Música

You’ll fall in love again: la storia di School Of Seven Bells

Sulla Wythe Avenue a Williamsburg, Brooklyn, c’è un palazzo in mattoni bianchi che ora è pieno di negozi fighetti, come quasi tutta quella zona, dalla fine del 2014. Prima, però, in quel palazzo c’era la sala prove/registrazione dei TV On The Radio, e dietro l’angolo ce n’era un’altra, frequentata da Battles, Interpol e Black Dice. Chiaro, ai tempi Williamsburg era un quartieraccio, più scrauso ed economico di ora, mancavano un po’ di locali in cui bere un buon frappuccino, ma c’era parecchio fermento artistico. Nel 2011, il vecchio headquarter dei TVOTR è stato per qualche tempo casa di Benjamin Curtis degli School Of Seven Bells, Aaron Pfenning (ex Chairlift) e Dev Hynes. Nell’estate del 2012, finito il tour del loro terzo album Ghostory, Benjamin e l’altra metà del gruppo, Alejandra Deheza, erano tornati a lavorare insieme, dalle 10 alle 12 ore al giorno, sulla loro musica.

“Mi svegliavo ogni mattina ascoltando suoni indistinti che andavano in loop o con la voce di Alley,” ricorda Pfenning. “La cucina era a fianco alla stanza in cui registravano, e mentre facevo colazione mi piaceva ascoltare quello che facevano. Lavoravano tantissimo. Non ho mai incontrato altre band che lavorassero così duramente.”

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A volte, dopo che Alejandra tornava a casa, Benjamin continuava a lavorare, anche se forse non ha mai considerato “lavoro” la sua musica. I due non sono mai stati fermi, a livello creativo—prima separatamente con i propri fratelli nelle band On!Air!Library! e Secret Machines—e poi insieme come School Of Seven Bells. Anche se il duo aveva pubblicato un album da poco e l’EP Put Your Sad Down sarebbe dovuto uscire quell’inverno, in quei mesi estivi i ragazzi stavano già scrivendo le canzoni destinate al loro quarto disco, il cui titolo era il loro nome in forma abbreviata, SVIIB. Alejandra racconta che quando inizia a scrivere “di solito cerco di ripulirmi ogni angolino del cervello.” Le parole fuoriescono e i testi appaiono da soli, anche se un po’ sfocati. Nel caso di quest’album, Alejandra si è trovata a raccontare la sua storia con Benjamin, una storia durata dieci anni, di cui cinque anni di relazione. Alejandra non ha mai dovuto spiegare a Benjamin quei testi, ma ogni verso è un pezzo del puzzle e arriva dritto al cuore.

“Quando stavamo scrivendo quest’album siamo arrivati al punto in cui il dolore era passato,” ricorda Alejandra. “Non che prima di allora non fossimo vicini, ma in quel momento avevamo di nuovo un rapporto totalmente puro, come quando ci siamo incontrati, in quel momento non avevamo una storia alle spalle e mi sentivo di non dover interrompere la nostra pace con inutili spiegazioni. Ora, ripensandoci, mi sarebbe piaciuto parlargliene, ma sicuramente sapeva già tutto, e questa cosa mi conforta, e nemmeno lui ha mai voluto dire nulla a riguardo perché voleva proteggere il sentimento.”

Il 31 dicembre del 2012, i due vanno a festeggiare nell’appartamento del loro manager Ryan Gentles all’East Village. Ryan è famoso per le sue feste in casa. “Ho una foto di quel capodanno in cui siamo tutti strafelici,” racconta Alejandra. La voce le trema. “Erano i giorni più belli della nostra vita, era tutto perfetto. Non sospettavamo nemmeno lontanamente che sarebbe andato tuttto a rotoli, l’anno successivo. Poi è arrivato tutto insieme. Boom.” Nel febbraio del 2013, a Benjamin Curtis è stato diagnosticato un linfoma, e in quel dicembre, pochi giorni prima dell’arrivo del 2014, è morto. Aveva solo 35 anni.

Il mondo della musica aveva accolto gli School Of Seven Bells nel 2008, nel periodo in cui Vampire Weekend, Santigold, MGMT e Lykke Li erano all’apice del successo. Il loro debut Alpinism si strutturava su tessuti ambient, chitarre leggere e tappeti di synth emotivamente carichi. I beat erano semplici, ma combinati con le linee vocali di Alejandra e della sua gemella Claudia facevano un effetto unico, incantevole. La storia di un ragazzo dell’Oklahoma e due sorelle nate in Guatemala inizia nel 1999, quando le gemelle si trasferiscono da Miami, città in cui erano cresciute, a New York, vista l’aspirazione romantica di Alejandra di diventare una poetessa in quella grande città. Alla fine Alejandra si ritrova a formare una band per puro caso, dato che l’avevano erroneamente scambiata per musicista e le era stato offerto di suonare in apertura ad altri artisti. Così, Alejandra e Claudia, in un mese, scrissero qualche canzone e formarono gli On!Air!Library!. Un anno più tardi Benjamin Curtis e il suo fratello maggiore Brandon erano in tour come Secret Machines, ma le due band non si incontrano fino al tour statunitense del 2004 degli Interpol. “Alla fine di quel tour eravamo una grande famiglia, ero così triste che stesse per finire, e non mi succede molto spesso—sembrava l’ultimo giorno di una grande cosa,” ricorda Daniel Kessler degli Interpol. In realtà, però, era solo l’inizio, in termini artistici e per quanto riguarda i legami che si erano creati, e che ancora sono forti. Alla fine del tour Alejandra e Benjamin erano inseparabili. “C’è stato un momento in cui qualcosa mi è esploso in testa—mi dicevo ‘cavoli, è come se conoscessi già questo ragazzo, siamo connessi, ci siamo già incontrati in una vita passata’. E so che per lui era lo stesso,” racconta Alejandra. “Era qualcosa che trascendeva il corpo. So che sembra assurdo, ma è così. Lo sapevo. Sapevo che lui era la mia metà, l’amore della mia vita. E ancora lo è.”

Alejandra a quel punto aveva deciso che gli On!Air!Library! avevano fatto il loro tempo. Con Claudia, voleva ricominciare da capo, battezzando la nuova band School of Seven Bells in onore di un’accademia per borseggiatori colombiana che probabilmente non è mai esistita. Benjamin decide che vuol fare parte del progetto, ma solo dopo l’uscita del secondo album dei Secret Machines lascia la band del fratello per dedicarsi a tempo pieno ai SVIIB.

Il trio funzionava alla grande: per un po’ i tre vivono insieme e Benjamin, polistrumentista che aveva iniziato suonando la batteria da adolescente nei Tripping Daisy, si occupava della produzione. La loro fama si espanse grazie al fascino dei live in cui Benjamin e le due gemelle suonavano fianco a fianco, come un unico organismo. I loro pezzi erano magici e intriganti, anche grazie al modo in cui le doppie armonie vocali si stagliavano su quei synth pulsanti, come se una stregoneria shoegaze fosse scagliata sul dancefloor.

“Dal mio punto di vista, da quando hanno iniziato a uscire insieme era ovvio che la loro era più di una semplice relazione—avevano qualcosa in più, una scintilla,” racconta Brandon. “So che Benjamin era molto ispirato da Alley, dalla sua voce, da come scriveva. L’uno era una parte intrinseca del processo creativo dell’altro. Comunicavano senza parlarsi. Stare insieme a loro, vederli all’opera, era sempre bellissimo.”

La coppia si lascia mentre stava registrando il secondo full-length, Disconnect from Desire. Altre band si sono disintegrate per molto meno, ma l’idea di distruggere i SVIIB non è mai e poi mai passata per la loro testa. I due continuano a lavorare, fianco a fianco, ogni giorno, chiudono il disco e vanno in tour, cercando di tirarsi insieme. Tre mesi dopo l’uscita dell’album, Claudia decide di lasciare la band, e così rimangono in due.

Con nove tracce già pronte, il loro album successivo, SVIIB, è solido e snello, la cui uscita, prevista per il febbraio 2016, è una vittoria in tanti sensi. Ad esempio, la prima traccia “Ablaze” è un gioiello che mostra a pieno quella scintilla che ha segnato l’incontro tra Alejandra e Benjamin, ed apre il mondo del disco: carboni ardenti, fuoco, fiamme, cielo stellato, ispirazione allo stato puro. E, chiaramente, amore allo stato puro. Lei dice che è la loro migliore canzone d’amore: “Quel pezzo è la nostra vita insieme.” Allo stesso modo, alla fine del disco c’è “This Is Our Time”—malinconica, ma lieve, è una lettera d’amore indirizzata a New York dei primi anni Duemila, quando la città era piena di possibilità e tutta la migliore musica usciva da Mercury Lounge e Brownies. “Quella sensazione che avevamo quando ci siamo trasferiti a New York è la stessa che hai quando ti innamori, pensi di poter fare qualsiasi cosa, sei potentissimo, il mondo gira con te, è dalla tua parte,” mi dice, sorridendo.

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La notizia del cancro di Benjamin oscurò tutto. Nei loro anni passati insieme, Alejandra non si ricorda nemmeno di un suo raffreddore. Brandon è d’accordo: anche le volte che uscivano a bere e si distruggevano, mentre gli altri poi se ne stavano a letto, Benjamin era attivo alle otto del mattino, si metteva a lavorare o a fare qualcosa.

“Credo che questo abbia contribuito a farmi pensare che ce l’avrebbe fatta,” continua Brandon. “Prendeva sempre in mano ogni situazione, e anche qui sembrava che la stessa attitudine che lo portava a far musica in quel modo gli servisse ad affrontare la malattia. Anche nei momenti peggiori, come in ospedale, quando gli prelevavano il midollo osseo o quello spinale, era sempre super positivo, mi chiedeva di fargli dei video buffi… Non so quale fosse il suo piano, ma voleva che documentassi quei momenti. Non aveva paura. Non ha mai concesso alla malattia di annientarlo.”

Anche nei confini di quei muri sterili d’ospedale, non smise di far musica, in qualche modo aveva convinto le infermiere a lasciargli tenere due synth e una chitarra in camera. L’ultimo pezzo che ha registrato è una cover, “I Got Knocked Down (But I’ll Get Up)” di Joey Ramone (che aveva perso, nel 2001, la sua battaglia col linfoma). Alejandra aveva registrato i cori insieme a Brandon nell’appartamento della sorella di Benjamin, mentre lui teneva tutto sotto controllo via Skype. Benjamin rimase in ospedale per 11 mesi, e, ogni giorno, Alejandra era al suo fianco.

“Arrivavo lì di prima mattina e me ne andavo quando si addormentava, ma ad un certo punto ha iniziato a stare peggio, quindi ho iniziato a pensare che avrei dovuto lasciarlo molto presto e ho iniziato a dormire al suo fianco, non volevo essere da un’altra parte quando se ne fosse andato. E infatti ero lì, ne è valsa la pena,” dice Alejandra, con gli occhi che si alzano al cielo, pieni di lacrime. “Non avrei permesso che se ne andasse senza avergli detto che stavo bene, che sarei stata bene, che ero contenta che, alla fine, anche lui avrebbe trovato la pace.”

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Un paio di mesi dopo la diagnosi di Benjamin, Justin Meldal-Johnsen, producer da sempre fan della band che aveva lavorato con un sacco di gruppi, da Beck ai Nine Inch Nails agli M83, arrivò a New York da Los Angeles per lavorare con la band alla Rare Book Room, uno studio a Greenpoint, Brooklyn. Il piano era di solidificare le tracce composte l’estate prima e iniziare a finalizzarle, ma Benjamin dovette tornare in ospedale. Lasciarono perdere, ma una sera un’amica telefonò ad Alejandra per dirle che Benjamin era molto arrabbiato di non poter finire l’album, e che in ospedale l’avevano dovuto trasferire in psichiatria per calmarlo. L’amica aveva detto ad Alley che Benjamin reclamava questa cosa come “il suo ultimo desiderio”. “Era un mezzo ricatto psicologico,” dice Alejandra. “Ma lo era in un modo molto tenero.”

Ovviamente, Alejandra stava esplodendo dentro, ma cercava di non darne mostra per poter finire quell’album. “E poi a un certo punto mi bussano alla porta ed è Benjamin, che arriva a sorpresa e io gli dico che mi ha fatto prendere un colpo e che l’avrei ammazzato di botte!” Alejandra ride mentre mi racconta questa storia, uno dei ricordi più belli suoi e di Brandon di quel periodo. “A volte riuscivamo anche a riderne,” racconta Brandon. “Per Benjamin stare in studio era un’esperienza completa, pura. Era onnipotente. Galleggiava in questa bolla creativa, era estatico, felicissimo, anche se era appena uscito da una sessione di chemio.”

La maggior parte dei pezzi di SVIIB è stata scritta nell’estate del 2012, mentre “Confusion” è stata registrata durante quella sessione, con Benjamin che suonava l’organo mentre Alejandra e Meldal-Johnsen stavano seduti per terra, in silenzio. “È stata un’esperienza molto forte, non ci sono parole per descriverla,” ricorda Meldal-Johnsen. Un’atmosfera cupa à la Angelo Badalamenti, ma al contempo eterea, compensata dai testi semplici e diretti di Alejandra: “We spent so much time / Facing the days together / That I forgot / How to be different from us.”

SVIIB racconta la storia di Alejandra e Benjamin, una storia stretta nell’abbraccio di quella città-sirena che, col suo fascino, li aveva chiamati da due lati opposti degli Stati Uniti. New York City è in continua evoluzione—relazioni, palazzi, istituzioni, cadono e fioriscono in continuazione. New York non dimentica, quindi è comprensibile che Alejandra l’abbia dovuta lasciare dopo la morte di Benjamin.

“Ero in condizioni disastrose,” racconta. “Stavo sempre fuori, mi distruggevo, non potevo sopportare il silenzio e non potevo sopportare la solitudine. Ero fuori di testa, in una spirale autodistruttiva. Mi sento molto egoista quando lo racconto, perché la vita è molto importante ed è importante onorarla per onorare chi abbiamo perduto, ma in quel momento non riuscivo a confrontarmi con la vita, per niente.” In questo periodo, furono la sorella di Alejandra e il manager dei SVIIB a tenerla con i piedi per terra. Per lei era difficilissimo passare del tempo con gli amici suoi e di Ben. Non rispondeva al telefono, era distante, e persino il suo rapporto con la musica stava iniziando a modificarsi per via di questo collasso emotivo. “L’unica forma in cui sopportavo la musica era a volume altissimo nei bar pieni di gente,” ricorda. “Almeno mi aiutava a non pensare.” La musica era stata la sua fonte di gioia, il suo mondo, il suo mezzo espressivo, ma rientrare in quel mondo, e soprattutto riascoltare materiale degli SVIIB, è rimasto fuori discussione per un bel po’ di mesi. Anche ora ci sono alcuni dischi che non riesce ad ascoltare: quelli di Robert Wyatt, Joni Mitchell, gli album che ascoltavano insieme. Music for Airports di Brian Eno o mix di musica ambient che le faceva Benjamin per aiutarla nelle notti insonni, durante il primo periodo della loro relazione, quando lui era in tour con i Secret Machines.

Non c’è un modo semplice di affrontare questa mancanza. Due anni dopo il più grande dolore di Alejandra, anche se mentre parliamo ride e sorride spesso, si vede che sotto la superficie c’è uno strato oscuro che non va via. Ogni tanto crolla. “Posso vivere, posso funzionare ancora, fare ancora le mie cose, ma la sua assenza mi spezza,” mi dice. “Non riesco a trovare un senso. Ancora non ci riesco. C’è ancora un buco immenso. Ho iniziato da poco ad abituarmi all’idea che sarà sempre così. Ho combattuto questa consapevolezza per un sacco di tempo, pensavo che un giorno mi sarei svegliata e avrei iniziato a stare meglio. Da poco, invece, inizio ad accettare che non cambierà mai nulla, perché lui è la mia metà, e lo sarà sempre, non mi importa se suona strano. Mi sento molto fortunata perché so come ci si sente. Quindi, alla fine, ne è valsa la pena.” L’ultima frase la scandisce attentamente, come a voler enfatizzare la propria convinzione.



Nell’inverno del 2014 Alejandra e sua sorella hanno tentato di chiudere un pezzo, “Music Takes Me.” La sua regola per il materiale che poi sarebbe uscito nell’album SVIIB era che sarebbero state solo tracce su cui lei e Benjamin avevano lavorato insieme. “Music Takes Me” era mezza pronta—Benjamin era così innamorato di quel ritornello che lei si sentiva male a non finirla. È un pezzo ipnotico la cui sezione ritmica ricorda quelle degli Secret Machines, e poi ha quel ritornello così astrale, così carico di ottimismo. Le strofe però non esistevano ancora, quindi Alejandra chiama Claudia per aiutarla a scriverle, mentre Brandon le registrava. Questa collaborazione familiare era splendida, ma forse per Alejandra era troppo presto per lavorare a pezzi non finiti. “Non ero pronta. Non mi usciva nulla, nemmeno una strofa, roba che di solito facevo ad occhi chiusi. Non riuscivo ad esprimermi. Non potevo. Non potevo. Non potevo…” La sua voce crolla.

Trasferirsi a Los Angeles fu un atto di sopravvivenza, oltre che il primo passo verso la chiusura del disco. Si stabilì nel quartiere filippino (la parte della città che più le ricordava NYC) e, nel febbraio del 2015, andò a stabilirsi nello studio di Justin Meldal-Johnsen, Chez JMJ. Brandon, nel frattempo, aveva riordinato una quantità gigantesca di file audio su hard disk rimasti intonsi per parecchi mesi. E così Alejandra, Meldal-Johnsen e l’ingegnere del suono Mike Schuppan si misero al lavoro. Secondo il racconto di Meldal-Johnsen, durante la finalizzazione di SVIIB sembrava che il peso finalmente si sollevasse, che Alejandra se ne stesse liberando, che iniziasse ad andare per conto suo, con la benedizione di Benjamin. Dopo sei mesi di lavoro, in maggio mixarono SVIIB e lo masterizzarono in luglio.

“Quando i tizi della casa discografica e del management arrivarono ad ascoltarlo, Alley se ne stava seduta, senza dire nulla,” racconta Meldal-Johnsen. “Succede che quando qualcosa ti lascia un vuoto del genere, per così tanto tempo, quando quel vuoto se ne va esce una forza tangibile, che a volte ti sovrasta. Quell’energià fu percepita anche dagli altri presenti in quella stanza, in qualche modo fu una specie di celebrazione.”

Anche se la storia di SVIIB non è per niente leggera, all’ascolto lascia una sensazione di pura gioia. Non c’è una nota, non c’è un fraseggio, non c’è un suono che non vibri completamente su quella linea emotiva. I pezzi attraversano tutto il corpo di chi li ascolta, come se ci si accordassero, il ritmo è un brivido lungo la schiena. Sono pezzi completamente personali, ma, come ogni grande canzone, sembrano fatti su misura per te.

E più parlavo con Alejandra e con i loro cari della sua relazione con Benjamin, più rimanevo impressionata dalla profondità del loro legame. In “A Thousand Times More,” Alejandra canta di come vuole riavvicinarsi a Benjamin dopo la rottura, chiedendogli di mantenere una speranza, dicendogli che vorrebbe prendere il suo dolore con lei, portarglielo via. Con quei synth che richiamano vagamente Peter Hook dei New Order, il pezzo è un’ebollizione sonora e verbale. Quanti ex-amanti vi immaginate possano scambiarsi parole di questo genere? “Open Your Eyes” è il primo pezzo dell’album che Alejandra ha fatto uscire: nell’intro intona le parole “moving on,” che escono dalla sua bocca come intermittenti, interrotte. La relazione tra i due traspare da ogni virgola. Con i toni di una ninna-nanna, si rivolge a Benjamin, gli parla appena dopo che i due si sono separati: il passato fa male, ma la loro relazione è ancora lì, tutta intera, splendida.

Parlando di Benjamin con i suoi cari, emerge una figura prolifica, ossessionata dalla musica. Oltre a ciò, era anche uno sempre pronto a scherzare, un personaggio coinvolgente, uno che invitava chi gli stava intorno a scavare più in profondità, pensare di più, cercare più a fondo l’ispirazione, uno che spronava ad agire. Pfenning ha un sacco di aneddoti divertenti, che condivide con me mentre mi chiama dalla macchina, parcheggiata non si sa dove in Colorado. Per esempio, quando l’Uragano Sandy invase gli States, Benjamin e Alejandra suonarono per tutta la notte, chiusi in casa con gli amici, mentre fuori infuriava la bufera. A volte mettevano la testa fuori per vedere a che punto era Sandy. “C’era un coraggio in Ben che ho sempre trovato fantastico,” dice Pfenning. “Quella sera ci sfidò a buttarci tutti nell’uragano, così, a sfregio.”

Dopo Sandy, i tre furono costretti a lasciare il loro studio-loft (per fare spazio a quei negozi fighetti che ci sono ora.) Per dare il giusto saluto alla loro casa-base, Pfenning, Benjamin e Alejandra fecero irruzione e aiutarono gli operai a demolire completamente quello che restava, in una specie di rituale d’addio. Un altro esperimento che fecero insieme Benjamin e Pfenning fu chiamare in giro per gli Stati Uniti diversi ristoranti, motel, negozi, e tenere chi rispondeva al telefono più a lungo possibile, mentre l’altro suonava qualcosa in sottofondo. Tutto era iniziato come uno scherzo, ma questo scherzo si trasformò presto in una raccolta di storie. “Era un modo per capire le persone con cui parlavamo, capire com’erano le loro vite,” racconta Pfenning. “Ovviamente Benjamin aveva vinto il premio telefonata più lunga, una volta che aveva chiacchierato con una tipa di un motel, trattenendola per più di un’ora.” Alejandra scoppia a ridere quando le ricordo questo aneddoto: “Dio, sai che devo avere ancora quelle registrazioni, da qualche parte? Erano super.”

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Alejandra sta ancora a Los Angeles e fa ancora musica. A volte pensa di ritornare a New York, forse ci ritornerà la prossima primavera e ricomincerà a far musica con sua sorella. “Le cose succedono, ti portano qui poi ti riportano là, la vita non ti fa domande, ti ci mette di fronte e basta,” mi dice mentre sorride. “Sono aperta a quello che succederà, sono pronta a seguire il sentiero che mi verrà messo di fronte, non ha senso che io faccia piani.”

Pensava che lei e Benjamin sarebbero invecchiati insieme, ma adesso pensa che si incontreranno di nuovo, nella prossima vita, e non serve una maga per dirlo. “Se in vita hai un legame così forte con qualcuno, nella prossima vita il legame sarà ancora più forte,” dice. “Mi piacerebbe solo, quando succederà, potermi ricordare di com’era, per non dover ricominciare tutto daccapo. Ma sono fiduciosa, perché già stavolta l’ho riconosciuto subito.”

Scrivere di qualcuno che non c’è più ti mette addosso la pressione di dover dipingere un ritratto accurato, a tutto tondo, rispettoso e dettagliato di quella persona. E per quanto ci si possa provare, non si è mai convinti che quello che abbiamo scritto possa rendere giustizia a quella persona. Questo articolo si è anche solo lontanamente avvicinato alla vera essenza di Benjamin? Alla persona che era? Al modo in cui si posava sulle persone? Ovviamente non ho questa pretesa, ma credo di aver reso almeno l’idea che la figura di Benjamin è viva e ben impressa nei ricordi e nel cuore di chi gli è stato vicino. E, chiaramente, nella musica.

A Ryan Gentles manca guardare i Late Night Show con il suo amico. A Brandon manca parlare, ogni giorno, con suo fratello—che era anche il suo riferimento musicale, da sempre. Daniel Kessler adorava il modo in cui Benjamin ascoltava la musica, un modo profondo, realmente coinvolto, e gli mancano i suoi pareri su quanto ascoltava. Ad Aaron Pfenning mancano i loro discorsi infiniti, con qualche film in sottofondo. Ad Alejandra mancano, soprattutto le sensazioni che aveva provato quando si era trasferita con Ben nel Lower East Side. “È buffo parlarne, perché non ho davvero niente da dire,” conclude. “Ma ogni momento è scolpito nella mia testa.”

SVIIB uscirà il 2 dicembre via Vagrant. Potete pre-ordinarlo e ascoltare subito “Open Your Eyes” .

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