Ho giocato difensore per tutta la mia vita calcistica (non particolarmente brillante ma lunga) e posso dire con certezza che si prova lo stesso tipo di piacere nel togliere palla a un attaccante che prova a dribblarti (e persino nel fare fallo) che nel segnare. C’è tanta gioia nel distruggere quanta nel costruire, e il fatto che nel calcio la fase difensiva sia considerata come inferiore rispetto a quella offensiva è dovuto a mio avviso allo scarso livello culturale con cui si parla di calcio (è più facile apprezzare una bella azione d’attacco rispetto a un bel fuorigioco o a una bella diagonale).
Quando ho intervistato Sandro Modeo (per minimaetmoralia) il Barcellona di Guardiola era appena stato eliminato dalla Champions League 2012. La splendida utopia di un calcio costruttivo capace al tempo stesso di dominare qualsiasi avversario si era infranta contro una squadra tutto sommato mediocre e un allenatore “di passaggio”. La partita contro il Chelsea di Di Matteo era stata dominata a un livello tale che, proprio come due anni prima, dopo la sconfitta del Barça contro l’Inter di Mourinho (sempre in semifinale, sempre in 10 contro 11, con Eto’o sacrificato a terzino al posto di Drogba), si è tornati a parlare di calcio contro anti-calcio.
Videos by VICE
A Modeo dobbiamo molto per il modo in cui ha alzato il livello della discussione calcistica, per la profondità inedita con cui ha interpretato fenomeni considerati esclusivamente d’intrattenimento popolare. Quelle che seguono sono le domande di un alunno al maestro che lo ha ispirato:
DM: Siamo a un punto di svolta o addirittura alla fine di un ciclo, come alcuni commentatori dicono? O le ragioni tecniche e tattiche bastano a spiegare la sconfitta di ieri? Guardiola è stanco?
Sandro Modeo: La sensazione-che avevo già prefigurato nel libro-è che l’onda del Barcellona di Guardiola sia arrivata al punto più alto a Wembley (finale col Manchester), anche se vi è rimasta per tutto il 2011, cioè fino alla vittoria del Mondiale per club (4-0 contro il Santos), dopo la Supercoppa di Spagna in agosto contro il Real, la Supercoppa europea contro il Porto (2-0) e il Clásico di andata al Bernabeu (1-3). La doppia caduta di questi giorni (Clásico di ritorno ed eliminazione col Chelsea) si spiega facilmente osservandola in “lunga durata” e con un po’ di sano riduzionismo, ricorrendo alla fisiologia e alla psicologia più che alla tecnica e alla tattica.
Mi sembra abbiano inciso tre sequenze. La prima, una programmazione atletica mirata al top della forma proprio per dicembre (come già nel 2009-2010, guarda caso altro anno di sofferenza). La seconda: un’impressionante continuità in Liga per il tentativo di rimonta sul Real (11 vittorie consecutive) che avrebbe inevitabilmente mostrato il conto. La terza: una condensazione di impegni (tre partite in sei giorni: Chelsea-Clásico-Chelsea) insostenibile in assoluto, ma tanto più in rapporto alle due sequenze precedenti. Per inciso, l’inadeguatezza (eufemismo) della Federazione spagnola lascia esterrefatti, col Clásico di ritorno calato come una mannaia tra le due semifinali di Champions, ben sapendo (ad agosto 2011) che il tasso di probabilità di vedervi coinvolte Real e Barça era molto alto. Infatti, il Clásico è stato letale per tutti e due, condizionando sia l’andata di Champions (con le due squadre che cercavano, in maniera diversa, di “risparmiare” in vista del Clásico) che il ritorno (con le due squadre meno reattive non solo per la fatica, ma anche-se non soprattutto, nel caso del Barça-nella soglia attenzionale). Con un distinguo: il Real ha avuto un giorno in meno di recupero nell’andata a Monaco, ma un giorno in più sia per il Clásico, che per il ritorno col Bayern.
Tutto questo, inoltre, va collocato in un quadro di condizionamento più generale. Da un lato, il Barça ha scontato un appagamento da successo e un conseguente abbassamento di motivazione/attenzione. Dall’altro, la rivalità Real-Barça (Mourinho vs. Guardiola) per una leadership nazionale che equivale in realtà a una leadership mondiale (tipo NBA anni Ottanta, Lakers-Celtics) ha logorato i contendenti in profondità negli ultimi due anni: il Clásico di ritorno ne è stato il punto di condensazione (tanto che mentre Real e Barça davano il massimo, sia Bayern che Chelsea, tagliati fuori da Bundesliga e Premier, lasciavano a riposo otto titolari).
Ho l’impressione che la sconfitta di ieri pesi di più rispetto a quella con il Real. La superiorità era tale che quasi tutti parlano di “ingiustizia” anziché analizzare i limiti di quel gioco che costringe qualsiasi avversario a difendersi in quel modo (la fase offensiva ovviamente dipende dalla qualità degli avversari).
I limiti del gioco del Barça sono inseparabili dai suoi pregi, sono cioè intrinseci: anche se nel rapporto costi/benefici (sia a livello estetico che di risultati) mi pare che il sistema paghi.
Non si tratta in ogni caso di ingiustizia: per quanto mi riguarda, il calcio totale (di cui il Barça è l’espressone più recente) ha sempre “l’onere della prova”: non deve mai cercare alibi, ma dimostrare di essere all’altezza fattuale del proprio presupposto concettuale. Se un sistema attendistico-difensivo ha la meglio, significa che quello costruttivo-offensivo ha mancato in qualcosa: in attenzione, in continuità di azione, in messa a fuoco dei propri principi di gioco, in velocità di esecuzione, in capacità di variare le soluzioni, in prevenzione della ripartenza avversaria. Sulla realizzazione deficitaria di tutto questo incidono diversi fattori, a partire da quelli elencati sopra, siano contingenti o “in lunga durata”.
È giusto dire che lo stile del Barça nasce da una volontà di controllo, un dominio che idealmente dovrebbe cancellare del tutto ogni iniziativa avversaria? Dico questo perché l’antitesi calcio/anti-calcio mi sembra semplicistica, che se gli avversari del Barça giocano in quel modo è perché non hanno scelta. L’idea di calcio del Barça è a una porta sola? E se lo è, non è assolutamente innaturale?
Intanto, “controllo” e “dominio” non sono sempre sinonimi. Le squadre di Mourinho esercitano spesso il “controllo” anche con un ferreo gioco senza palla. Il “dominio” presuppone invece, come nel caso del Barça, il possesso esercitato come premessa della propria azione e come prevenzione di quella avversaria: ma se non è adeguatamente integrato da altre componenti in fase di non-possesso (pressing e fuorigioco) è un “dominio” che può perdere il “controllo”.
Quanto all’idea di calcio “a una porta sola”, le squadre di calcio totale sanno bene che la loro tensione implicita (un teorico possesso al 100 percento) è una specie di “utopia regolativa”: il loro scopo è addomesticare il caso, ridurre (non annientare) l’incidenza dell’imprevedibile. Questa tipologia di gioco è “innaturale” nel senso di controintuitiva: è molto più intuitivo disporsi in maniera classica a “contenere e ripartire” (con variabili, s’intende, pressoché infinite).
Nei miei pezzi su Ibrahimović e il Barça ho cercato di rappresentare il loro contrasto come quello tra un uomo con i pregi e i suoi difetti e un’idea platonica di calcio, il Calcio Totale, appunto. Quest’idea non ha finito per diventare una specie di ideologia? Lo spirito di libertà con cui sembrava giocare il Barcellona di Guardiola fino a qualche tempo fa sembra perso, quella leggerezza che li distingueva dagli avversari–che faceva sembrare anche il primo Real Madrid di Mourinho una “struttura rigida e impotente,” e mi perdoni se la cito–non è più così evidente, o sbaglio?
Il Barça “quantistico”-per stare alla metafora del mio libro-lo si può vedere nei momenti di stato di grazia, quando condizione atletica, motivazione e attenzione sono al top: vedi la “manita” al Real o la finale di Wembley, o vedi, quest’anno, certi momenti perimetrati, come in Barça-Bilbao 2-0, contro una squadra e un tecnico, tra l’altro, per molti aspetti non distanti dalla filosofia di Guardiola.
Dico filosofia non a caso: più che un’idea a rischio di degenerare in ideologia, l’atteggiamento di Guardiola o Bielsa (e di Sacchi in passato, in parte anche di Zeman) aderisce a un diverso atteggiamento “cognitivo”: proporre anziché rispondere, costruire anziché ostruire, creare anziché distruggere. In tutto questo, esprimo una preferenza che si guarda bene dal criminalizzare l’atteggiamento opposto: anzi, come dicevo, per una squadra offensiva un sistema difensivo altamente efficiente è una sfida, una verifica delle proprie forze e del proprio grado di elaborazione del gioco.
Contro il Real successivo alla “manita”, il Barça-tranne forse che nella semifinale Champions di andata dell’anno scorso e nel Clásico di andata di quest’anno-ha sempre faticato, perché l’”ordo geometrico” di Mourinho (molto meno difensivista di quanto reciti il luogo comune) è riuscito a inibirne la fluidità-velocità negli spazi e nei tempi di gioco.
A proposito, cosa è cambiato nel Real di Mourinho?
Come sempre, le squadre di Mourinho arrivano a maturazione nel secondo anno, anche se spesso i risultati arrivano già nel primo (scudetti con Porto, Chelsea, Inter, la stessa Coppa del Re al Real). A Madrid questo sviluppo è stato più difficile, in un ambiente in cui in generale presidenti e giocatori contano storicamente molto più dei tecnici, e in particolare ha dovuto gestire la tensione tra gruppo spagnolo e gruppo portoghese del team. In ogni caso, specie tra ottobre e febbraio, abbiamo visto un Real essenziale ed efficace come poche altre squadre, che alternava fasi di possesso e altre in cui risplendevano l’arte e la scienza della ripartenza (della transizione).
CONCLUSIONI: UN EUROPEO DOPO
Durante l’Europeo la Spagna è stata criticata per aver applicato gli stessi principi di gioco del Barcellona, con risultati però assai meno esaltanti. Quello stesso dominio privato della sua componente spettacolare (la fluidità dovuta a un gruppo che gioca insieme tutto l’anno con in più Messi), il possesso palla ridotto ad arma tattica per tenere gli avversari lontani dalla propria difesa ed evitare il rischio del contropiede, hanno fatto annoiare gli stessi che dopo la vittoria del Chelsea hanno parlato di anti-calcio. Sembrerebbe, però, che in finale la squadra di Del Bosque abbia risolto egregiamente i propri problemi senza snaturare quel gioco paziente e costruttivo. Il triangolo Alba-Xavi-Alba ricorda in maniera paradossale quello tra Ramires e Lampard e l’insuccesso del Barcellona 2012 unito al successo della Spagna 2012 dovrebbe aiutarci a sparecchiare la tavola dei resti di qualsiasi ideologia: non esiste un sistema di gioco in assoluto migliore di un altro né una cosa come il “vero calcio”: il calcio è un gioco tragico, dove fortunatamente non sempre vince il più forte.
Segui Daniele su Twitter: @DManusia
Altro
da VICE
-

Robin Williams (Photo by Sonia Moskowitz/Images/Getty Images) -

(Photo by Jim WATSON / AFP via Getty Images) -

Seinfeld (Photo by FILES/AFP via Getty Images)
