Música

Quando i musicisti s’incazzano

I musicisti hanno sempre sfruttato la loro arte come mezzo di protesta. Da Billie Holiday che cantava “Strange Fruit” contro le leggi Jim Crow, alle virtù decantate dagli inni folk sinistroidi di Woody Guthrie e Bob Dylan, fino all’ingenuo tentativo (fallimentare, anche solo perché veniva da tre quarantenni con l’eyeliner) dei Green Day di screditare l’amministrazione Bush con il loro disco (e successivo musical di Broadway) American Idiot. Se c’è una cosa che parla più forte delle canzoni, sono gli atti veri e propri di protesta. Esiste un verbo per azioni di questo genere: boicottare. Rifiutarsi deliberatamente di esibirsi in determinate città, Stati e Paesi è una mossa tangibile che determina una presa di posizione da parte degli artisti, che dimostra quanto potere hanno nel riuscire ad affermare un’opinione con un reale impatto sulle persone, per quella che considerano una causa nobile.

Non molto tempo fa, i Wilco hanno annunciato tramite la loro pagina Facebook che avrebbero annullato la loro performance al Murat Theatre a Indianapolis per protestare contro il recente “Religious Freedom Restoration Act.” La legge in questione permette alle attività nell’Indiana e ai loro proprietari di discriminare i clienti sulla base del loro orientamento sessuale nel caso in cui, per fare un esempio, servire un panino a un cliente gay violi il loro credo religioso. I Wilco hanno dichiarato che la legge sembra “una discriminazione legalizzata mal celata” e sperano di poter “tornare al più presto, una volta che questo schifoso provvedimento verrà revocato.” Dio stesso non ha rilasciato commenti al riguardo, ma Gesù Cristo, un suo rappresentante, ha risposto “ che siano maledetti! Adoro I Wilco! Perchè diavolo questi idioti ignoranti stanno facendo tutte queste stronzate in mio nome? Io voglio solo vedere Nels Cline spaccare tutto!

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Ci sono innumerevoli altri artisti che hanno avuto un simile approccio negli ultimi anni: ad esempio decidendo di lasciare un posto specifico fuori dall’itinerario del tour, nella speranza che questo segnale potesse dimostrare qualcosa e fare la differenza nelle cause per cui ritengono sia giusto lottare (o meglio, saltare una data).

Kanye West, Conor Oberst, Cypress Hill, Sonic Youth e Joe Satriani che boicottano l’Arizona

Quanto sarebbe sminchiata una cena con tutti i musicisti qui sopra insieme? Penserete anche che queste persone abbiano poco da dirsi tra un cocktail e l’altro. Invece vi sbagliate, perché si sono riuniti nel 2010, capitanati da Zack De La Rocha dei Rage Against The Machine, per una causa comune: protestare contro la legge sull’immigrazione entrata in vigore in Arizona, che obbligava gli immigrati nello stato a portare sempre con sé il permesso di soggiorno. La legge inoltre dava alle forze dell’ordine il diritto di perquisire chiunque potesse sembrare “ragionevolmente sospetto.” Non ci vuole una laurea in ingegneria per capire che questo provvedimento portò a profilazioni di stampo razziale nello stato, che guarda caso confina con il Messico. Oberst dichiarò nel 2010 “ Non fraintendetemi, amo l’Arizona. Ma l’unico modo per dar risalto a una protesta nei confronti del governo di quello Stato è un approccio economico. È importante perché incoraggia i fan a reagire contro la legislazione, e può avviarli verso un cambiamento concreto.”

Anche i Public Enemy boicottano l’Arizona, ma per un altro motivo

I Public Enemy, pionieri radicali dell’hip hop, misero in scena un boicottaggio pubblico dell’Arizona con il loro pezzo del 1991 “By The Time I Get To Arizona”, dopo che lo stato si rifiutò di riconoscere il compleanno del Dr. Martin Luther King come festa, nonostante fosse già una festa federale dal 1983. Lo stato dell’Arizona (finalmente) votò nel 1992 per celebrare e riconoscere l’esistenza di quella che è senza dubbio una delle personalità più importanti nella lotta per I diritti umani e civili. Meglio nove anni più tardi che mai, no? Ma Chuck D e soci ribadirono il loro rifiuto di esibirsi nello Stato almeno fino al 2006, quando poi decisero di revocarlo. Sarà perché i Public Enemy sono dei cazzo di duri, ma alla fine questi loro subbugli ispirarono il nuovo motto dello stato, “Arizona: Always Getting Its Shit Toghether Ten Years Too Late” (ovvero “Arizona: mettiamo sempre a posto le cose 10 anni dopo”)

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Stevie Wonder che boicotta la Florida

dichiarò ufficialmente condannato per abuso domestico ripetuto

Roger Waters che boicotta Israele

Lo stato d’Israele è un argomento fin troppo denso e complesso per iniziare a parlarne in questa sede. Lasciamo quindi che sia uno stravagante rocker britannico ad esprimersi per noi. Roger Waters dei Pink Floyd cancellò la sua performance a Tel Aviv nel 2005 dopo aver visitato la barriera di separazione Israeliana in Cisgiordania, e averci graffitato il famoso testo della sua band: “we don’t need no thought control”. Il muro rimandava ovviamente al monumentale concept album dei Floyd. Da allora Waters non si è mai più esibito nello stato d’Israele. Nonostante abbia dichiarato che le motivazioni del boicottaggio non si basassero sull’antisemitismo, in un concerto in Belgio nel 2013 portò sul palco un gigantesco maiale gonfiabile interamente decorato con simboli di “ organizzazioni dittatoriali e regimi da tutto il mondo” tra cui spuntarono anche i simboli del dollaro, la falce,il martello e la stella di David.

Gram Parsons che boicotta il SudAfrica

Nella sua breve ma fruttuosa carriera come secondo chitarrista e voce dei Byrds, Gram Parsons decise di lasciare la band all’indomani del tour in Sudafrica. La storia ricorderà questa protesta morale di Parsons come una decisa opposizione ai concerti segregati e alle altre diavolerie dell’apartheid a cui i Byrds finirono per assistere durante il tour. Bisogna comunque notare che la paura di volare e la predilezione per farsi di eroina nelle campagne inglesi con Keith Richards potrebbero aver avuto qualcosa a che fare con questa decisione.

Anche Steve Van Zandt e più o meno tutti gli altri musicisti negli anni Ottanta boicottano il Sudafrica

In “Sun City”, una canzone anti-apartheid che probabilmente è stato il suo più grande contributo culturale al mondo (se la gioca con la comparsata come proprietario di strip club ne I Sopranos), il membro della E-street Band Little Steve cercò di esporre la disparità di benessere e potere e la sistematica soggiogazione presente in Sudafrica. Anche se il pezzo, stilisticamente parlando, è fortemente radicato negli stilemi anni Ottanta (praticamente “We Are The World” e compagnia bella), lo spirito dietro di essa è virtuoso e ammirevole. Il testo del ritornello a un certo punto recita “I ain’t gonna play Sun City”, riferendosi all’omonimo Casino extra lusso in cui si esibivano tutti i grandi dell’industria musicale e dell’intrattenimento davanti a un pubblico di soli bianchi ricconi, costruito nel bel mezzo dell’infernale provincia del nordovest sudafricana, ormai decimata dall’apartheid. Van Zandt decise di “usare il Sun City come simbolo dell’apartheid. Tutti venivano strapagati per andare ad esibirsi lì, cosi mi sono detto che se davvero fossi riuscito ad organizzare un boicottaggio culturale, allora saremmo potuti passare alla mossa successiva: un boicottaggio di tipo economico.” La lista di collaboratori è piuttosto sbalorditiva per la sua lunghezza: Miles Davis, Bob Dylan, Run Dmc, Bruce Springsteen, Lou Reed, George clinton, Bonnie Raitt, Ringo Starr e almeno altri quaranta musicisti di prestigio. La traccia funzionò come un patto tra gli artisti, che oltre a cantare nel ritornello e contribuire alla scrittura del pezzo, giurarono di non esibirsi mai al Sun City in Sudafrica. Anche se il singolo raggiunse alte posizioni nella classifica di Billboard e raccolse piu di un milione di dollari, poi reinvestiti in azioni anti-apartheid, il Sun City Resort a oggi è ancora attivo e prospera nel Sudafrica post-apartheid.

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