dal 2005 non si sono più verificati altri casi mortali. Nel 2016, sono stati registrati 85 episodi sul suolo italiano, con quattro feriti; nel 2017, al 31 agosto, ne sono stati registrati 63. Gli arrestati sono nella stragrande maggioranza minorenni.
Si tratta inoltre di un fenomeno internazionale che sembra presentare ovunque caratteristiche simili. Il 18 ottobre 2017 l’americano Kenneth White viene ucciso da un sasso lanciato contro il furgone su cui viaggiava nel Michigan; cinque ragazzini, tutti minorenni, sono stati arrestati come responsabili. Casi analoghi si sono presentati negli ultimi anni anche in Danimarca e in Vietnam. Nel 1997, secondo quanto riporta il dossier dell’Osservatorio dell’ASAPS, anche Sean Connery sarebbe stato colpito mentre era alla guida della sua auto su una strada inglese. Ed è forse un fenomeno che risale ancora più indietro nel tempo, se in un trattato di diritto penale scozzese del XVIII secolo si parla del lancio di sassi sulle strade.
Per chiarirmi le idee ho parlato con quello che oggi è un sociologo e un ricercatore che si occupa di comunicazione, ma che nel 1981 era un ragazzino di Roma che, insieme a un amico, “dal cavalcavia di Villa Borghese” lanciava “piccoli sassi di ghiaia sul Muro Torto,” senza “provocare seri incidenti, ma qualche tetto d’auto è stato ammaccato, e forse qualche vetro scheggiato.” Oggi preferisce rimanere anonimo, e lo chiamerò Giulio.
Giulio all’epoca frequentava le medie, e abitava in un quartiere del centro storico di Roma “ancora popolare e proletario.” Con i compagni, andava a giocare a Villa Borghese, e quando d’inverno “rimanevano in pochi a vivere la strada, fondamentalmente ci annoiavamo. Lanciare sassi era un modo per provocare una realtà che non ci rispondeva.” La curiosità era quella di incidere sui comportamenti altrui, vedere le reazioni degli altri davanti a situazioni inattese. “Lo facevamo di giorno. Qualcuno suonava il clacson, qualcuno frenava, qualcuno scendeva dall’auto. Preferivamo mirare alle auto di grande cilindrata, non solo perché ci erano istintivamente più antipatiche, ma anche perché le reazioni erano più curiose,” mi racconta. “Spesso queste persone ricche e composte gettavano via la propria maschera di rispettabilità. Oggi direi che quei comportamenti possono essere letti come un esperimento naive di etnomedologia alla Ervin Goffmann.”
A quanto ricorda Giulio, il loro gesto non era dettato da emulazione di casi analoghi. “Non ci rendemmo bene conto di quello che stavamo facendo fin quando qualcuno scese e iniziò ad urlare, probabilmente ci vide e capì che eravamo ragazzini, ci gridò quanto fosse pericoloso mentre cercava di richiamare l’attenzione di un’auto della polizia che veniva in senso contrario.” A quel punto—era la seconda o terza volta che lo facevano—si spaventarono e smisero.
Oggi—più di trent’anni dopo—Giulio afferma di non andarne certo orgoglioso, ma di pensare che sia stata “una tappa ‘positiva” nello sviluppo della mia vita, e in generale una risposta a problematiche di ordine sociale. Potrei anche dire che grazie a quello sono diventato sociologo. Ovviamente si tratta di un comportamento deprecabile e non ha senso nascondersi dietro la piccola dimensione dei sassi lanciati. C’era la ghiaia, un ponte e sotto auto che passavano: per noi era come l’incontro fortuito su un tavolo di dissezione di una macchina da cucire e di un ombrello.”
Dal canto suo, il criminologo forense Francesco Paolo Esposito mi dice che “questa tipologia di crimine è da tenere sotto stretta osservazione perché sia dal punto di visto criminologico che da quello psicologico, l’agito del singolo o del branco è lo specchio di un malessere sociale più ampio e preoccupante.” I minorenni protagonisti dei lanci di pietre sarebbero individui vulnerabili, che non comprendono appieno “il significato delle proprie azioni e delle conseguenze che le stesse possono determinare. Preso dall’agire del gruppo si dissolve in esso, scaricando le colpe all’interno del branco. Così le responsabilità di tutti diventano la colpa di nessuno.”
Quanto alle sentenze per i colpevoli, mi spiega che “si è passati da pene molto alte nel periodo emergenziale dei primi casi a pronunce sotto i tre anni degli ultimi anni.” Esposito ritiene importante evitare sanzioni sproporzionatamente severe, che “vengono vissute dai giovani, che non sanno distinguere tra marachella e reato, come inutilmente afflittive e, se non finalizzate alla rieducazione, producono l’effetto opposto, ovvero fanno del giovane un novello criminale graduato dal carcere.”
A questo proposito, Giulio afferma che bisogna stare attenti “a criminalizzare un comportamento di devianza occasionale non particolarmente significativo dal punto di vista dello sviluppo della personalità degli adolescenti.” Lanciare i sassi non darebbe alcun vantaggio personale, “è un gesto talmente semplice per cui non si acquisisce alcuna forma di prestigio o riconoscimento sociale presso i pari.” Non porterebbe, di per sé, a una carriera di devianza o criminalità, “salvo il caso di problemi di ordine psichiatrico pregressi, perché non risponde né alimenta la dimensione egoica.”
Per quanto riguarda le motivazioni che spingono al gesto, Esposito afferma che “nulla di concreto e definito è ipotizzabile, se non un’aberrazione totale dovuta al vuoto esistenziale ed alla necessità di un’emozione forte quale può essere l’ebbrezza (o la probabilità) di uccidere. La distanza tra il lancio e i veicoli che scorrono su un’autostrada permette di esplorare il desiderio di provocare la morte in maniera apparentemente mediata e ovattata.”
Secondo Esposito, “gli sciagurati colpevoli di questi episodi sanno quello che fanno, il loro comportamento è costituito da volontà e coscienza del fatto. A tal proposito la Corte di Cassazione, nel pronunziarsi su tali efferati fatti, ritiene che i colpevoli siano coscienti del ‘rischio di uccidere’ e il loro comportamento sia caratterizzato da ‘dolo eventuale’”—intendendo che chi compie il gesto si limita ad accettare il rischio di un esito fatale, che però rimane, in senso stretto, non desiderato.
In ogni caso l’età adolescenziale (col suo prolungamento negli anni della maggiore età tipico della società occidentale) spesso porta con sé un complicato rapporto con la vita e la morte, in cui alla vita, quella altrui come la propria, non viene riconosciuto un grande valore—si pensi alle tipiche avventatezze degli adolescenti che possono mettere a rischio sé e gli altri.
Ho chiesto inoltre a Giulio, dato che è un esperto di comunicazione, cosa ne pensa del modo in cui i media trattano il fenomeno dei sassi dai cavalcavia. Secondo lui il modo in cui ne parlano “pare unicamente finalizzato ad amplificare la percezione di insicurezza dei lettori così come avviene per la presenza migranti o per i dati sulla criminalità. In questo caso però va riconosciuta la funzione sociale di mettere in chiaro le possibili conseguenze di questi comportamenti.”
Da ormai parecchi anni, le uniche interpretazioni di questo fenomeno sembrano essere invettive contro la gioventù che ha perso i valori, annebbiata da droga e alcol, pervertita dai mali intrinseci nella modernità— una narrazione basata su cliché e stereotipi, e alla fine socialmente deresponsabilizzante.
Per Giulio, comunque, se lo scopo dei media fosse di mettere in chiaro che qualcuno può anche morire “per un gesto così stupido” non si alimenterebbe l’emulazione, anzi la notizia diverrebbe un deterrente. Se invece il fenomeno viene trattato mediaticamente solo per “creare un clima di insicurezza, l’unico risultato che si ottiene è un incremento della diffidenza e un diradamento dei legami sociali”, che “sono esattamente i fattori che producono questi comportamenti”.
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