Lo scorso 3 novembre, Michela Deriu, una ragazza di 22 anni di Porto Torres, ha chiesto a un’amica di ospitarla per qualche giorno da lei alla Maddalena, in provincia di Sassari, a oltre 100 km di distanza. Neanche 48 ore dopo, nella notte tra il 4 e il 5 novembre, si è suicidata strangolandosi con un laccio. Alla sua amica ha lasciato un biglietto in cui spiegava solo che a Porto Torres non sarebbe “riuscita a farlo”; un altro biglietto è stato trovato accartocciato nel cestino dei rifiuti, con scritto: “Sono tornati gli scheletri di qualche anno fa, ma li ho sistemati.”
Gli “scheletri” in questione, a quanto emerso negli ultimi giorni, sarebbero uno o più video intimi (uno è stato ritrovato, non è chiaro se ce ne siano di ulteriori) che altri minacciavano di diffondere contro la sua volontà. Per questo motivo il caso di Michela Deriu è stato descritto dalla maggior parte dei giornali e siti come una replica del più famoso caso di Tiziana Cantone— la 31enne di Napoli suicidatasi lo scorso settembre dopo che nel 2015 alcuni suoi video privati girati durante rapporti sessuali erano stati diffusi su internet, diventando virali.
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Qualche similitudine, alla luce delle informazioni reperibili finora, potrebbe esserci. Meno chiare sarebbero invece altre parti della storia—che in un primo momento è stata considerata un giallo dai quotidiani locali che per primi l’hanno seguita, proprio perché sembrava in parte inspiegabile.
Due giorni prima prima di partire per La Maddalena, l’1 novembre, Deriu era stata rapinata dopo aver chiuso il locale in cui lavorava come barista. Secondo La Nuova Sardegna, mentre tornava a casa piuttosto tardi qualcuno l’aveva seguita per poi aggredirla mentre apriva il portone e stordirla spruzzandole gas da una bomboletta.
Quando si era svegliata, si legge nell’articolo, aveva scoperto che “la sua camera era stata messa a soqquadro e il borsellino dei soldi, contenente circa 1100 euro, era completamente vuoto.” “Non so che cosa sia successo dopo aver messo le chiavi nella serratura della porta, ma quando mi sono svegliata avevo una parte del viso molto arrossata e mi sono subito accorta che mancavano i miei soldi,” aveva raccontato Deriu al quotidiano.
Dopo la pubblicazione dell’articolo—che legava la rapina subita dalla ragazza al “crescente fenomeno della microcriminalità” in città—Deriu, che non aveva sporto denuncia, era stata convocata dai carabinieri. Intanto, il caso scatenava una piccola isteria securtaria a Porto Torres. “Paura in città dopo la rapina alla barista,” titolava un altro articolo dello stesso quotidiano pubblicato qualche giorno dopo. “C’è molta preoccupazione in città dopo l’episodio della rapina ai danni di una giovane barista mentre stava rientrando a tarda notte nella propria abitazione,” attaccava il pezzo, prima di spiegare che “alcune zone del centro cittadino stanno diventando terra di nessuno.”
In questo contesto, in cui la rapina subita l’aveva messa al centro dell’attenzione in città, la decisione di Deriu di andarsene per un po’ da Porto Torres poteva sembrare un tentativo comprensibile di cambiare aria.
Dopo il suo suicidio, invece, il caso era sembrato farsi più complesso. Il 14 novembre, sempre la Nuova Sardegna aveva scritto che nel suo ultimo periodo di vita Deriu si sentiva in pericolo. “L’aveva confidato alla titolare del bar dove lavorava: ‘Devo andare via da Porto Torres – le aveva detto – perché qui sono in pericolo. Mi devo allontanare per un po’’.”
In un primo momento, le ipotesi sui motivi del suicidio si erano concentrate su qualcosa che poteva essere successo alla Maddalena, perché Deriu aveva già comprato i biglietti di autobus e traghetto per tornare indietro. “È successo qualcosa durante la permanenza sull’isola che ha fatto precipitare le cose fino a far maturare la tragedia?” si chiedeva lo stesso articolo, nel quale però si avanzavano già ipotesi sull’esistenza di due video “che potrebbero anche appartenere alla sfera strettamente privata e che chissà per quali ragioni potrebbero essere finiti nella mani sbagliate.” A quanto pare erano questi gli “scheletri” a cui si riferiva Deriu nel suo biglietto.
Pian piano le ipotesi erano però andate a formare un quadro coerente, facendo emergere due punti fondamentali del caso: primo, la rapina potrebbe essere stata un’invenzione della ragazza per coprire la sparizione dei soldi, anche se in realtà durante l’autopsia il medico legale avrebbe riscontrato sul corpo di Deriu segni di percosse ed escoriazioni “riconducibili proprio ad un’aggressione.” E secondo, dietro il suicidio ci sarebbe stato un circolo di ricatto ed estorsione in cui la ragazza si era ritrovata coinvolta, a partire da un suo video girato—a sua insaputa, secondo quanto ha scritto Repubblica citando una ricostruzione circolata sulle cronache locali—durante un rapporto sessuale.
Ieri, il 27 novembre, la procura di Tempio Pausania ha iscritto nel registro degli indagati tre persone, descritte dalla Nuova Sardegna come amici di Deriu e “che lei frequentava con assiduità nell’ambiente di Porto Torres.” A quanto sembra i tre “erano già entrati nel radar degli inquirenti, inizialmente come persone informate dei fatti.” Secondo Repubblica la svolta nelle indagini è stata possibile “grazie al contributo di un testimone chiave, di cui non è stata rivelata l’identità.” I capi d’imputazione nei loro confronti sono istigazione al suicidio, diffamazione aggravata e tentata estorsione.
Tra “i file di un computer e nella galleria di immagini di alcuni telefonini” appartenenti ai tre è stato ritrovato il video (non è chiaro se ce ne siano altri) che usavano per ricattare la ragazza. Stando a quanto riporta La 27esima ora, “è rimasto per qualche tempo riservato, poi è cominciato a girare fra gli amici degli amici. Non lo hanno visto molte persone; ricatto in corso ma non ancora ‘consumato’,” e sarebbe per questo motivo che i tre sono indagati per tentata estorsione.
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