Nell’intervista apparsa sul supplemento del sabato di Le Monde, in occasione dei suoi quarant’anni (compiuti lo scorso 23 giugno), Zidane dice cose tipo: “Lo so, la gente si chiede: ma Zidane dov’è? Che fa? Sono una persona libera. Voglio fare quello che mi piace, quello che mi interessa. Non mi agito. Mi prendo tutto il tempo che mi serve […] Devo ancora capire quello che farò nel prossimo futuro. Ma il pensiero si sta muovendo nella mia testa.” O, ancora: “Non si può piacere a tutti. Il panorama cambia. Probabilmente sono meno amato di prima. È normale.” Il pezzo si intitola L’età della ragione e Zidane sintetizza: “Se mi chiedete: sei felice nella tua nuova vita come lo eri in quella precedente? La risposta è no.”
Consigliere di Florentino Perez, Direttore Sportivo del Real Madrid (a quanto pare ben voluto da Mourinho), Zidane sta frequentando il secondo anno di corsi al CDES di Limoges, il centro di formazione in diritto ed economia dello sport da cui è uscito, ad esempio, Laurent Blanc. A detta dei suoi professori è un ottimo studente, nonostante non abbia finito il liceo. Legion d’honneur nel 2009, 14 milioni circa di entrate annuali, il sostegno alla candidatura del Qatar come Paese ospitante dei Mondiali del 2022 (ma quei soldi, dice, sono andati tutti alla sua fondazione benefica), fa quasi tenerezza sentirlo tergiversare in quel modo sul suo futuro.
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La verità è che Zinédine Zidane non si è più riconciliato con il suo Paese dopo quella notte del 9 luglio 2006 in cui, alle ore 22:17, ha concluso la sua ultima partita, una finale di Coppa del Mondo, con il cartellino rosso dovuto al gesto più assurdo mai visto su un campo da calcio (più che assurdo inimmaginabile). E il punto non è se la Francia avrebbe vinto con Zidane in campo negli ultimi minuti dei tempi supplementari o dal dischetto.
Il giorno dopo la finale, sulla prima prima pagina de L’Equipe (notare l’ironia della pubblicità del Ricard in fondo: “Verser une larme”) di fianco alla solita foto a tutto campo, c’era un editoriale. Fatto, se non unico, quantomeno raro (io non ne ricordo altri). Claude Droussent, dopo aver parlato di milioni di bambini in tutto il mondo a cui bisognerà dare una spiegazione, andava sul personale rivolgendosi direttamente a Zidane: “Sono certo si renda conto, ammettendo che Materazzi abbia potuto dirle i peggiori orrori, che bisognerà spiegare questa testata ai suoi quattro figli per i quali lei conta moltissimo. Era l’ultima immagine del calciatore Zidane. Come è potuto succedere, a un uomo come lei?”
Tutto l’editoriale era impostato sulla distinzione tra quello che poteva essere considerato il gesto di un ragazzo (sottinteso: un ragazzo di periferia, figlio di immigrati algerini) e quello che significava Zidane per la Francia intera. Non solo era un padre di famiglia e non poteva comportarsi più come un coatto qualsiasi, ma otto anni prima (dopo la doppietta nella finale vinta 3-0 contro il Brasile) il suo volto era stato proiettato sull’Arco di Trionfo, sopra l’incisione con i nomi dei soldati morti durante il primo impero. Insieme a Thuram, Trezeguet, Henry e Barthez, ma più di loro, rappresentava la nazionale vincitrice della coppa del mondo nel 1998, ribattezzata, con un gioco di parole che si riferiva ai colori della bandiera francese (bleu, blanc, rouge), la nazionale black, blanc, beur (“beur” è il peggiorativo di “arabo”), simbolo della riuscita integrazione razziale su suolo francese (tanto per dire, L’odio di Kassovitz è del 1995).
Con uno sforzo di sincerità, Droussent nel suo editoriale avrebbe potuto chiedere direttamente: Chi è davvero Zinédine Zidane? Il giocatore carismatico capace di simbolizzare le speranze di tutto un Paese (il figlio di algerini, il kabyl che potrebbe un giorno, chissà, diventare Presidente della Repubblica), o una testa calda qualsiasi la cui eredità consiste negli insulti di Anelka a Domenech (Mondiale 2010) o in quelli di Nasri ai giornalisti (Euro 2012)?
Sul cammino mondiale della Francia del 2006, Canal+ ha girato un documentario: Rendez vous le 9 juillet. La prospettiva narrativa aggiunge profondità e permette di capire cose di cui sarebbe impossibile rendersi conto limitando la propria esperienza del calcio alle partite giocate. Ecco alcuni momenti fondamentali, a mio avviso, per tentare di capire un po’ meglio chi è davvero Zidane (un tentativo, il mio, che si prolungherà nella rubrica della settimana prossima).
Dopo un pareggio con la Svizzera, la Francia si è fatta recuperare un gol dalla Corea del Sud e sta pareggiando 1-1. Alcuni giocatori (sopratutto Thuram) pensano che con un pareggio la Francia sia eliminata e nel momento di massima tensione, dopo che Henry ha fallito il gol del raddoppio su suo assist, Zidane si fa ammonire per una carica inutile su un difensore (il portiere aveva già il pallone tra le mani e lui alza il ginocchio sinistro) facendosi squalificare per la partita successiva contro il Togo. Domenech lo sostituisce prima ancora che la partita sia finita e lui non è contento: aveva annunciato l’addio al calcio dopo il Mondiale e se la Francia non avesse vinto 2-0 contro il Togo quella sarebbe stata la sua ultima partita (un finale se possibile peggiore di quello con Materazzi). In quel periodo i giornali alludevano al fatto che Domench fosse un fantoccio e che la formazione la decidesse la vecchia guardia. Rispetto a Thuram, che si sforza di dire sempre qualcosa che appaia intelligente, con una serietà quasi comica (“L’intelligenza di qualcuno è di far credere che i giocatori si autogestiscano”) Zidane appare come una persona semplice, persino umile che di fronte alla parola “potere” si mettere a ridere (“pouvoir de quoi?“). In quelle inquadrature, col suo pulloverino viola, Zidane è un uomo dal forte accento marsigliese che dimostra più dei suoi 34 anni e parla come un bambino ben educato, un bambino cresciuto negli Settanta che al posto di dire “putain” dice “purée” (che letteralmente significa proprio la purea di patate).
Zidane non è un feticcio, una vecchia gloria chiamata per far contenti quelli come Ribery (“Potrò sempre dire di aver giocato una coppa del mondo con Zidane”). Nei quarti contro il Brasile gioca la sua miglior partita dimostrando di saper essere ancora decisivo (rivedendo le immagini di quella partita continuo a pensare che avrebbe dovuto giocare almeno un altro anno); ma in generale, guardando tutto il documentario, ci si fa l’idea che Zidane non sia un vero leader (e di certo non lo è Thuram, persino Sagnol sembra più carismatico senza tutto quello sforzo). In compenso Zidane è il compagnone che a fine partita sale sul tavolo e si mette a ballare in modo ridicolo (almeno così sembrerebbe, a giudicare dalle reazioni dei suoi compagni).
Il terzo momento fondamentale, ovviamente, è la finale con l’Italia. Che poi in realtà sono due momenti diversi. Quando Zidane segna il rigore del momentaneo vantaggio (quello che noi chiamiamo “cucchiaio” i francesi chiamano “alla Panenka” in onore dell’omonimo giocatore ceco) è a un passo dalla gloria definitiva. Come dice Vieira: “Se avessimo vinto 1-0 e Zidane avesse segnato il rigore nel modo in cui lo ha segnato… sarebbe diventato Presidente.” E invece Zidane nei tempi supplementari dà una testata sul plesso solare di Materazzi. Zizou commenta così: “Sono stato già provocato in passato, di solito non rispondo, ma in questo caso… è stato violento.” Un gesto più violento di un normale fallo o di una normale reazione di gioco, ma meno violento rispetto a un pugno, o a quella stessa testata indirizzata al viso. Un gesto che, racchiuso tra questi due estremi, brilla di una sua bellezza unica.
Quella di Zidane è la peggiore spiegazione mai sentita da parte di qualcuno che ha appena commesso il più grande errore della sua vita: “Vedo questo spilungone (grand dadais: uno spilungone un po’ stupido) che si crede il re del mondo. È semplice: quelle parole, le parole che ha pronunciato, sono state dette nel momento sbagliato.”
Di fatto, questa è la linea ambigua che ha deciso di mantenere anche in seguito. Durante l’attesissima intervista ufficiale a Tf1, con una giacca militare poggiata sulle spalle come un ferito di guerra, da una parte si scusa con i bambini che lo guardano, rispondendo così all’editoriale de L’Equipe, e dall’altra prova a difendere il suo gesto con la durezza delle parole di Materazzi: “Avere rimorsi sarebbe come ammettere che aveva ragione, quella persona, a dirmi quelle cose.” Anche se secondo alcuni racconti Zidane sembrerebbe pensarla esattamente in maniera opposta (come quando incontra il cugino ad Algeri e quello gli fa i complimenti per aver difeso l’onore della famiglia), mettendo a sistema tutte le voci sembrerebbe confermata la linea dell’ambiguità-dopo aver incontrato Materazzi in un parcheggio e avergli stretto la mano si è giustificato di fronte alle domande dei giornalisti dicendo che non lo aveva riconosciuto…
Prima che il documentario finisca, però, Zidane, l’uomo timido e semplice caricato delle attese (non solamente sportive) di una nazione intera, il coatto con lo sguardo duro ma simpatico, aggiunge: “Detto ciò, sono un essere umano, ho avuto questa reazione, ho chiesto scusa… Non l’ho scelto io, è successo. Avrei preferito finire in un altro modo. Se non lo avessi annunciato prima magari avrei giocato ancora un anno, quasi. Perché dire ‘smetto’ dopo quello che è successo… ma lo avevo annunciato prima, avevo voglia di annunciarlo e ho fatto bene ad annunciarlo, e oggi non gioco più. È così. Quello che che è successo è duro, è vero. È duro il fatto che lo rimpiangerò tutta la mia vita.”
In un certo senso, per colpa di quella testata, è come se Zidane fosse stato espulso per sempre.
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